Negli ultimi mesi, anche grazie a trasmissioni televisive come Fuori dal Coro, si è iniziato a parlare con maggiore frequenza del tema della remigrazione.
Un concetto che, a prescindere dalla forma linguistica – remigrazione o ReImmigrazione – rappresenta un punto di svolta nel dibattito sull’immigrazione, ma che rischia di restare privo di significato se non è accompagnato da un cambio di paradigma.
La remigrazione fine a se stessa è un’idea sterile. Rimandare nel Paese d’origine chi è entrato illegalmente o chi commette reati può sembrare un atto di giustizia, ma diventa un gesto vuoto se non si comprende perché l’integrazione non è avvenuta.
La remigrazione, intesa come semplice misura di allontanamento o di espulsione, agisce solo sul sintomo del problema: interviene dopo, quando il fallimento è già avvenuto, senza affrontarne le cause. La ReImmigrazione, invece, rappresenta un paradigma diverso. Non è una reazione repressiva, ma l’esito finale di un processo regolato e consapevole, che presuppone l’esistenza di un percorso di integrazione effettivo, valutato e sostenuto nel tempo. È la conclusione logica di un sistema che prima offre strumenti per integrarsi – attraverso lavoro, lingua e rispetto delle regole – e solo in caso di rifiuto o inadempienza prevede il rientro nel Paese d’origine. La ReImmigrazione non nasce da una logica di esclusione, ma da una logica di responsabilità: dove la remigrazione si limita a espellere, la ReImmigrazione valuta, accompagna e, solo se necessario, conclude.
Ma il limite più evidente del concetto di remigrazione è che non affronta il problema delle seconde generazioni. Un sistema che si limita a espellere chi è irregolare o deviante non tiene conto di chi cresce in Italia senza un vero percorso di integrazione. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” supera questa visione riduttiva, perché presuppone l’assolvimento di un dovere di integrazione che grava innanzitutto sui genitori e che, inevitabilmente, produce effetti sui figli. Solo genitori integrati possono trasmettere ai propri figli la lingua, i valori e il rispetto delle regole del Paese in cui vivono.
Serve un sistema che sappia distinguere chi vuole far parte della comunità da chi la rifiuta, fondato su tre pilastri concreti: lavoro, lingua e legalità. Senza questa base, ogni discussione sulla remigrazione resta puramente ideologica.
Parlare di ReImmigrazione significa proporre un modello europeo fondato sulla responsabilità reciproca:non una chiusura verso l’altro, ma una selezione consapevole basata sull’impegno e sull’appartenenza.
A differenza della remigrazione, che si limita a gestire l’esito di un fallimento, la ReImmigrazione offre un approccio più completo e strutturato, capace di prevenire il fallimento dell’integrazione prima che si trasformi in esclusione.
Non è soltanto la fine di un percorso, ma un principio di ordine e coerenza sociale, che unisce politiche di inclusione, percorsi di responsabilizzazione e, se necessario, procedure di rientro. Solo così la remigrazione può diventare una componente equilibrata di una strategia più ampia, e non una semplice reazione emotiva o amministrativa.
Avv. Fabio Loscerbo – lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36
La Sentenza numero 9812 del 24 ottobre 2025 del Tribunale di Bologna rappresenta un nuovo passo nel processo di trasformazione del diritto dell’immigrazione italiano. Con il riconoscimento del diritto alla protezione complementare, il giudice riafferma che il radicamento sociale, lavorativo e linguistico del cittadino straniero costituisce un valore giuridico in sé: non un semplice indice di integrazione, ma la condizione che impedisce uno sradicamento contrario alla dignità della persona.
Questa impostazione consolida la funzione della protezione complementare come laboratorio di sperimentazione del paradigma europeo “Integrazione o ReImmigrazione”. L’idea di fondo è chiara: l’integrazione non può essere solo dichiarata, ma deve essere verificabile, concreta e continuativa.
Il lavoro, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole e i legami sociali diventano criteri misurabili che distinguono chi partecipa alla vita comunitaria da chi non ha intrapreso alcun percorso di appartenenza.
In questa prospettiva, la giurisprudenza bolognese non crea nuovi diritti, ma traduce in termini giuridici un principio politico e culturale: la tutela deve premiare la responsabilità individuale. Chi contribuisce, resta. Chi rifiuta il percorso di integrazione, rientra.
È un equilibrio che unisce il rispetto della persona all’esigenza di ordine e coesione sociale.
La protezione complementare assume così il ruolo di motore evolutivo del paradigma, perché è nel suo ambito che il diritto sperimenta una nuova grammatica: quella che unisce libertà e dovere, accoglienza e verifica, permanenza e responsabilità.
Ogni decisione come questa contribuisce a costruire una visione europea dell’immigrazione fondata non più sull’assistenza, ma sulla partecipazione e sull’integrazione consapevole.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
Il 27 ottobre 2025, in occasione del Salone della Giustizia, il tabloid Giustizia allegato al Corriere della Sera ha dedicato un ampio articolo al mio lavoro e al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, un modello giuridico e culturale che propone di superare la logica emergenziale e assistenzialista delle politiche migratorie per restituire al tema una dimensione di equilibrio, legalità e responsabilità.
Nel contributo ho spiegato come l’idea di fondo sia semplice ma radicale: l’integrazione deve essere un obbligo verificabile, fondato su tre pilastri — lavoro, lingua e rispetto delle regole — mentre la reimmigrazione rappresenta la conseguenza naturale della mancata adesione al patto sociale. Solo un approccio strutturato e misurabile può garantire la tutela dei diritti fondamentali e, al tempo stesso, la coesione delle comunità che accolgono.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non nasce da un’astrazione teorica, ma da un’esperienza quotidiana maturata nei Tribunali, nelle Questure e nelle Prefetture italiane. È un progetto che unisce pratica giuridica e riflessione politica, ponendo al centro il valore dell’integrazione come dovere reciproco: dello Stato che accoglie e dello straniero che sceglie di rimanere.
La pubblicazione su Giustizia – distribuito in allegato nazionale al Corriere della Sera – rappresenta un riconoscimento significativo del percorso di elaborazione di questi anni, che continua oggi attraverso la piattaforma http://www.reimmigrazione.com.
Avv. Fabio Loscerbo
Alcuni video riferiti al Salone della Giustizia 2025, per documentare l’importanza e la rilevanza nazionale dell’evento
Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts Integration oder ReMigration. Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und heute spreche ich über ein Dokument, das in den Vereinigten Staaten große Aufmerksamkeit erregt – und auch in Europa Beachtung verdient: „Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise“, veröffentlicht von der Heritage Foundation.
Es handelt sich dabei nicht nur um ein politisches Programm, sondern um eine umfassende gesellschaftliche und staatliche Vision, die lange vergessene Werte wieder in den Mittelpunkt stellt: Souveränität, Verantwortung und Zugehörigkeit. In den Kapiteln zur Einwanderung sendet das Dokument eine klare Botschaft: Aufnahme kann nicht länger von Integration getrennt werden. Vorrang soll jenen eingeräumt werden, die sich beteiligen, die Gesetze respektieren, die Sprache lernen und die grundlegenden Werte der aufnehmenden Gemeinschaft teilen.
Dieser Ansatz, obwohl in einem anderen Kontext entstanden, steht der im Paradigma Integration oder ReMigration vorgeschlagenen Vision sehr nahe. Auch in Europa wächst das Bewusstsein, dass das Recht zu bleiben nicht vom Pflichtgefühl zur Integration getrennt werden kann. Integration bedeutet nicht nur Arbeit oder Einkommen, sondern aktive Teilhabe, Verantwortungsbewusstsein und die Achtung der Regeln, die eine Gemeinschaft zusammenhalten.
