L’Europa contemporanea si muove dentro un paradosso che raramente viene esplicitato: pretende coesione sociale rinunciando a definire l’appartenenza.
Nel lessico istituzionale europeo, la cittadinanza è diventata una nozione neutra, quasi tecnica, mentre l’integrazione è stata trasformata in un processo presunto, dato per acquisito, sottratto a qualsiasi verifica sostanziale.
È qui che prende forma il fallimento dell’integrazione automatica, uno dei dogmi non dichiarati dell’Europa post-nazionale.
L’idea di fondo è semplice quanto fragile: la permanenza nel territorio, accompagnata da un minimo rispetto formale delle regole, produrrebbe nel tempo integrazione e, come suo naturale sbocco, appartenenza.
In questa prospettiva, lo Stato non deve più chiedere, orientare o selezionare. Deve solo amministrare. L’integrazione diventa una variabile temporale, non un percorso politico e sociale. Ma la storia europea, giuridica prima ancora che culturale, dimostra che l’appartenenza non è mai stata un fatto spontaneo.
Il modello post-nazionale ha progressivamente rimosso il nesso tra doveri e diritti, tra integrazione e cittadinanza.
La cittadinanza, svincolata dall’idea di adesione a una comunità di valori, viene ridotta a un esito procedurale, spesso percepito come automatico o dovuto. In questo modo, non è più la cittadinanza a orientare l’integrazione, ma l’integrazione – o ciò che ne resta – a essere marginalizzata, resa irrilevante, quando non puramente simbolica.
Il risultato è una cittadinanza debole, incapace di svolgere la sua funzione storica: creare legame sociale, responsabilità reciproca, identificazione con l’ordinamento. Quando l’integrazione non è richiesta, verificata e pretesa, la cittadinanza non unisce, ma divide. Non costruisce comunità, ma stratifica presenze.
L’Europa, rinunciando a definire criteri chiari di appartenenza, ha scelto di non scegliere. E questa non-scelta ha un costo politico elevato.
Il fallimento dell’integrazione automatica emerge proprio nei contesti in cui lo Stato abdica al proprio ruolo ordinatore. L’assenza di aspettative chiare produce integrazione selettiva, diseguale, spesso conflittuale. Chi si integra realmente non viene distinto da chi rifiuta ogni percorso di adesione. Tutto viene appiattito sul piano della regolarità formale.
Ma una comunità politica non si regge sulla mera legalità amministrativa: si regge su un patto implicito di appartenenza.
È in questa frattura che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione trova la sua ragion d’essere. Non come ritorno a logiche identitarie chiuse, ma come recupero di un principio elementare: la permanenza stabile e, ancor più, la cittadinanza, devono essere conseguenza di un’integrazione reale, dimostrabile, verificabile.
Dove questo percorso esiste, lo Stato deve riconoscerlo e valorizzarlo. Dove manca, o viene apertamente rifiutato, la permanenza perde il suo fondamento politico.
L’Europa post-nazionale ha creduto di poter sostituire l’idea di appartenenza con la gestione dei flussi. Ha scambiato la neutralità per equità e l’automatismo per inclusione. Oggi ne paga il prezzo: una cittadinanza svuotata, un’integrazione fragile, una crescente distanza tra istituzioni e società.
Ricostruire il nesso tra integrazione e cittadinanza non è una scelta ideologica, ma una necessità strutturale. Senza questo passaggio, l’Europa resterà prigioniera di un modello che amministra il presente, ma rinuncia a governare il futuro.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato – Lobbista UE
Registro per la Trasparenza dell’Unione europea
ID 280782895721-36

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