C’è un errore di fondo, mai corretto e anzi progressivamente aggravato, che segna tutta la gestione europea del fenomeno migratorio: l’Unione europea ha costruito un sistema di integrazione senza aver mai chiarito, in modo politico e giuridicamente vincolante, chi abbia titolo a restare sul territorio europeo.
È un errore originario, perché viene prima di ogni singola scelta normativa, prima dei fondi, dei programmi, dei piani d’azione e delle riforme procedurali. Ed è un errore che continua a produrre effetti distorsivi, come dimostra anche il recente dossier OCSE sull’andamento delle politiche migratorie e di integrazione.
Nel linguaggio delle istituzioni europee – e degli organismi che ne condividono l’impostazione, come l’OCSE – l’integrazione è diventata una sorta di processo permanente, qualcosa che si avvia automaticamente con l’ingresso sul territorio e che, una volta avviato, tende a legittimare la permanenza stessa. Il punto, però, è che l’Unione europea non ha mai compiuto l’atto preliminare essenziale: decidere chi può restare e chi no, sulla base di criteri chiari, verificabili e soprattutto reversibili.
Il dossier OCSE 2025 lo conferma in modo quasi paradigmatico. L’integrazione viene presentata come un obiettivo in sé, come un investimento economico e sociale, come uno strumento per rispondere alle esigenze dei mercati del lavoro e all’invecchiamento demografico. Ma ciò che manca, sistematicamente, è il collegamento tra integrazione e legittimità della permanenza. L’integrazione viene misurata, accompagnata, finanziata, monitorata, ma non viene mai utilizzata come criterio selettivo. Non esiste, nel modello descritto dal dossier, un momento in cui si dica apertamente: se l’integrazione non riesce, la permanenza deve cessare.
È qui che emerge la contraddizione insanabile con il paradigma Integrazione o ReImmigrazione. In quel paradigma l’integrazione non è una promessa indefinita né un processo unilaterale, ma un dovere sostanziale, che riguarda il lavoro, la lingua, il rispetto delle regole e la convivenza con la comunità ospitante. Ed è un dovere che ha una conseguenza: chi non si integra non può restare. Senza questa conseguenza, l’integrazione perde ogni forza normativa e diventa una formula retorica.
L’Unione europea, invece, ha scelto un’altra strada. Ha preferito parlare di inclusione, accompagnamento, partecipazione, senza mai affrontare il nodo della selezione. Il risultato è un sistema che integra senza decidere, che accoglie senza delimitare, che gestisce senza governare. Il dossier OCSE fotografa perfettamente questa impostazione quando descrive politiche di integrazione sempre più sofisticate, digitalizzate, orientate al lavoro, ma del tutto sganciate da una valutazione politica del diritto a restare.
Ancora più significativo è il modo in cui il dossier tratta il tema dei ritorni. I rimpatri e le politiche di ritorno vengono collocati in un ambito separato, quasi residuale, legato all’irregolarità formale o al rigetto delle domande di protezione. Non vengono mai concepiti come l’esito fisiologico di un fallimento dell’integrazione. Questo significa, in concreto, che una persona può rimanere per anni all’interno dei sistemi di accoglienza e integrazione europei senza mai essere realmente integrata, senza mai essere messa di fronte a una scelta chiara, senza mai uscire dal sistema.
È qui che si manifesta l’errore originario dell’Unione europea: aver rimosso il concetto di limite. Nel modello europeo non esiste un “punto di arresto” dell’integrazione, non esiste un momento in cui lo Stato – o l’Unione – dica che il percorso non ha funzionato e che, di conseguenza, la permanenza non è più giustificata. Tutto viene rinviato, prorogato, assorbito in nuove misure, nuovi programmi, nuove regolarizzazioni di fatto o di diritto.
Il dossier OCSE, pur nella sua pretesa neutralità tecnica, diventa così uno specchio fedele di questo fallimento politico. Mostra un’Europa capace di analizzare dati, costruire indicatori, finanziare progetti, ma incapace di assumersi la responsabilità fondamentale di ogni politica migratoria: decidere chi fa parte della comunità e chi no. Senza questa decisione, l’integrazione resta un processo vuoto, e la società ospitante viene privata di ogni certezza.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce esattamente per colmare questo vuoto. Non nega l’integrazione, ma la restituisce al suo significato autentico: non un diritto automatico, bensì una condizione. E soprattutto ricolloca la ReImmigrazione non come una sconfitta, ma come una componente strutturale di un sistema serio, credibile e sostenibile.
Finché l’Unione europea continuerà a integrare senza decidere chi può restare, continuerà a produrre disordine normativo, conflitto sociale e sfiducia democratica. Il dossier OCSE 2025 lo dimostra involontariamente: senza il coraggio della decisione, la gestione non basta.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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