Das amerikanische Modell und das Paradigma Integration oder ReMigration stimmen in einem zentralen Punkt überein: Eine nachhaltige Einwanderung muss auf tatsächlicher Integration beruhen. In den Vereinigten Staaten konzentriert sich die Debatte auf Effizienz und Produktivität; in Europa betont die entstehende Perspektive das Gleichgewicht zwischen sozialem Zusammenhalt, Grundrechten und individueller Verantwortung. In beiden Fällen ist die Botschaft eindeutig: Ohne Integration gibt es keine Zugehörigkeit.
Wir erleben einen weltweiten Paradigmenwechsel. Nach Jahren einer unkontrollierten Einwanderungspolitik wird die Erkenntnis wiederentdeckt, dass Zusammenleben bedeutet, gemeinsame Werte und Regeln zu teilen. Es geht nicht darum, Grenzen zu schließen, sondern ein Gleichgewicht wiederherzustellen: Wer sich integriert, kann bleiben; wer sich verweigert, kann mit Würde und Unterstützung in sein Herkunftsland zurückkehren. Das ist die wahre Bedeutung von ReMigration: eine geordnete, respektvolle und verantwortungsvolle Rückkehr, die auf gegenseitiger Verantwortung beruht.
Weitere Informationen zu diesem Thema finden Sie im vollständigen Artikel auf www.reimmigrazione.com. Dort können Sie auch das Originaldokument „Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise“ direkt über den im Beitrag angegebenen Link herunterladen.
Ich bin Rechtsanwalt und Lobbyist Fabio Loscerbo. Vielen Dank fürs Zuhören – und bis zur nächsten Folge von Integration oder ReMigration, dem Podcast, der zeigt, dass unsere Gesellschaften heute vor einer klaren Entscheidung stehen: sich integrieren oder mit Würde in ihr Herkunftsland zurückkehren.
Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as a Duty, Not an Excuse Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione. Today I want to address an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, the phenomenon often described as “baby gangs,” the label “maranza,” and the constant reference to so-called second generations. It is a heated and emotional debate, one in which language often replaces responsibility and narratives take precedence over solutions. The first and most common mistake is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations: these expressions create the illusion of explanation, while in reality they help to avoid the core issue. The real problem is not how we name these phenomena. The real problem is that there are repeated, often group-based acts of violence that directly affect public order and everyday security. A significant part of the public discourse explains these behaviours as the result of social hardship, marginalisation or denied identity. Such explanations may help describe certain contexts, but they become dangerous when they turn into implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never an acceptable reaction. Rules are not negotiable on the basis of personal background or individual experience. Personal responsibility remains the foundation of civil coexistence. A second, opposite error is to downplay the issue by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. This is technically correct, but practically irrelevant. The law does not require media labels in order to intervene. The law responds to conduct. When a group, whether organised or informal, commits assaults, robberies or acts of intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Focusing on terminology often becomes a way to postpone difficult decisions. At the heart of this debate lies a distorted understanding of integration. Integration is often presented as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority and rejection of violence as a means of social interaction. When these elements are missing, we are not dealing with incomplete integration, but with failed integration. This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes relevant. Not as a slogan and not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability. The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a civic and legal pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is neither automatic nor unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences. ReImmigrazione is neither moral punishment nor social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It restores credibility to public institutions by making it clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses. This paradigm has a further crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalisation. It does not target origin, identity or background. It targets behaviour. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated. From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the precondition for integration, and successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as conflicting ideas only produces endless debate and no solutions. The phenomenon currently described as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalised. It must be governed. Because what can be governed can be resolved. But governance requires clear rules, enforceable obligations and real consequences. My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.Thank you for listening.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
Welcome to a new episode of the Integration or ReImmigration podcast. I’m lawyer Fabio Loscerbo, and today we’ll talk about a document that’s sparking much debate in the United States — and deserves attention in Europe as well: “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise”, published by the Heritage Foundation.
This is not just a political program, but a comprehensive vision of society and the State that brings back to the center values long neglected: sovereignty, responsibility, and belonging. In its chapters on immigration, the document sends a clear message: hospitality can no longer be separated from integration. Priority must be given to those who participate, respect the law, learn the language, and share the fundamental values of the host community.
This approach, though born in a different context, closely mirrors the vision proposed by the Integration or ReImmigration paradigm. Across Europe, awareness is growing that the right to stay cannot be detached from the duty to integrate. Integration is not just about having a job or an income — it means active participation, civic responsibility, and respect for the social order that binds a community together.
The American model and the Integration or ReImmigration paradigm converge on one key principle: sustainable immigration must be based on real integration. In the United States, the debate focuses on efficiency and productivity; in Europe, the emerging vision emphasizes social cohesion, fundamental rights, and individual responsibility. In both cases, the message is clear: without integration, there can be no true belonging.
We are witnessing a global shift in perspective. After years of indiscriminate immigration policies, societies are rediscovering that living together means sharing values and rules. This is not about closing borders, but about restoring balance: those who integrate may stay; those who refuse may return to their home country with dignity and assistance. That is the true meaning of ReImmigration: an orderly, respectful, and responsible return process grounded in mutual accountability.
To explore this topic further, you can read the full article on http://www.reimmigrazione.com and download the original document “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise” directly from the link provided in the post.
I’m lawyer and lobbyist Fabio Loscerbo. Thank you for listening, and stay tuned for the next episode of Integration or ReImmigration — the podcast that explores how societies today face a simple but decisive choice: integrate or return home with dignity.
Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as a Duty, Not an Excuse Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione. Today I want to address an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, the phenomenon often described as “baby gangs,” the label “maranza,” and the constant reference to so-called second generations. It is a heated and emotional debate, one in which language often replaces responsibility and narratives take precedence over solutions. The first and most common mistake is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations: these expressions create the illusion of explanation, while in reality they help to avoid the core issue. The real problem is not how we name these phenomena. The real problem is that there are repeated, often group-based acts of violence that directly affect public order and everyday security. A significant part of the public discourse explains these behaviours as the result of social hardship, marginalisation or denied identity. Such explanations may help describe certain contexts, but they become dangerous when they turn into implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never an acceptable reaction. Rules are not negotiable on the basis of personal background or individual experience. Personal responsibility remains the foundation of civil coexistence. A second, opposite error is to downplay the issue by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. This is technically correct, but practically irrelevant. The law does not require media labels in order to intervene. The law responds to conduct. When a group, whether organised or informal, commits assaults, robberies or acts of intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Focusing on terminology often becomes a way to postpone difficult decisions. At the heart of this debate lies a distorted understanding of integration. Integration is often presented as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority and rejection of violence as a means of social interaction. When these elements are missing, we are not dealing with incomplete integration, but with failed integration. This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes relevant. Not as a slogan and not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability. The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a civic and legal pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is neither automatic nor unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences. ReImmigrazione is neither moral punishment nor social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It restores credibility to public institutions by making it clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses. This paradigm has a further crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalisation. It does not target origin, identity or background. It targets behaviour. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated. From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the precondition for integration, and successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as conflicting ideas only produces endless debate and no solutions. The phenomenon currently described as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalised. It must be governed. Because what can be governed can be resolved. But governance requires clear rules, enforceable obligations and real consequences. My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.Thank you for listening.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
Benvenuti a una nuova puntata del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e oggi parleremo di un documento che sta facendo molto discutere negli Stati Uniti e che merita attenzione anche in Europa: “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise”, pubblicato dalla Heritage Foundation.
Non si tratta di un semplice programma politico, ma di una visione complessiva della società e dello Stato che rimette al centro parole dimenticate: sovranità, responsabilità, appartenenza. Nelle sue pagine dedicate all’immigrazione emerge un messaggio netto: l’accoglienza non può più essere disgiunta dall’integrazione. La priorità deve tornare a chi partecipa, rispetta le regole, conosce la lingua e condivide i valori fondamentali della comunità che lo ospita.
