Uno degli equivoci più gravi che attraversano il dibattito europeo sull’immigrazione è l’idea che l’integrazione sia un fatto spontaneo, un processo naturale che si realizza da sé con il semplice trascorrere del tempo o con l’inserimento nel mercato del lavoro.
Il nuovo Patto UE su migrazione e asilo si muove esattamente dentro questo equivoco: costruisce procedure sempre più complesse e pervasive, ma rinuncia a definire l’integrazione come obbligo giuridico e civico. E quando l’integrazione non è un obbligo, il sistema, inevitabilmente, fallisce.
Il Patto affronta con grande precisione il “prima” e il “durante”: ingresso, screening, procedure di frontiera, decisione sulla domanda, eventuale rimpatrio. Ma sul “dopo” – cioè su ciò che accade a chi resta – cala un silenzio significativo. Non esiste una visione strutturata dell’integrazione come percorso esigente, verificabile, condizionato al rispetto delle regole dell’ordinamento ospitante. L’integrazione non è il fulcro attorno a cui far ruotare il sistema, ma una variabile esterna, lasciata alla buona volontà individuale o alle contingenze economiche.
Questa impostazione produce una distorsione profonda. Se l’integrazione non è un obbligo, diventa un’opzione. E se è un’opzione, non può costituire il fondamento della stabilità del soggiorno. Il risultato è un sistema che tollera la permanenza anche in assenza di una reale adesione alle regole comuni, salvo poi intervenire ex post, quando il problema è ormai esploso, attraverso strumenti repressivi o rimpatri forzati. È una logica reattiva, non governante.
L’assenza di un obbligo di integrazione rivela anche la persistenza di una visione economicista del fenomeno migratorio. Il lavoro continua a essere il criterio implicito di legittimazione della presenza: se produci, resti; se non produci, diventi un problema. Ma il lavoro, da solo, non integra. Può facilitare l’inserimento materiale, ma non garantisce l’adesione all’ordinamento giuridico, alla lingua, ai valori costituzionali, alle regole di convivenza. Senza questi elementi, la società si frammenta, e lo Stato perde capacità di controllo e di coesione.
Quando l’integrazione non è obbligatoria, lo Stato rinuncia a esercitare una funzione fondamentale: chiedere conto della presenza. L’ospitalità diventa un fatto unilaterale, non un rapporto reciproco. Chi entra non è chiamato a dimostrare di voler diventare parte della comunità, ma solo di non violare apertamente le regole penali. È un livello di pretesa troppo basso per reggere nel lungo periodo, soprattutto in contesti di forte pressione migratoria.
Il fallimento del sistema non si manifesta subito. Si accumula nel tempo. Si manifesta nei quartieri segregati, nei conflitti latenti, nella sfiducia reciproca tra cittadini e istituzioni, nella percezione diffusa di perdita di controllo. A quel punto, la politica reagisce invocando più procedure, più controlli, più rimpatri. Ma si tratta di rimedi tardivi, che intervengono sugli effetti senza aver mai affrontato la causa originaria: l’assenza di un’integrazione intesa come dovere.
Un sistema migratorio stabile non può fondarsi solo su diritti concessi e su procedure efficienti. Deve fondarsi anche su obblighi chiari, esplicitati e pretesi. L’integrazione non è un atto di gentilezza dello Stato né un diritto automatico dello straniero: è un percorso che richiede adesione consapevole, impegno, rispetto delle regole comuni. Senza questa pretesa, l’immigrazione diventa strutturalmente ingestibile.
Il Patto UE, scegliendo di non affrontare questo nodo, rinvia il problema anziché risolverlo. Governa i flussi, ma non governa la società. Decide chi entra e chi esce, ma non chiarisce chi può restare in modo stabile e a quali condizioni sostanziali. In questo vuoto, l’unico strumento che resta per chiudere il sistema è il ritorno forzato, non come scelta politica, ma come conseguenza del fallimento dell’integrazione.
La verità, scomoda ma necessaria, è questa: senza integrazione come obbligo, non esiste integrazione reale. Esiste solo una permanenza precaria, tollerata, destinata prima o poi a entrare in conflitto con la tenuta dell’ordinamento. E quando il conflitto emerge, non è più una questione ideologica, ma un problema di governabilità. È allora che il sistema fallisce. Non perché sia troppo severo, ma perché non ha mai avuto il coraggio di essere esigente.
Avv. Fabio Loscerbo
Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36

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