Maranza, baby gang, seconde generazioni: smettiamola con le etichette. Cominciamo con gli obblighi

Nel dibattito pubblico italiano degli ultimi mesi, termini come “maranza”, “baby gang” e “seconde generazioni” vengono utilizzati in modo confuso, emotivo e spesso ideologico. Le parole diventano rifugi: servono a non affrontare il nodo reale.
Il confronto oscilla tra la minimizzazione sociologica del problema e l’allarmismo identitario. In mezzo, quasi assente, resta l’unico terreno serio su cui dovrebbe poggiare qualsiasi politica pubblica: l’effettività dell’integrazione come obbligo giuridico e sociale.

1. Quando la spiegazione diventa una giustificazione implicita

Una parte rilevante della narrazione mediatica tende a leggere la violenza giovanile come conseguenza diretta di una presunta “identità negata” delle seconde generazioni. È un’impostazione che emerge chiaramente anche nel servizio RaiNews dedicato ai reati dei minori, dove la risposta viene ricondotta prevalentemente a percorsi di ascolto, inclusione e sostegno educativo.

Articolo di riferimento:
https://www.rainews.it/amp/tgr/marche/articoli/2026/01/reati-dei-minori-il-dibattito-tra-sicurezza-e-soluzioni-7307f589-4dfe-485c-a437-0ffb16003a91.html

Il problema non è riconoscere l’esistenza di fattori sociali complessi. Il problema è trasformare l’analisi delle cause in una sospensione della responsabilità.
Uno Stato di diritto non può accettare che la violenza venga spiegata come reazione identitaria. Le regole non sono negoziabili: sono il presupposto della convivenza.

2. Il depotenziamento semantico del problema

Un secondo filone insiste sul fatto che espressioni come baby gang non abbiano una definizione giuridica. È una tesi sostenuta da Facta e ripresa dal Fatto Quotidiano.

Riferimenti:
https://www.facta.news/articoli/miti-baby-gang-italia
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/31/non-odio-litalia-odio-essere-guardato-come-un-criminale-viaggio-tra-le-seconde-generazioni-di-milano-il-procuratore-per-loro-e-piu-dura-si-scontrano-con-la-disillusione/8096824/

L’osservazione è formalmente corretta ma sostanzialmente fuorviante. Il diritto interviene sui comportamenti, non sulle etichette. La violenza di gruppo, anche se non tipizzata mediaticamente, è un fatto giuridicamente rilevante.

3. Integrazione come obbligo, non come percezione

Il cuore del problema sta qui. L’integrazione viene spesso evocata come processo spontaneo, quasi emotivo. In realtà, dal punto di vista giuridico e istituzionale, l’integrazione è un insieme di doveri progressivi: rispetto delle regole, adesione al percorso scolastico, riconoscimento dell’autorità pubblica, convivenza civile.

Senza questo presupposto, ogni discorso su diritti, appartenenza e cittadinanza è privo di fondamento.

4. Cittadinanza e appartenenza: l’errore della scorciatoia

Una parte del dibattito culturale tende a presentare la cittadinanza come risposta identitaria al disagio delle seconde generazioni, come emerge anche dall’intervista pubblicata da Altreconomia.

Link:
https://altreconomia.it/appartengo-a-qui-o-a-dove-le-seconde-generazioni-in-italia-allo-specchio/

Ma la cittadinanza non è una terapia. È l’esito finale di un percorso riuscito, non lo strumento per compensarne il fallimento.

5. Né negazione né allarmismo

Le ricostruzioni emergenziali, come quelle pubblicate da Panorama o da La Firenze che Vorrei, hanno il merito di riconoscere l’esistenza del problema, ma rischiano di scivolare nella generalizzazione.

Riferimenti:
https://www.panorama.it/attualita/cronaca/maranza-litalia-sotto-assedio-dalle-periferie-ai-centri-storici
https://lafirenzechevorrei.it/focus-lfcv-il-fenomeno-maranza-tra-subcultura-giovanile-microcriminalita-e-polarizzazione-ideologica/

Il fenomeno va governato, non urlato.

6. Come il paradigma Integrazione o ReImmigrazione affronta e risolve il fenomeno

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, se applicato correttamente, consente di affrontare il fenomeno della violenza giovanile senza ambiguità e senza scorciatoie ideologiche, riportando l’azione pubblica su un terreno di responsabilità, verifica e conseguenze.

Primo: chiarisce le condizioni di permanenza.
Chi vive in Italia – anche se minorenne – è inserito in un percorso che non è neutro: la permanenza nel territorio è subordinata al rispetto delle regole fondamentali della convivenza. Questo messaggio, oggi spesso taciuto, è decisivo sul piano preventivo.

Secondo: trasforma l’integrazione in un percorso verificabile.
Scuola, formazione, percorsi educativi e misure alternative alla detenzione non sono più strumenti “riparativi” sganciati dal contesto, ma indicatori concreti di adesione al patto sociale. La frequenza scolastica reale, l’assenza di recidiva, il rispetto delle prescrizioni diventano parametri di valutazione dell’integrazione.

Terzo: introduce conseguenze certe in caso di fallimento.
Quando il percorso di integrazione fallisce in modo reiterato e strutturale, lo Stato deve avere strumenti chiari per intervenire. La ReImmigrazione non è una sanzione simbolica, ma la conseguenza giuridica del mancato rispetto delle condizioni di permanenza, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.

Quarto: rafforza l’autorità dello Stato senza criminalizzare l’origine.
Il paradigma non colpisce l’identità, l’etnia o la provenienza. Colpisce la condotta. In questo modo evita sia la deresponsabilizzazione sociologica sia la generalizzazione securitaria, restituendo allo Stato una funzione ordinatrice e credibile.

Quinto: ricompone sicurezza e integrazione.
Sicurezza e integrazione cessano di essere termini contrapposti. La sicurezza diventa la condizione dell’integrazione, e l’integrazione riuscita diventa il presupposto della stabilità sociale. È un modello coerente con la tradizione giuridica europea e con il principio di responsabilità individuale.

In questa prospettiva, il fenomeno oggi etichettato come “maranza” non viene né negato né demonizzato, ma ricondotto a una categoria governabile: quella dell’integrazione riuscita o fallita. E ciò che è governabile può essere risolto.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Foro di Bologna
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea

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