È una linea che, pur con approcci diversi, si avvicina molto a quella proposta dal paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Anche in Europa cresce la consapevolezza che il diritto di rimanere non può essere scollegato dal dovere di integrarsi. L’integrazione non è solo lavoro o reddito, ma partecipazione consapevole, adesione alla vita collettiva e rispetto delle regole comuni.
Il modello americano e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” convergono su un punto fondamentale: l’immigrazione sostenibile nasce dall’integrazione reale. Negli Stati Uniti il dibattito si concentra sull’efficienza e sulla produttività; in Europa, la prospettiva che stiamo costruendo pone l’accento sull’equilibrio tra coesione comunitaria, diritti e responsabilità individuale. In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: senza integrazione non c’è appartenenza.
Stiamo assistendo a un cambio di paradigma globale. Dopo anni di accoglienza indiscriminata, torna l’idea che vivere insieme significa condividere valori e regole comuni. Non si tratta di chiudere le porte, ma di ristabilire un principio di equilibrio: chi si integra resta, chi rifiuta di farlo può rientrare nel proprio Paese con dignità e sostegno. È questa la vera ReImmigrazione: un ritorno ordinato, rispettoso e fondato su responsabilità reciproca.
Per approfondire questo tema, potete leggere l’articolo completo sul sito www.reimmigrazione.com e scaricare il documento originale “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise” direttamente dal link pubblicato nell’articolo.
Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, avvocato e lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36). Vi ringrazio per l’ascolto e vi invito a seguire le prossime puntate di Integrazione o ReImmigrazione, il podcast che racconta come la società può scegliere tra due vie: integrarsi o tornare, con dignità, nel proprio Paese.
Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as a Duty, Not an Excuse Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione. Today I want to address an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, the phenomenon often described as “baby gangs,” the label “maranza,” and the constant reference to so-called second generations. It is a heated and emotional debate, one in which language often replaces responsibility and narratives take precedence over solutions. The first and most common mistake is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations: these expressions create the illusion of explanation, while in reality they help to avoid the core issue. The real problem is not how we name these phenomena. The real problem is that there are repeated, often group-based acts of violence that directly affect public order and everyday security. A significant part of the public discourse explains these behaviours as the result of social hardship, marginalisation or denied identity. Such explanations may help describe certain contexts, but they become dangerous when they turn into implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never an acceptable reaction. Rules are not negotiable on the basis of personal background or individual experience. Personal responsibility remains the foundation of civil coexistence. A second, opposite error is to downplay the issue by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. This is technically correct, but practically irrelevant. The law does not require media labels in order to intervene. The law responds to conduct. When a group, whether organised or informal, commits assaults, robberies or acts of intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Focusing on terminology often becomes a way to postpone difficult decisions. At the heart of this debate lies a distorted understanding of integration. Integration is often presented as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority and rejection of violence as a means of social interaction. When these elements are missing, we are not dealing with incomplete integration, but with failed integration. This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes relevant. Not as a slogan and not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability. The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a civic and legal pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is neither automatic nor unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences. ReImmigrazione is neither moral punishment nor social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It restores credibility to public institutions by making it clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses. This paradigm has a further crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalisation. It does not target origin, identity or background. It targets behaviour. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated. From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the precondition for integration, and successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as conflicting ideas only produces endless debate and no solutions. The phenomenon currently described as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalised. It must be governed. Because what can be governed can be resolved. But governance requires clear rules, enforceable obligations and real consequences. My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.Thank you for listening.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
Il recente documento programmatico pubblicato dalla Heritage Foundation, intitolato “Mandate for Leadership 2025 – The Conservative Promise”, rappresenta una svolta culturale e politica che va ben oltre i confini americani.
Non si tratta soltanto di un piano operativo in vista di un’eventuale futura amministrazione repubblicana, ma di una visione complessiva della società e dello Stato che rimette al centro il concetto di sovranità, appartenenza e responsabilità individuale. Il tema dell’immigrazione, in particolare, viene trattato non più come una questione di accoglienza, ma come una questione di coerenza sociale e sicurezza nazionale. Il documento propone di superare i meccanismi generalizzati di ammissione e di protezione, privilegiando invece una selezione fondata su criteri di integrazione effettiva, utilità economica e adesione ai valori fondamentali della comunità ospitante.
In questa prospettiva, la Heritage Foundation afferma apertamente che il sistema migratorio americano deve tornare a essere meritocratico e controllato, abbandonando la logica della “chain migration” e delle lotterie per la diversità, per puntare invece su chi dimostra di poter contribuire in modo concreto al progresso e alla stabilità della nazione.
È un cambio di paradigma che segna la fine di un modello di immigrazione inteso come diritto universale e l’avvio di una concezione nuova, fondata sul principio di appartenenza e di responsabilità reciproca tra individuo e Stato.
Questa visione, pur nascendo in un contesto diverso, presenta molte affinità con il paradigma europeo “Integrazione o ReImmigrazione”. Entrambi pongono al centro la necessità di distinguere tra chi si integra e chi rifiuta di farlo, tra chi condivide valori, lingua, lavoro e regole della società ospitante e chi invece ne resta estraneo. L’integrazione, in questa logica, non è un concetto astratto o retorico, ma la misura concreta della volontà di appartenere. Da essa deve derivare la legittimità del diritto a rimanere.
Il modello americano e il paradigma proposto da Integrazione o ReImmigrazione convergono nell’idea che l’immigrazione debba fondarsi su criteri di integrazione reale e partecipazione attiva. Ciò che cambia è l’accento: mentre negli Stati Uniti l’attenzione è rivolta alla funzionalità e alla produttività sociale, il paradigma europeo in via di elaborazione pone al centro l’equilibrio tra coesione comunitaria, diritti fondamentali e responsabilità individuale, riconoscendo dignità anche ai percorsi di rientro assistito.
La convergenza tra questi due approcci dimostra che il tempo dell’immigrazione indiscriminata sta finendo.
I grandi paesi occidentali, seppure con strumenti diversi, stanno riscoprendo l’importanza di un principio semplice ma decisivo: l’appartenenza non è automatica, ma si conquista attraverso la partecipazione, la conoscenza e il rispetto delle regole.
È in questo passaggio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” trova la sua piena attualità.
Perché non propone una chiusura, ma una scelta: quella tra l’essere parte di una comunità o il tornare, con dignità e sostegno, nel proprio paese d’origine.
Un principio che, oggi più che mai, appare destinato a definire il futuro dell’Europa tanto quanto quello degli Stati Uniti.
Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato e Lobbista (ID Registro per la Trasparenza UE: 280782895721-36)
Willkommen zur ersten Folge von Integration oder ReImmigration – Der Podcast. Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und in dieser ersten Episode erkläre ich die rechtliche Bedeutung des Paradigmas, das diesem Projekt seinen Namen gibt: Integration oder ReImmigration.
Dieses Paradigma ist aus der Notwendigkeit entstanden, ein rechtliches Modell zu überwinden, das in den letzten Jahren seine Grenzen deutlich gezeigt hat: ein System, das sich fast ausschließlich auf Aufnahme und Unterstützung konzentriert, aber kein echtes Gleichgewicht zwischen Rechten und Pflichten schafft. Migration wird derzeit meist als ein Phänomen behandelt, das verwaltet oder kontrolliert werden soll, aber nur selten als ein Prozess rechtlicher und sozialer Zugehörigkeit.
Das Paradigma Integration oder ReImmigration geht von einer anderen Prämisse aus: Der Aufenthalt in einem Land kann nicht als bedingungsloses Recht betrachtet werden, sondern als Ergebnis eines überprüfbaren Integrationsprozesses. Wer sich entscheidet, in Italien zu leben, muss zeigen, dass er wirklich dazugehören will – indem er die Gesetze respektiert, die Sprache lernt und konkret zum gemeinschaftlichen Leben beiträgt.
