Il caso ICE di Minneapolis e la funzione del controllo dell’immigrazione

Il fatto accaduto a Minneapolis, riportato dalla stampa internazionale, è noto: nel corso di un’operazione di controllo dell’immigrazione, un agente dell’Immigration and Customs Enforcement ha ucciso una donna. La notizia è stata diffusa, tra gli altri, da CNN e può essere letta qui:
https://edition.cnn.com/2026/01/10/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good

Non è questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità individuali o penali, che spetterà alle autorità statunitensi accertare. Il punto che interessa, invece, è la funzione che emerge in modo plastico da quel fatto di cronaca: negli Stati Uniti esiste una polizia dell’immigrazione che opera sul territorio, verifica lo status giuridico delle persone e interviene quando il titolo di soggiorno manca.

Questo dato, spesso rimosso nel dibattito europeo, acquista una particolare rilevanza se messo in relazione con quanto accaduto a Roma, alla stazione Termini. Nella giornata dell’11 gennaio 2026, come riportato dal Corriere della Sera, si sono verificate due gravi aggressioni a distanza di un’ora: un uomo ridotto in fin di vita dopo un pestaggio e un rider ferito poco dopo. L’articolo è disponibile al seguente link:
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_gennaio_11/roma-doppia-aggressione-alla-stazione-termini-un-uomo-in-fin-di-vita-dopo-un-pestaggio-un-rider-ferito-un-ora-dopo-7313a7a7-9a86-42ed-8449-55cef8d50xlk.shtml

Anche in questo caso, non è qui in discussione la qualificazione giuridica dei singoli reati o la responsabilità degli autori materiali. La domanda è un’altra, ed è strutturale: perché luoghi come la stazione Termini sono da anni spazi di irregolarità permanente, marginalità incontrollata e rischio diffuso per la sicurezza pubblica?

La risposta è scomoda, ma difficilmente contestabile: perché lo Stato italiano non esercita in modo effettivo il controllo dello status di soggiorno sul territorio. La funzione esiste sulla carta, nelle norme, nei decreti di espulsione che si accumulano negli archivi amministrativi. Ma nella realtà quotidiana quella funzione non viene esercitata.

Negli Stati Uniti, al contrario, la polizia dell’immigrazione va in giro, ferma, controlla i documenti e, se il titolo manca, interviene. Questo non rende automaticamente il sistema giusto o esente da abusi, ma rende evidente una differenza fondamentale: lì il controllo è una funzione reale, qui è una finzione giuridica.

È in questo senso che va detto, senza ipocrisie, che se a Termini fosse esistita una vera polizia dell’immigrazione, con presenza stabile e competenze dedicate, quei fatti con ogni probabilità non sarebbero accaduti. Non perché una divisa elimini ogni forma di violenza, ma perché il controllo preventivo dello status riduce drasticamente quelle aree grigie in cui l’irregolarità diventa cronica e il conflitto sociale esplode.

La polizia dell’immigrazione, nel paradigma della ReImmigrazione, non è uno strumento repressivo indiscriminato. È un apparato amministrativo-specialistico che serve a verificare se le condizioni di permanenza sussistono: lavoro reale, integrazione effettiva, rispetto delle regole. Quando queste condizioni mancano, la ReImmigrazione non è una punizione, ma l’esito naturale di un patto non rispettato.

Il collegamento tra Minneapolis e Roma non è forzato. In entrambi i casi emerge una stessa verità: il controllo dell’immigrazione produce effetti concreti. Dove esiste, è visibile e suscita dibattito; dove manca, lascia spazio a degrado, violenza e insicurezza, salvo indignarsi a posteriori.

Continuare a rifiutare l’idea di una polizia dell’immigrazione significa accettare che episodi come quelli di Termini si ripetano ciclicamente, trasformandoli ogni volta in emergenze mediatiche. Uno Stato serio, invece, non vive di emergenze: esercita le proprie funzioni sovrane in modo ordinario e responsabile.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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