Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Questo podcast nasce da una constatazione semplice, ma spesso rimossa dal dibattito pubblico: l’immigrazione è uno dei pochi ambiti nei quali lo Stato ha progressivamente rinunciato a governare in modo coerente ciò che formalmente continua a disciplinare con norme, procedure e apparati amministrativi. Si legifera molto, si discute moltissimo, ma si governa poco. E quando il governo del fenomeno viene meno, lo spazio viene occupato dall’emergenza permanente, dalla retorica e dalla conflittualità ideologica.
“Integrazione o ReImmigrazione” non è uno slogan e non è una provocazione. È una chiave di lettura giuridica e istituzionale. È l’idea che l’immigrazione non possa essere lasciata né al caso né al tempo, né al solo mercato del lavoro, né a una presunta integrazione automatica che si realizzerebbe da sé con il semplice trascorrere degli anni. L’immigrazione è, prima di tutto, un rapporto giuridico tra lo straniero e lo Stato. E come ogni rapporto giuridico serio, ha un inizio, delle condizioni, delle verifiche e anche una possibile conclusione.
Negli ultimi decenni si è affermata, in modo quasi inconsapevole, una visione riduttiva dell’immigrazione come funzione economica. Lo straniero entra, lavora, resta. Il lavoro diventa il surrogato del diritto. Il tempo diventa il surrogato della legittimazione. Ma questo schema, apparentemente rassicurante, ha prodotto un effetto perverso: ha svuotato lo Stato della capacità di valutare, controllare e decidere. Ha trasformato la permanenza in una conseguenza automatica e l’integrazione in una promessa mai verificata.
Questo podcast parte da una prospettiva diversa, più tradizionale se vogliamo, ma anche più solida. Lo Stato non è un soggetto che assiste passivamente i processi sociali, né un mero esecutore delle dinamiche economiche. Lo Stato è titolare di una funzione di governo. Governare non significa reprimere, ma decidere. Significa stabilire chi può entrare, a quali condizioni può restare, e cosa accade quando quelle condizioni non vengono rispettate o non si realizzano.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si fonda proprio su questo equilibrio. Da un lato, l’integrazione come percorso serio, esigente, fondato su lavoro, lingua, rispetto delle regole e responsabilità individuale. Dall’altro, la ReImmigrazione come esito fisiologico e legittimo del sistema, quando l’integrazione non si realizza o viene rifiutata. Non come punizione, non come stigma, ma come conseguenza giuridica coerente.
In queste puntate non troverai un racconto emergenziale dell’immigrazione, né una difesa ideologica dell’accoglienza incondizionata, né una narrazione securitaria fine a se stessa. Troverai invece un ragionamento che prova a rimettere ordine, a ricostruire un sistema, a spiegare perché senza regole applicate e senza capacità di dire anche dei no, lo Stato perde credibilità, e con essa perde anche la capacità di integrare davvero chi ha titolo per restare.
Questo primo episodio serve proprio a chiarire il punto di partenza. Prima ancora di parlare di asilo, di protezione, di rimpatri o di sicurezza, bisogna recuperare una verità di fondo: l’immigrazione non è un fatto naturale, ma una scelta regolata. E se lo Stato rinuncia a governarla fino in fondo, non produce più integrazione, ma solo permanenze irrisolte, conflitti latenti e disordine giuridico.
Da qui comincia questo percorso. Dall’idea al sistema. Dalla necessità di tornare a pensare l’immigrazione non come un destino, ma come una responsabilità condivisa, dello Stato e dello straniero.
Nel prossimo episodio entreremo nel cuore del primo grande equivoco contemporaneo: l’immigrazione come funzione economica e il mito secondo cui il mercato, da solo, sarebbe in grado di integrare.
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