Integration wird somit zu einer aktiven rechtlichen Bedingung, die das Aufenthaltsrecht begründet und erneuert. Wenn diese Bedingung entfällt, muss das Rechtssystem die Möglichkeit einer Rückkehr vorsehen – nicht als Strafe, sondern als rechtliche Folge des Verlustes der Zugehörigkeit. Das ist die Bedeutung von ReImmigration: die verantwortungsvolle Rückkehr in das Herkunftsland, wenn Integration nicht gelingt oder bewusst verweigert wird.
Es handelt sich um ein rechtliches und systemisches Paradigma, das einen grundlegenden Wandel des derzeitigen Rechtsrahmens erfordert. Eine bloße Neuinterpretation bestehender Vorschriften reicht nicht aus: Es bedarf eines neuen Gleichgewichts, das auf Gegenseitigkeit zwischen Individuum und Staat beruht. Integration darf nicht nur ein soziales Ziel oder eine administrative Maßnahme sein, sondern muss zu einem rechtlichen Kriterium werden, auf dem die Legitimität des Aufenthalts selbst beruht.
Dieses Prinzip hat seine Wurzeln in der italienischen Verfassung. Artikel 2 erkennt die unverletzlichen Rechte des Menschen an, verpflichtet aber zugleich zu den unabdingbaren Pflichten der politischen, wirtschaftlichen und sozialen Solidarität. Artikel 3, der den Gleichheitsgrundsatz verankert, verbindet ihn mit der tatsächlichen Teilhabe am gesellschaftlichen Leben. Und Artikel 10 legt fest, dass Ausländer die grundlegenden Rechte nach Maßgabe der Gesetze genießen, jedoch kein unbegrenztes Recht auf Migration besteht.
Das grundlegende Ziel ist es also, das System des Einwanderungsrechts im Lichte der Verfassung neu zu ordnen und ihm wieder Kohärenz zu verleihen: das Recht auf Integration anzuerkennen, aber auch die Pflicht dazu; das Gleichgewicht zwischen individueller Freiheit und sozialer Verantwortung zu sichern; und zu bekräftigen, dass das Recht zu bleiben nicht vom Pflichtgefühl der Zugehörigkeit getrennt werden kann.
In den kommenden Folgen werden wir die rechtlichen und systemischen Auswirkungen dieses Paradigmas vertiefen: wie Integration zu einem objektiven Kriterium für den Aufenthalt werden kann, wie ReImmigration als natürliche Folge des Verlustes dieser Bedingung anerkannt werden kann, und wie der Staat auf dieser Grundlage ein kohärenteres, transparenteres und verfassungsmäßig konsistentes Verwaltungssystem aufbauen kann.
Das Ziel ist die Schaffung eines Systems des Gleichgewichts zwischen Rechten und Pflichten, in dem das Prinzip der Integration der Schlüssel zu rechtlicher Sicherheit, sozialem Zusammenhalt und institutioneller Stabilität wird.
Um mehr über die theoretischen Grundlagen und die Entwicklung dieses Paradigmas zu erfahren, besuchen Sie http://www.reimmigrazione.com. Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo, und das ist Integration oder ReImmigration – Der Podcast.
Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as a Duty, Not an Excuse Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione. Today I want to address an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, the phenomenon often described as “baby gangs,” the label “maranza,” and the constant reference to so-called second generations. It is a heated and emotional debate, one in which language often replaces responsibility and narratives take precedence over solutions. The first and most common mistake is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations: these expressions create the illusion of explanation, while in reality they help to avoid the core issue. The real problem is not how we name these phenomena. The real problem is that there are repeated, often group-based acts of violence that directly affect public order and everyday security. A significant part of the public discourse explains these behaviours as the result of social hardship, marginalisation or denied identity. Such explanations may help describe certain contexts, but they become dangerous when they turn into implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never an acceptable reaction. Rules are not negotiable on the basis of personal background or individual experience. Personal responsibility remains the foundation of civil coexistence. A second, opposite error is to downplay the issue by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. This is technically correct, but practically irrelevant. The law does not require media labels in order to intervene. The law responds to conduct. When a group, whether organised or informal, commits assaults, robberies or acts of intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Focusing on terminology often becomes a way to postpone difficult decisions. At the heart of this debate lies a distorted understanding of integration. Integration is often presented as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority and rejection of violence as a means of social interaction. When these elements are missing, we are not dealing with incomplete integration, but with failed integration. This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes relevant. Not as a slogan and not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability. The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a civic and legal pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is neither automatic nor unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences. ReImmigrazione is neither moral punishment nor social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It restores credibility to public institutions by making it clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses. This paradigm has a further crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalisation. It does not target origin, identity or background. It targets behaviour. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated. From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the precondition for integration, and successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as conflicting ideas only produces endless debate and no solutions. The phenomenon currently described as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalised. It must be governed. Because what can be governed can be resolved. But governance requires clear rules, enforceable obligations and real consequences. My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.Thank you for listening.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
Welcome to the first episode of Integration or ReImmigration – The Podcast. I’m lawyer Fabio Loscerbo, and in this opening episode I will explain the legal meaning of the paradigm that gives this project its name: Integration or ReImmigration.
This paradigm arises from the need to overcome a legal model that, in recent years, has shown all its limits: a system focused almost exclusively on reception, yet lacking a true balance between rights and duties. Migration, as it is currently regulated, tends to be managed as something to contain or to assist, but rarely as a process of legal and social belonging.
The Integration or ReImmigration paradigm starts from a different premise: staying in a country cannot be regarded as an unconditional right, but as the outcome of a verifiable process of integration. Those who choose to live in Italy must show that they truly wish to belong to it — by respecting its laws, learning its language, and contributing concretely to its collective life.
Integration thus becomes an active legal condition — one that founds and renews the right to reside. When this condition ceases to exist, the legal system must provide for the possibility of return — not as a punishment, but as the legal consequence of the loss of belonging. This is the meaning of ReImmigration: the responsible return to one’s country of origin when integration does not take place, or when it is consciously refused.
It is a legal and systemic paradigm that calls for a reversal of the current normative framework. A simple reinterpretation of existing rules is not enough: a new equilibrium is needed, based on reciprocity between the individual and the State. Integration cannot be merely a social goal or an administrative aspiration — it must become a legal criterion upon which the legitimacy of residence itself is founded.
This principle finds its roots in the Italian Constitution. Article 2 recognizes the inviolable rights of the person, but also imposes the inescapable duties of political, economic and social solidarity. Article 3, which enshrines equality, links it to effective participation in collective life. And Article 10 establishes that foreigners enjoy fundamental rights under the conditions set by law, but it does not recognize an unlimited right to migration.
The underlying idea is to recompose the legal system of migration in constitutional terms, restoring its coherence: to recognize the right to integrate, but also the duty to do so; to balance individual freedom with social responsibility; and to affirm that the right to remain cannot be separated from the duty to belong.
In the next episodes, we will explore the legal and systemic implications of this paradigm: how integration can become an objective criterion for residence, how ReImmigration can be recognized as the natural consequence of losing that condition, and how the State can build on this logic to achieve a fairer, clearer, and constitutionally consistent governance of migration.
The goal is to build a system of balance between rights and duties, where the principle of integration becomes the key to ensuring legal security, social cohesion, and institutional stability.
To learn more about the theoretical foundations and developments of the paradigm, visit http://www.reimmigrazione.com. I’m lawyer Fabio Loscerbo, and this is Integration or ReImmigration – The Podcast.
