La Francia è storicamente il laboratorio europeo dell’integrazione repubblicana. Laicità, uguaglianza formale, primato della legge: per decenni questi principi hanno costituito l’ossatura di un modello che chiedeva a chi entrava nello spazio pubblico francese di aderire a un quadro normativo comune, indipendentemente dall’origine culturale o religiosa. Oggi, però, quel modello appare sempre più incrinato. Non per un’improvvisa mancanza di norme, ma per una scelta politica che tende a svuotarle di contenuto vincolante.
Il dibattito contemporaneo sull’integrazione in Francia non ruota più attorno a come rendere effettiva l’adesione alle regole comuni, bensì a se sia legittimo pretendere tale adesione. È uno spostamento silenzioso ma decisivo. La legge, da fondamento della convivenza, diventa un fattore negoziabile; l’integrazione, da dovere reciproco, si trasforma in un diritto asimmetrico.
In questo contesto si collocano le prese di posizione di una parte significativa della sinistra radicale francese, di cui è espressione il deputato Carlos Martens Bilongo. Le sue dichiarazioni, pur variamente articolate, condividono una premessa costante: lo Stato repubblicano non sarebbe un arbitro neutrale, ma un dispositivo storicamente “dominante” che impone norme maggioritarie a soggetti minoritari. Da qui la diffidenza verso l’idea stessa di obbligo integrativo e la preferenza per un approccio fondato sul riconoscimento identitario.
Il punto non è la legittimità del riconoscimento in sé. Ogni Stato democratico riconosce diritti e pluralità. Il problema sorge quando il riconoscimento sostituisce la regola. In questa prospettiva, l’integrazione non è più intesa come adesione a un ordine giuridico comune, ma come richiesta allo Stato di adattarsi a pratiche, sensibilità e codici culturali differenti. La norma arretra, la cultura avanza; il limite viene percepito come una forma di violenza simbolica.
È qui che la Francia entra in conflitto con sé stessa. Il modello repubblicano classico presupponeva che l’uguaglianza fosse garantita proprio dall’universalità della legge. Indebolire la legge in nome della differenza significa, paradossalmente, indebolire l’eguaglianza. Se le regole diventano flessibili a seconda dell’appartenenza, lo Stato smette di essere uguale per tutti e si trasforma in un mediatore permanente tra comunità.
Questo slittamento ha conseguenze concrete. Un’integrazione senza obblighi non produce coesione, ma frammentazione. Non costruisce appartenenza, ma parallelismi. Non responsabilizza, ma deresponsabilizza. Quando lo Stato rinuncia a fissare standard chiari di comportamento, il messaggio implicito è che l’adesione alle regole comuni sia opzionale, reversibile, negoziabile. È una rinuncia che si paga nel medio periodo, sul piano della fiducia istituzionale e della tenuta sociale.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio dalla constatazione di questo cortocircuito. L’integrazione non può essere un processo unilaterale, in cui lo Stato concede diritti senza pretendere doveri. Deve essere un patto giuridico esigente: chi accetta le regole resta, chi le rifiuta si colloca fuori da quel patto. In quest’ottica, la ReImmigrazione non è una sanzione morale, ma una funzione ordinaria dello Stato di diritto, l’esito logico quando l’integrazione fallisce in modo strutturale.
Le posizioni che, come quelle di Bilongo, mettono in discussione la legittimità stessa di pretendere l’adesione a regole comuni finiscono per svuotare l’integrazione di ogni contenuto normativo. Non propongono una riforma del modello, ma una sua dissoluzione. È una scelta politica legittima, ma incompatibile con uno Stato che voglia restare tale. Perché uno Stato che non esige, non integra; gestisce.
La Francia, oggi, si trova davanti a un bivio che riguarda l’intera Europa. Continuare sulla strada dell’integrazione senza obblighi significa accettare uno Stato progressivamente indebolito, incapace di definire i confini della convivenza. Tornare a un’integrazione esigente, fondata su regole comuni e responsabilità individuali, significa invece riaffermare la centralità del diritto come strumento di coesione. Non è una scelta ideologica, ma una scelta di sopravvivenza istituzionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

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