C’è un paradosso che attraversa ormai stabilmente il diritto dell’immigrazione e che raramente viene detto in modo netto: lo Stato pretende integrazione, ma spesso è il primo a renderla giuridicamente impossibile.
Non per una scelta politica dichiarata, ma per una disfunzione amministrativa strutturale.
È una contraddizione che mina alla radice la credibilità delle regole e produce esattamente ciò che, a parole, si vorrebbe evitare: irregolarità, marginalità, conflitto sociale.
Il discorso pubblico sull’integrazione è stato progressivamente svuotato di contenuto giuridico e ridotto a formula morale. Si chiede allo straniero di integrarsi, di lavorare, di rispettare le regole, di dimostrare affidabilità sociale. Ma tutto questo presuppone una condizione preliminare che viene sistematicamente ignorata: l’esistenza di procedure amministrative funzionanti, accessibili e prevedibili. Senza questo presupposto, l’integrazione non è un dovere esigibile, ma una finzione retorica.
Nella prassi accade l’opposto. Procedure di rinnovo che non vengono calendarizzate, istanze che restano prive di risposta per mesi o anni, sistemi informatici che non comunicano tra loro, titoli di soggiorno che perdono efficacia per il solo decorso del tempo senza che l’interessato abbia alcuna possibilità di incidere sul procedimento.
In questo scenario, l’irregolarità non è il frutto di una scelta individuale, ma un effetto indotto dall’amministrazione. È una irregolarità prodotta dallo Stato.
Qui si innesta il nodo centrale del paradigma Integrazione o ReImmigrazione: la legalità non può essere selettiva. O le regole funzionano per tutti, oppure cessano di essere regole e diventano strumenti di arbitrio. Non si può pretendere integrazione in assenza di un quadro procedurale che consenta la regolarità del soggiorno, l’accesso al lavoro lecito, la tracciabilità giuridica delle persone presenti sul territorio.
La burocrazia inefficiente non è un problema tecnico: è un fattore diretto di disgregazione sociale.
Il risultato è evidente. Soggetti formalmente “non integrati” che in realtà lavorano, parlano la lingua, hanno relazioni familiari e sociali consolidate, ma sono sospinti ai margini da procedimenti amministrativi paralizzati.
Al tempo stesso, l’assenza di risposte amministrative impedisce di distinguere chi non vuole integrarsi da chi non può farlo per cause indipendenti dalla propria volontà.
In questo vuoto procedurale, anche la selezione perde legittimità.
In una visione ordinata e tradizionale dello Stato di diritto, questo è inaccettabile. La funzione dell’amministrazione non è creare zone grigie, ma garantire certezza.
La certezza del diritto è il presupposto tanto dell’integrazione quanto della ReImmigrazione. Solo se le procedure funzionano è possibile pretendere responsabilità individuale; solo se le regole sono applicabili è legittimo farle rispettare; solo se l’apparato pubblico è efficiente si può affermare, senza ipocrisie, che chi non si integra deve tornare nel proprio Paese.
La ReImmigrazione non è una scorciatoia ideologica, ma una proposta sistemica. Non nega l’integrazione: la rende giuridicamente esigibile. Non giustifica l’irregolarità: la combatte rimuovendone le cause amministrative.
Dire che le regole devono funzionare per tutti non è uno slogan, ma la condizione minima perché lo Stato smetta di sabotare se stesso.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Lobbista
Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36

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