Youth Violence, “Baby Gangs” and Second Generations: Integration as a Duty, Not an Excuse Good morning. My name is Fabio Loscerbo, I am an Italian attorney, and this is a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione. Today I want to address an issue that is increasingly shaping public debate in Italy: youth violence, the phenomenon often described as “baby gangs,” the label “maranza,” and the constant reference to so-called second generations. It is a heated and emotional debate, one in which language often replaces responsibility and narratives take precedence over solutions. The first and most common mistake is hiding behind labels. Baby gangs, maranza, second generations: these expressions create the illusion of explanation, while in reality they help to avoid the core issue. The real problem is not how we name these phenomena. The real problem is that there are repeated, often group-based acts of violence that directly affect public order and everyday security. A significant part of the public discourse explains these behaviours as the result of social hardship, marginalisation or denied identity. Such explanations may help describe certain contexts, but they become dangerous when they turn into implicit justification. In a society governed by the rule of law, violence is never an acceptable reaction. Rules are not negotiable on the basis of personal background or individual experience. Personal responsibility remains the foundation of civil coexistence. A second, opposite error is to downplay the issue by claiming that baby gangs do not exist as a legal category. This is technically correct, but practically irrelevant. The law does not require media labels in order to intervene. The law responds to conduct. When a group, whether organised or informal, commits assaults, robberies or acts of intimidation, that conduct is legally relevant regardless of how it is described. Focusing on terminology often becomes a way to postpone difficult decisions. At the heart of this debate lies a distorted understanding of integration. Integration is often presented as an emotional process, as a sense of belonging that should naturally emerge if society is sufficiently inclusive. From a legal perspective, this view is unsustainable. Integration is not a feeling. It is a condition. It is a process defined by concrete obligations: respect for the law, genuine participation in education, recognition of public authority and rejection of violence as a means of social interaction. When these elements are missing, we are not dealing with incomplete integration, but with failed integration. This is precisely where the paradigm Integrazione o ReImmigrazione becomes relevant. Not as a slogan and not as provocation, but as a serious framework for governing migration and social stability. The logic is simple and traditional. Anyone who lives permanently in Italy does so within a civic and legal pact. That pact includes rights, but also duties. Integration is neither automatic nor unconditional. It must be verified over time. When the process works, the State has a duty to support and strengthen it. When it fails repeatedly and structurally, the State must have the courage to draw the necessary consequences. ReImmigrazione is neither moral punishment nor social revenge. It is the legal consequence of failing to meet the conditions of residence. It restores credibility to public institutions by making it clear that rules are not optional and that coexistence cannot be based on permanent excuses. This paradigm has a further crucial advantage. It avoids both sociological absolution and ethnic generalisation. It does not target origin, identity or background. It targets behaviour. It rewards those who respect the rules and intervenes when the rules are systematically violated. From this perspective, security and integration are not opposing concepts. Security is the precondition for integration, and successful integration is the foundation of long-term social stability. Treating them as conflicting ideas only produces endless debate and no solutions. The phenomenon currently described as maranza or baby gangs should neither be denied nor sensationalised. It must be governed. Because what can be governed can be resolved. But governance requires clear rules, enforceable obligations and real consequences. My name is Fabio Loscerbo, and this was a new episode of the podcast Integrazione o ReImmigrazione.Thank you for listening.Questo episodio include contenuti generati dall’IA.
Bienvenue dans le premier épisode de Intégration ou Réimmigration – Le Podcast. Je suis Maître Fabio Loscerbo, et dans cet épisode d’ouverture, je vais vous expliquer la signification juridique du paradigme qui donne son nom à ce projet : Intégration ou Réimmigration.
Ce paradigme naît du besoin de dépasser un modèle juridique qui, ces dernières années, a montré toutes ses limites : un système centré presque exclusivement sur l’accueil, mais dépourvu d’un véritable équilibre entre droits et devoirs. L’immigration, telle qu’elle est actuellement réglementée, tend à être gérée comme un phénomène à contenir ou à assister, mais rarement comme un processus d’appartenance juridique et sociale.
Le paradigme Intégration ou Réimmigration part d’un principe différent : le séjour sur le territoire ne peut pas être considéré comme un droit inconditionnel, mais comme le résultat d’un processus d’intégration vérifiable. Celui qui choisit de vivre en Italie doit démontrer sa volonté d’en faire réellement partie, en respectant les lois, en apprenant la langue et en contribuant concrètement à la vie collective.
L’intégration devient ainsi une condition juridique active, qui fonde et renouvelle le droit de séjour. Lorsque cette condition disparaît, le système juridique doit prévoir la possibilité d’un retour, non pas comme une sanction, mais comme la conséquence juridique de la perte du lien d’appartenance. C’est là tout le sens de la Réimmigration : le retour responsable vers le pays d’origine lorsque l’intégration ne se réalise pas, ou lorsqu’elle est refusée.
Il s’agit d’un paradigme juridique et systémique, qui exige un renversement du cadre normatif actuel. Il ne suffit pas d’interpréter autrement les lois existantes : il faut établir un nouvel équilibre fondé sur la réciprocité entre l’individu et l’État. L’intégration ne peut pas être seulement un objectif social ou administratif : elle doit devenir un critère juridique, sur lequel repose la légitimité même du séjour.
Ce principe trouve ses racines dans la Constitution italienne. L’article 2 reconnaît les droits inviolables de la personne, mais impose en même temps les devoirs incontournables de solidarité politique, économique et sociale. L’article 3, qui consacre le principe d’égalité, le relie à la participation effective à la vie collective. Et l’article 10 établit que l’étranger bénéficie des droits fondamentaux selon les conditions fixées par la loi, mais ne reconnaît pas un droit illimité à la migration.
L’idée fondamentale est donc de recomposer le système du droit de l’immigration dans une clé constitutionnelle, afin de lui rendre sa cohérence : reconnaître le droit de s’intégrer, mais aussi le devoir de le faire ; garantir un équilibre entre liberté individuelle et responsabilité sociale ; et affirmer que le droit de rester ne peut pas être séparé du devoir d’appartenir.
Dans les prochains épisodes, nous approfondirons les implications juridiques et systémiques de ce paradigme : comment l’intégration peut devenir un critère objectif de séjour, comment la Réimmigration peut être reconnue comme la conséquence naturelle de la perte de cette condition, et comment l’État peut fonder sur cette logique une gestion plus cohérente, plus transparente et plus conforme aux valeurs constitutionnelles.
L’objectif est de construire un système d’équilibre entre droits et devoirs, où le principe d’intégration devient la clé pour assurer la sécurité juridique, la cohésion sociale et la stabilité institutionnelle.
Pour approfondir les fondements théoriques et les développements du paradigme, vous pouvez visiter le site http://www.reimmigrazione.com. Je suis Maître Fabio Loscerbo, et voici Intégration ou Réimmigration – Le Podcast.
Benvenuti alla prima puntata di Integrazione o ReImmigrazione – Il Podcast. Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e in questo primo episodio vi parlerò del significato giuridico del paradigma che dà il nome a questo progetto: Integrazione o ReImmigrazione.
Questo paradigma nasce dall’esigenza di superare un modello normativo che, negli ultimi anni, ha mostrato tutti i suoi limiti: un sistema incentrato quasi esclusivamente sull’accoglienza, ma privo di un vero equilibrio tra diritti e doveri. L’immigrazione, per come è oggi regolata, tende a essere gestita come un fenomeno da contenere o da assistere, ma raramente come un processo di appartenenza giuridica e sociale.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte da una premessa diversa: la permanenza sul territorio non può essere considerata un diritto incondizionato, ma il risultato di un percorso di integrazione verificabile. Chi sceglie di vivere in Italia deve dimostrare di volerne far parte davvero, rispettandone le leggi, imparandone la lingua e contribuendo in modo concreto alla vita collettiva.
L’integrazione, dunque, diventa una condizione giuridica attiva, che fonda e rinnova il diritto al soggiorno. Quando questa condizione viene meno, il sistema deve prevedere la possibilità di un rientro, non come misura punitiva, ma come conseguenza giuridica del venir meno del legame di appartenenza. È questo il senso della ReImmigrazione: il ritorno responsabile nel Paese d’origine quando l’integrazione non si realizza o non si vuole realizzare.
Si tratta di un paradigma giuridico e sistemico, che richiede un capovolgimento dell’attuale impianto normativo. Non basta interpretare in modo diverso le norme esistenti: serve un nuovo equilibrio fondato sulla reciprocità tra individuo e Stato. L’integrazione non può essere soltanto un obiettivo sociale o amministrativo, ma un parametro di diritto, su cui si fonda la legittimità stessa della permanenza.
