Il caso Bruxelles e la rinuncia europea alla governabilità demografica

Il dibattito sorto attorno ai dati demografici della Regione di Bruxelles-Capitale è stato spesso affrontato in modo superficiale, oscillando tra allarmismo e negazionismo. Entrambe le posture sono fuorvianti. Il punto non è utilizzare i numeri come slogan, ma comprenderne la struttura, il significato e le implicazioni sistemiche.

Per capire cosa sta accadendo a Bruxelles è necessario, anzitutto, chiarire che cosa misurano realmente i dati ufficiali e che cosa, invece, non misurano.

Le statistiche utilizzate dall’ufficio nazionale belga (Statbel) non fanno riferimento a categorie etniche o culturali, né classificano la popolazione sulla base della cittadinanza attuale. Il criterio centrale è quello dell’“origine”, definita in funzione della prima nazionalità registrata della persona e dei genitori. È sufficiente che uno dei due genitori abbia avuto, alla nascita, una nazionalità diversa da quella belga perché il figlio venga classificato come “di origine non belga”, anche se cittadino belga dalla nascita.

Questo chiarimento è essenziale, perché consente di evitare un equivoco frequente: i dati sull’origine non coincidono con quelli sulla cittadinanza né con quelli sul luogo di nascita. Un minore può essere nato a Bruxelles, avere la cittadinanza belga ed essere comunque classificato come “di origine non belga” ai fini statistici. I numeri, dunque, non descrivono “stranieri” in senso giuridico, ma dinamiche demografiche familiari e generazionali.

Chiarito questo punto, il quadro che emerge per Bruxelles è comunque significativo. Nel complesso della popolazione regionale, la quota di persone con origine esclusivamente belga è nettamente minoritaria rispetto al resto del Paese. Questa tendenza è ancora più marcata nelle fasce d’età più giovani, dove la crescita demografica è trainata quasi interamente da nuclei familiari con background migratorio, in larga parte extra-UE secondo le classificazioni utilizzate.

Il dato, dunque, non va letto come una fotografia “etnica”, ma come un indicatore strutturale di trasformazione generazionale: le nuove coorti che entrano nel sistema scolastico, nel welfare e, domani, nel mercato del lavoro e nella cittadinanza attiva, presentano una composizione profondamente diversa rispetto a quella delle generazioni precedenti.

È a questo punto che la questione smette di essere statistica e diventa politico-istituzionale.

Per decenni, l’Unione Europea ha trattato la demografia come un effetto collaterale delle politiche migratorie, non come una variabile da governare. L’ingresso, la stabilizzazione e il ricongiungimento familiare sono stati considerati passaggi quasi automatici, mentre l’integrazione è rimasta una categoria retorica, raramente tradotta in criteri giuridicamente verificabili.

Il caso Bruxelles mostra le conseguenze di questa impostazione. Quando una trasformazione demografica avviene senza una strategia esplicita di governo, lo Stato perde progressivamente la capacità di orientare i processi di socializzazione. Scuola, servizi sociali e amministrazioni locali non operano più come strumenti di integrazione, ma come apparati di gestione di una pluralità di mondi paralleli.

Qui emerge un punto che in Europa è diventato indicibile: l’integrazione presuppone una cornice maggioritaria stabile. Non in senso etnico o identitario, ma funzionale. L’integrazione è un processo asimmetrico: qualcuno entra in un sistema di regole, valori e istituzioni già definito. Se questa asimmetria viene meno, se il riferimento normativo e culturale dello Stato diventa minoritario nei territori chiave, il processo si blocca. Non perché fallisca, ma perché perde il suo presupposto.

L’errore europeo è stato quello di rimuovere questa evidenza, trasformando l’integrazione in un concetto moralistico, privo di condizioni e privo di conseguenze. In questo quadro, l’idea stessa che lo Stato possa distinguere tra percorsi riusciti e percorsi non riusciti è stata espunta dal discorso pubblico.

È esattamente qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione trova il suo fondamento razionale. Non come risposta emotiva, ma come ricostruzione di una funzione ordinaria dello Stato. L’integrazione non può essere presunta; deve essere verificata nel tempo. Dove produce adesione al patto civico, rispetto delle regole e partecipazione, la permanenza si consolida. Dove questi elementi mancano in modo strutturale, il ritorno deve tornare a essere una possibilità giuridica normale, regolata e non stigmatizzata.

Il caso Bruxelles non dimostra una “sostituzione” nel senso propagandistico del termine. Dimostra qualcosa di più rilevante: la rinuncia europea a governare la demografia come fatto politico. Ignorare questa rinuncia significa accettare che il cambiamento avvenga senza criteri, senza limiti e senza strumenti correttivi. In altre parole, significa accettare che lo Stato rinunci a orientare il proprio futuro.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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