Milano, un quindicenne accoltellato e il fallimento dell’integrazione delle seconde generazioni


Il recente episodio avvenuto a Milano, che ha visto un quindicenne accoltellato nel contesto di una rapina (Milano, quindicenne accoltellato dopo aver difeso un amico da rapina | Sky TG24 https://share.google/UJoujZXTtbqDZUJG0) , non può essere archiviato come un fatto di cronaca isolato. Esso assume rilievo in quanto indice di una criticità strutturale, riconducibile al fallimento dell’attuale modello di integrazione, in particolare con riferimento alle seconde generazioni.

Sul piano giuridico-istituzionale, l’integrazione non è un fenomeno sociologico spontaneo, né un esito automatico della crescita sul territorio nazionale. Essa costituisce un processo normativamente orientato, che presuppone l’effettiva adesione ai valori costituzionali, il rispetto delle regole dell’ordinamento e l’assunzione di doveri civici verificabili. L’assenza di tali presupposti determina una frattura tra appartenenza formale e integrazione sostanziale.

Il coinvolgimento di minori rappresenta un elemento particolarmente significativo. Quando la violenza emerge in età adolescenziale, viene meno la funzione ordinatrice delle istituzioni deputate alla trasmissione delle regole – famiglia, scuola, contesto sociale – e si manifesta una crisi del modello di inclusione, non un semplice problema repressivo. In termini di sistema, ciò segnala un deficit di governabilità.

La lettura esclusivamente fondata sull’emarginazione socio-economica appare, a questo punto, insufficiente. Pur potendo costituire un fattore di contesto, l’emarginazione non spiega né giustifica condotte incompatibili con l’ordinamento. Dal punto di vista giuridico, la vulnerabilità non sospende l’obbligo di conformarsi alle regole, né può tradursi in una neutralizzazione permanente della responsabilità.

È in questo quadro che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non si tratta di una contrapposizione ideologica, ma di una impostazione funzionale: l’integrazione deve essere intesa come obbligo reciproco, fondato su parametri chiari, controllabili e, in caso di insuccesso, suscettibili di conseguenze giuridiche. Quando tali parametri non vengono rispettati, l’ordinamento deve prevedere strumenti alternativi coerenti, inclusi percorsi di rientro nel Paese di origine, nel rispetto delle garanzie fondamentali.

Il caso di Milano dimostra che l’attuale approccio, fondato su un’idea di integrazione automatica e priva di obblighi effettivi, non è più sostenibile. In assenza di un cambio di paradigma, episodi di violenza urbana tenderanno a moltiplicarsi, trasformandosi da eccezioni a elementi strutturali del contesto urbano.

La questione, dunque, non è emotiva né contingente. È una questione di architettura dell’ordinamento e di capacità dello Stato di governare i processi sociali complessi. Ignorare il fallimento dell’integrazione equivale a rinunciare preventivamente alla sicurezza giuridica e alla coesione sociale.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

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