Questo principio trova le sue radici nella Costituzione italiana. L’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, ma al tempo stesso impone i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza, richiama la partecipazione effettiva alla vita collettiva. E l’articolo 10 stabilisce che lo straniero è ammesso alla tutela dei diritti fondamentali secondo le condizioni previste dalla legge, ma non riconosce uno ius migrandi illimitato.
L’idea di fondo è quindi quella di ricomporre il sistema del diritto dell’immigrazione in chiave costituzionale, restituendogli coerenza: riconoscere il diritto a integrarsi, ma anche il dovere di farlo; garantire equilibrio tra libertà individuale e responsabilità sociale; e affermare che il diritto di restare non può essere separato dal dovere di appartenere.
Nelle prossime puntate approfondiremo le implicazioni giuridiche e sistemiche di questo paradigma: come l’integrazione possa diventare un criterio oggettivo di permanenza, come la ReImmigrazione possa essere riconosciuta come conseguenza naturale del venir meno di tale condizione, e come lo Stato possa fondare su questa logica una gestione più coerente, trasparente e rispettosa dei valori costituzionali.
L’obiettivo è costruire un sistema di equilibrio tra diritti e doveri, dove il principio di integrazione diventi la chiave per garantire sicurezza giuridica, coesione sociale e stabilità istituzionale.
Per approfondire i contenuti e le basi teoriche del paradigma, potete visitare il sito http://www.reimmigrazione.com. Io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo, e questo è Integrazione o ReImmigrazione – Il Podcast.
Il recente annuncio del governo britannico, che ha stanziato dieci milioni di sterline per proteggere le comunità musulmane da episodi di odio e minacce, non è un semplice provvedimento di sicurezza.
È il segnale di un fallimento culturale e politico che riguarda l’intero modello europeo di gestione della diversità. Il Regno Unito, patria del multiculturalismo, oggi paga il prezzo di decenni in cui l’integrazione è stata sostituita dalla tolleranza passiva e la coesione sociale è stata confusa con la paura di giudicare. Quando uno Stato arriva a finanziare la sicurezza di una singola comunità religiosa, significa che la convivenza ha smesso di essere spontanea. Significa che la società è frammentata, che i cittadini non si percepiscono più come parte di un unico corpo nazionale, ma come membri di gruppi che si fronteggiano, si proteggono e si rivendicano reciprocamente. È l’esatto contrario di ciò che dovrebbe rappresentare una vera integrazione.
Il caso britannico dimostra che l’antirazzismo, quando diventa ideologia, finisce per creare nuove disuguaglianze. Lo Stato che taceva davanti agli abusi delle grooming gangs per paura di essere accusato di razzismo, oggi si affanna a dimostrare la propria neutralità finanziando la protezione delle comunità musulmane. È la stessa logica che trasforma la colpa storica in debolezza politica e che, in nome della sensibilità, rinuncia alla giustizia.
L’Europa deve leggere questi segnali per quello che sono: un campanello d’allarme. L’integrazione non può essere lasciata al caso, né affidata al sentimentalismo. Deve basarsi su regole, doveri e responsabilità reciproche. Chi entra in un Paese europeo deve accettarne i principi, la lingua, la cultura giuridica e civile. Chi lo fa, diventa parte della comunità nazionale e merita tutela piena. Chi non lo fa, sceglie di restare fuori da quel patto e deve essere accompagnato a un ritorno ordinato, secondo il principio della ReImmigrazione.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio da questa esigenza di equilibrio: non escludere, ma selezionare in base alla volontà di appartenere. In un mondo dove il multiculturalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, serve un nuovo modello di cittadinanza fondata sull’integrazione reale, non sulla mera coesistenza. Il Regno Unito ci offre oggi un esempio di come la paura di apparire discriminatori possa distruggere l’autorità dello Stato. Non è la diversità a minacciare l’Europa, ma la rinuncia a governarla.
Integrazione o ReImmigrazione significa ristabilire la linea di confine tra accoglienza e resa, tra solidarietà e dissoluzione. È la risposta di una civiltà che vuole continuare a essere se stessa.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
A Bologna, in via Michelino, due famiglie sono state sfrattate con un’operazione che ha scosso l’opinione pubblica. La forza pubblica ha sfondato un muro per eseguire il rilascio dell’immobile, tra grida, bambini spaventati e telecamere.
La scena è diventata simbolo di un disagio più profondo: quello di una società che proclama l’integrazione, ma che in realtà non riesce a garantirla. Le famiglie coinvolte — secondo le fonti pubbliche di origine straniera ma regolarmente residenti, con lavoro stabile e figli inseriti nel sistema scolastico — rappresentano ciò che le istituzioni chiamano “inserimento riuscito”.
Eppure, nonostante un reddito e un contratto di lavoro, non sono riuscite a trovare una nuova casa. Sono rimaste intrappolate tra il mercato immobiliare gonfiato dagli affitti brevi e un welfare locale incapace di offrire soluzioni. Questo non è un caso isolato, ma l’effetto di un sistema che confonde l’integrazione con la sopravvivenza. Un sistema che misura il successo con parametri formali — un contratto, una busta paga, un documento — senza chiedersi se la persona sia davvero in grado di vivere con stabilità e dignità nel contesto in cui si trova.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per superare questa ipocrisia. L’integrazione non è un’etichetta da apporre su un permesso di soggiorno, ma un processo verificabile, fatto di autonomia reale, partecipazione civica e rispetto delle regole. Chi si integra deve essere sostenuto; chi rifiuta l’integrazione, accompagnato verso il rientro.
Ma un sistema che spende milioni di euro — come nel caso dell’ASP Città di Bologna, il cui bilancio destina somme rilevanti all’assistenza e alla gestione dell’immigrazione — senza distinguere tra chi partecipa e chi resta ai margini, finisce per penalizzare proprio chi ha fatto il percorso giusto. Lo sfratto di via Michelino dimostra che il problema non è solo l’immigrazione, ma la sua cattiva gestione. Un flusso incontrollato, privo di criteri e limiti, genera una pressione che travolge anche gli integrati e trasforma il welfare in un sistema di compensazione permanente.
Finché lo Stato non tornerà a governare i flussi con responsabilità e a premiare l’integrazione effettiva, assisteremo a sempre più casi come questo. L’integrazione vera è quella che costruisce stabilità, non quella che finisce con un muro abbattuto.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non può rimanere un concetto teorico. Per diventare una politica reale, servono strumenti concreti e un’organizzazione dello Stato capace di tradurre i principi in azione.
Il primo passo, imprescindibile, è la creazione di un Corpo di Polizia dell’Immigrazione. Solo una struttura specializzata può garantire che la gestione dell’immigrazione non sia più un insieme di interventi frammentati, ma un sistema coerente fondato su regole, responsabilità e obiettivi di integrazione effettiva.
Oggi, in Italia, le competenze sull’immigrazione sono disperse. Le Questure gestiscono i procedimenti, le Prefetture curano gli aspetti amministrativi, la Guardia di Finanza interviene sui flussi economici, i Carabinieri e la Polizia di Frontiera operano nei controlli territoriali.
Nessuno però coordina l’intero processo. Il risultato è un sistema lento, disomogeneo e privo di visione strategica. Si agisce per compartimenti stagni, senza un’unica direzione capace di collegare la dimensione della sicurezza con quella dell’integrazione.
