Il tabù della sicurezza: come l’antirazzismo impedisce all’Italia di governare l’immigrazione

In Italia continua a ripetersi la stessa dinamica: ogni volta che si tenta di discutere seriamente del rapporto tra immigrazione e sicurezza, il dibattito viene deviato dal piano dei fatti a quello delle intenzioni morali.

Non importa quali dati si portino, quali criticità emergano nei territori, quali effetti concreti abbiano i flussi migratori sulle comunità locali. Importa solo chi osa porre la questione.

È il modo più rapido per neutralizzare un confronto scomodo: trasformare il tema sicurezza in un sospetto etico.

Questa distorsione non è teorica. Negli ultimi mesi una serie di dichiarazioni pubbliche lo ha reso evidente.

In un’intervista pubblicata da Left il 10 ottobre 2025 (link: https://left.it/2025/10/10/antonella-bundu-la-sicurezza-non-si-costruisce-con-le-telecamere-ma-con-il-welfare/), viene sostenuta una posizione che ricorre spesso nel discorso pubblico: l’idea che la sicurezza non debba essere affrontata attraverso strumenti di controllo, ma esclusivamente tramite politiche di welfare. È un’impostazione che tende a trasformare qualsiasi riferimento ai temi dell’ordine pubblico in un potenziale segnale di ostilità verso gli immigrati, come se prendere atto delle criticità fosse di per sé una forma di discriminazione.

Una cornice culturale affine emerge anche da un intervento televisivo trasmesso da La7 il 15 ottobre 2025 (link: https://www.la7.it/laria-che-tira/video/toscana-rossa-parla-antonella-bundu-smantellare-la-bianchezza-vuol-dire-decostruire-il-razzismo-non-15-10-2025-615701), in cui si ricorre a categorie identitarie come la “bianchezza” per interpretare i rapporti sociali contemporanei. Anche in questo caso, ciò che conta non è la persona che parla, ma la struttura del discorso: un linguaggio fortemente simbolico che tende a relegare la sicurezza a un problema narrativo, più che a un ambito di policy da affrontare con strumenti concreti.

Il risultato è sempre lo stesso: la sicurezza diventa un tabù. Qualsiasi osservazione sulle criticità viene percepita come un cedimento alla retorica dell’allarme, e ogni tentativo di distinguere tra integrazione riuscita e integrazione fallita viene immediatamente spostato sul piano morale.

È una paralisi culturale che impedisce di vedere ciò che accade realmente nei territori. Se un quartiere vive un aumento della microcriminalità, descriverlo come un problema non è razzismo: è responsabilità. Se alcuni percorsi migratori non funzionano perché manca l’integrazione, dirlo non è ostilità: è la premessa necessaria per intervenire.

L’Italia paga ogni giorno il prezzo di questa rimozione. Tutto ciò che ha a che fare con il controllo, la valutazione, il rispetto delle regole e la gestione operativa dei flussi viene percepito come “tema di destra”, mentre tutto ciò che richiama inclusione e welfare viene presentato come automaticamente progressista. È una divisione artificiale che produce politiche deboli e incapaci di rispondere alla complessità del fenomeno migratorio.

È esattamente in questo contesto che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume un significato politico e culturale concreto.

Questo modello non si fonda sulla contrapposizione identitaria, ma su un principio elementare: chi entra in Italia deve intraprendere un percorso di integrazione verificabile, fondato su lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle norme. Quando questo percorso funziona, la permanenza è naturale; quando fallisce, non può trasformarsi in un diritto automatico. È un principio di coerenza istituzionale, non un riflesso ideologico.

A differenza delle letture simboliche o moralistiche, “Integrazione o ReImmigrazione” propone un impianto di governo basato sulla misurazione, sulla responsabilità individuale e sulla trasparenza delle decisioni.

Restituisce allo Stato la capacità di distinguere, di premiare i percorsi virtuosi e di intervenire quando il patto sociale viene disatteso. Ed è proprio questa capacità che spesso manca quando il dibattito viene schiacciato sulla categoria del razzismo, trasformando l’analisi dei problemi in un terreno proibito.

Citare le posizioni presenti nello spazio pubblico non significa alimentare conflitti personali. Significa riconoscere quali cornici culturali stanno limitando la possibilità stessa di affrontare il tema sicurezza in modo adulto. E senza un confronto adulto non esiste una politica migratoria credibile.

L’Italia non può continuare a muoversi tra rimozioni e slogan. Ha bisogno di recuperare il coraggio della realtà: analizzare i dati, osservare i territori, distinguere tra integrazione e non integrazione. Solo così potrà costruire un modello solido, equilibrato, capace di garantire diritti ma anche doveri.

Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista (ID EU Transparency Register: 280782895721-36)

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