Negli altri Paesi europei la situazione è molto diversa. In Francia la Police aux Frontières si occupa in modo specifico di immigrazione e rimpatri. In Spagna esistono le Brigadas de Extranjería, articolazione autonoma della Policia Nacional che segue tutto il ciclo migratorio, dai visti ai centri di trattenimento. In Germania la Bundespolizei collabora con il BAMF, l’agenzia federale per la migrazione e i rifugiati, in un modello integrato che unisce accoglienza e controllo. Nel Regno Unito, l’Immigration Enforcement opera come forza indipendente all’interno del Home Office, con poteri esclusivi in materia di immigrazione interna. Persino nei Paesi Bassi la Koninklijke Marechaussee, pur essendo una forza militare, dipende dal Ministero della Giustizia e svolge un ruolo essenziale nel controllo dei flussi e nei rimpatri.
Solo in Italia — pur essendo uno dei principali Paesi di approdo e di permanenza dei migranti — non esiste una forza dedicata. Le strutture attuali agiscono con logiche diverse e senza una strategia comune. È come se lo Stato si occupasse dell’immigrazione senza mai guardarla nel suo insieme, limitandosi a gestire emergenze, pratiche e procedimenti isolati. Una Polizia dell’Immigrazione cambierebbe radicalmente questo approccio.
Non sarebbe un corpo aggiuntivo, ma una struttura nuova, con un mandato preciso: garantire l’effettività dell’integrazione e attuare la ReImmigrazione. Dovrebbe essere una forza civile, formata da personale specializzato in diritto dell’immigrazione, in normativa europea e in mediazione interculturale. Avrebbe il compito di verificare se l’integrazione procede davvero, di prevenire le situazioni di marginalità e di intervenire nei casi in cui l’inserimento nella società italiana fallisce.
Creare una Polizia dell’Immigrazione significa dare forma concreta al principio che ispira l’intero paradigma: chi si integra rimane, chi rifiuta l’integrazione rientra. Significa riconoscere che l’integrazione non è solo un diritto, ma anche un dovere. E che lo Stato deve avere gli strumenti per verificarlo, promuoverlo e, se necessario, sanzionarne l’assenza. La ReImmigrazione non è una formula astratta, ma un modello di politica pubblica moderna.
Per realizzarla serve una visione unitaria, una catena di comando chiara e una forza di polizia che faccia dell’integrazione la sua missione istituzionale. Solo così l’Italia potrà passare da una gestione emergenziale e burocratica dell’immigrazione a una politica fondata sulla responsabilità, sull’efficienza e sul rispetto delle regole.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea ID n. 280782895721-36
Negli ultimi due anni l’Europa ha avviato un profondo ripensamento della politica dei confini, sintetizzato in un ritorno (o un rafforzamento) del controllo tanto sui confini esterni quanto su quelli interni dell’area Schengen.
Il presente articolo analizza le ragioni di questo cambiamento, il ruolo di Paesi-chiave (quali Germany e France), e propone come la prospettiva “Integrazione o ReImmigrazione” possa offrire un’interpretazione alternativa del paradigma migratorio europeo.
1. Le ragioni del cambiamento La libera circolazione nell’area Schengen — che ha come premessa l’abolizione dei controlli sistematici alle frontiere interne — è stata messa sotto pressione da una serie di fattori: a) flussi migratori irregolari in aumento, b) timori legati alla sicurezza interna e terrorismo, c) tensioni politiche interne legate alla percezione di perdita di controllo. Il sito della Commissione europea ricorda che la norma consente agli Stati membri la “reintroduzione temporanea del controllo alle frontiere interne” solo in casi di “seria minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”. Un recente studio segnala che, dal 2015, gli Stati Schengen hanno reintrodotto controlli interni più di 400 volte, segnale di un’erosione della logica originaria del modello.
2. Il ruolo di Germania e Francia
A titolo di esempio. La Germania ha annunciato l’estensione dei controlli alle frontiere interne per affrontare la migrazione irregolare e il crimine transfrontaliero. La Francia e la Germania hanno concordato una cooperazione rafforzata per i trasferimenti semplificati di migranti irregolari. Queste iniziative indicano un cambio di priorità: non più solo accoglienza e integrazione, ma controllo, rimpatri, responsabilizzazione dei paesi di arrivo.
3. L’Unione europea: strumenti e contraddizioni
L’UE ha messo in campo strumenti come la revisione del Schengen Borders Code (SBC) e la proposta del New Pact on Migration and Asylum per armonizzare azione e responsabilità tra Stati membri. Tuttavia la contraddizione è evidente: da un lato si richiede solidarietà e mutua assistenza; dall’altro si concede ai singoli Stati ampi margini di autonomia (eccessivo forse) nell’uso dei controlli, con il rischio di indebolire il regime Schengen stesso.
4. Verso una politica di “responsabilità migratoria”
Dal punto di vista del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, questo cambiamento può essere interpretato come una fase di transizione verso un modello in cui: 1) l’integrazione è condizionata a criteri più stringenti (lingua, educazione civica, contributo alla comunità); la componente
2) “ReImmigrazione” emerge come strumento complementare: rimpatri, accordi con paesi terzi, responsabilità condivisa nella gestione dei flussi.
In tale ottica, il controllo dei confini non è solo misura di sicurezza, ma strumento attraverso il quale un soggetto politico (lo Stato o la comunità nazionale) afferma la propria sovranità e stabilisce le regole della convivenza.
5. Quali scenari per l’Italia?
Per l’Italia — Paese che è sia frontiera orientale che meridionale dell’Europa — il rilancio di una politica di controllo dei confini implica: a) rafforzare le strutture di primo arrivo e identificazione; b) valorizzare il ruolo della cooperazione internazionale e della rimpatriazione; c) definire chiaramente i criteri di integrazione, evitando l’accoglienza indiscriminata.
Questo non significa abbandonare l’integrazione, ma renderla coerente con interessi di coesione interna e sicurezza nazionale.
6. Conclusione Il ritorno al controllo dei confini in Europa non è semplice «resistenza all’apertura», bensì segnale di un cambiamento di paradigma: dall’impostazione liberale e aperta degli anni precedenti ad una visione più pragmatica, selettiva e responsabilizzante.
Per il modello “Integrazione o ReImmigrazione”, questa fase rappresenta un momento cruciale: o l’integrazione viene riformata da un sistema più forte di controllo e partecipazione, oppure la “ReImmigrazione” rischia di diventare l’unica alternativa credibile. Conviene all’Italia e all’Europa accompagnare questa fase con strumenti normativi chiari, controlli efficaci e una politica di comunicazione che restituisca fiducia ai cittadini.
Avv. Fabio Loscerbo – lobbista registrato ID 280782895721-36
Con un decreto del 23 giugno 2025, la Commissione Territoriale di Bari ha fornito un esempio emblematico di come il principio alla base del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” possa già trovare applicazione concreta nel nostro ordinamento.
In quel caso, la Commissione ha riconosciuto la protezione complementare, valorizzando il percorso di integrazione effettiva compiuto dal richiedente in Italia. Non si tratta di una valutazione legata a condizioni di pericolo nel Paese d’origine, ma di un accertamento fondato sul radicamento reale nella società italiana, conforme ai criteri dell’art. 19 del d.lgs. 286/1998 e dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Il provvedimento sottolinea infatti che il richiedente:
vive stabilmente in Italia da tempo;
svolge un lavoro regolare con contratto e contribuzione documentata;
dispone di autonomia abitativa e residenza anagrafica;
partecipa attivamente alla vita sociale e comunitaria;
ha intrapreso un percorso formativo e linguistico;
mantiene una condotta rispettosa delle regole e dei doveri civici.
Sulla base di questi elementi, la Commissione ha ritenuto che l’allontanamento dal territorio nazionale sarebbe stato incompatibile con il diritto al rispetto della vita privata e familiare, riconoscendo così il diritto a un permesso di soggiorno per protezione complementare.
Questo decreto dimostra che il nostro ordinamento già consente, nei fatti, l’attuazione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”:
non si resta in Italia perché si fugge da qualcosa, ma perché si è diventati parte di qualcosa.
La protezione complementare si afferma così come strumento giuridico di integrazione, capace di tradurre in diritto il principio di responsabilità reciproca tra Stato e straniero: chi si integra, lavora e contribuisce alla collettività, acquista un diritto alla permanenza; chi non lo fa, deve essere accompagnato a un percorso di rientro.
In questo equilibrio tra diritti e doveri, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non rappresenta una rottura, ma un’evoluzione naturale del sistema, che mette al centro la sicurezza, la dignità e la coesione sociale come fondamento della convivenza civile.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36 www.reimmigrazione.com
Serve agire ora sulle seconde generazioni per evitare emergenze future
Il recente fermo eseguito dalla Digos di Bologna nei confronti di un 18enne di origine maghrebina, nato e cresciuto in Italia, indagato per associazione con finalità di terrorismo, non è un episodio isolato.
È il sintomo di un problema più profondo: la mancata integrazione delle seconde generazioni.
Secondo quanto riportato dalla Polizia di Stato, il giovane avrebbe intrapreso un percorso di radicalizzazione online, raccogliendo materiale di propaganda jihadista e svolgendo attività di autoaddestramento operativo.
Un processo che, nel silenzio delle istituzioni e della società, trasforma un ragazzo cresciuto nelle nostre città in un potenziale nemico interno.
Già in precedenti articoli avevo segnalato i segnali di allarme che emergono con crescente frequenza tra i giovani di seconda generazione:
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa urgenza: intervenire oggi per evitare che tra venti o trent’anni casi come questo diventino una realtà diffusa. Non si tratta di repressione, ma di prevenzione sociale e culturale. Un sistema che non riesce a trasmettere senso di appartenenza, rispetto delle regole e identità nazionale a chi nasce o cresce nel suo territorio, finisce per alimentare il rischio di devianze e radicalità.
Il caso di Bologna deve quindi spingerci a una riflessione collettiva: non basta parlare di “integrazione”, bisogna misurarla, pretenderla e sostenerla. Chi rifiuta i valori fondamentali della convivenza civile non può rimanere ai margini in eterno, trasformandosi in un problema di sicurezza nazionale. È qui che si inserisce la logica della ReImmigrazione: un ritorno ordinato e regolato per chi non si integra, a tutela di tutti coloro che invece desiderano costruire il proprio futuro in Italia nel rispetto delle sue regole.
Oggi abbiamo ancora il tempo di intervenire. Domani potrebbe essere troppo tardi.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36 www.reimmigrazione.com
Negli ultimi mesi, in diverse città italiane, si sono moltiplicati episodi di protesta, disordini o scontri urbani in cui sono stati coinvolti anche giovani di seconda generazione: ragazzi nati o cresciuti in Italia, figli di genitori stranieri, formalmente integrati nel tessuto sociale, ma ancora in bilico tra appartenenza e marginalità.
Dietro a questi episodi — spesso liquidati come semplice “devianza giovanile” o “problema di ordine pubblico” — si intravede invece qualcosa di più profondo: un vuoto identitario e sociale che rischia di trasformarsi, nel tempo, in terreno fertile per derive radicali o anarchiche. È il segnale che l’Italia, come l’Europa, ha bisogno di un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione.
Le avvisaglie: quando la protesta diventa linguaggio dell’esclusione
A Bologna, lo scorso inverno, i giornali locali hanno parlato di “guerriglia in piazza” e di stranieri di seconda generazione tra i protagonisti degli scontri.
A Milano, un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano dell’agosto 2025 ha raccolto testimonianze di ragazzi con genitori stranieri che si sentono “eternamente sospesi”:
Sempre a Bologna, La Nuova Bussola Quotidiana ha messo in luce la commistione tra attivismo politico e tensioni etniche, citando la partecipazione di “immigrati islamici di seconda generazione” accanto a frange anarchiche e movimenti pro-palestinesi: Fonte: https://lanuovabq.it/it/scontri-a-bologna-il-7-ottobre-dei-giovani-palestinesi-ditalia
Questi fatti — al di là delle semplificazioni mediatiche — delineano un quadro di giovani cresciuti in Italia ma rimasti ai margini del progetto d’integrazione.
Non più immigrati, ma non ancora cittadini pienamente riconosciuti. È in questo limbo che nascono identità “reattive”, dove la protesta diventa risposta alla frustrazione.
L’attivismo che si sposta verso i margini
Un’analisi pubblicata dalla rivista Il Mulino (“Giovani di seconda generazione e attivismo”) evidenzia come molti ragazzi con background migratorio trovino nella partecipazione politica e sociale uno spazio per affermarsi, ma anche quanto la mancanza di riconoscimento possa spingerli verso forme di militanza più radicale o antagonista. Fonte: https://www.rivistailmulino.it/a/giovani-di-seconda-generazione-e-attivismo
La transizione dall’impegno civile alla contestazione estrema non è inevitabile, ma può emergere quando la società non offre strumenti di ascolto, rappresentanza e opportunità reali. È qui che si innestano le influenze dei movimenti anarchici contemporanei, spesso presenti nei centri sociali o negli ambienti digitali, dove l’antiautoritarismo si fonde con la rabbia generazionale.
Uno studio accademico recente — Anarchia nel Terzo Millennio (Università del Piemonte Orientale, 2024) — mostra come l’anarchismo moderno si sia trasformato in un insieme di pratiche fluide: mutualismo, azione diretta, ambientalismo, digital activism. Fonte:https://unitesi.uniupo.it/handle/20.500.14238/3081
In questo quadro, le seconde generazioni trovano spesso un linguaggio politico che le accoglie più dell’istituzione pubblica.
Ma quando la protesta sostituisce l’integrazione, la frattura sociale diventa inevitabile.
Un problema di domani che si costruisce oggi
Quello che oggi si manifesta in piazza o sui social come protesta generazionale, domani può trasformarsi in un problema di sicurezza e coesione sociale. Le cause non sono solo economiche o culturali: sono istituzionali. Per anni, l’Italia ha gestito l’immigrazione come un fenomeno da “contenere” o “tollerare”, senza mai elaborare una visione chiara su cosa significhi davvero integrare.
Quando l’integrazione diventa un concetto astratto, privo di obblighi reciproci e di percorsi verificabili, il rischio è quello di creare una generazione sospesa, priva di appartenenza e di fiducia.
Non si tratta di criminalizzare la protesta, ma di comprendere che il disagio delle seconde generazioni è il prodotto di un modello incompiuto.
Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione
Il futuro richiede una scelta netta: non basta più gestire l’immigrazione, bisogna governare l’integrazione. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un approccio chiaro: chi si integra — lavorando, studiando, rispettando le regole e partecipando alla vita sociale — deve poter restare e diventare parte piena della comunità nazionale; chi invece rifiuta l’integrazione e sceglie di collocarsi ai margini deve rientrare nel proprio paese, secondo un principio di responsabilità reciproca tra individuo e Stato.
È un principio che non nasce da pulsioni punitive, ma da una logica di equilibrio: senza regole condivise e verificabili, non può esistere né cittadinanza né coesione. L’integrazione deve essere obbligatoria e misurabile; la permanenza sul territorio non può prescindere da un reale percorso di inclusione.
Solo così si eviterà che le tensioni di oggi — nate nei quartieri, nelle scuole o nelle manifestazioni — diventino domani una frattura sociale irreversibile.
Conclusione
Le cronache di Bologna e Milano, le analisi de Il Mulino e le ricerche accademiche mostrano un segnale inequivocabile: non siamo di fronte a un’emergenza, ma a una tendenza. Se l’Italia continuerà a ignorarla, la protesta delle seconde generazioni diventerà la prova del fallimento dell’integrazione. Serve un nuovo paradigma, oggi, per affrontare ciò che domani potrebbe esplodere: integrazione o ReImmigrazione.
Il recente esito delle elezioni parlamentari nella Repubblica Ceca segna un punto di svolta nel dibattito europeo sull’immigrazione. Il partito ANO, guidato da Andrej Babiš, ha vinto con circa il 34,7 per cento dei voti, superando nettamente la coalizione liberal-conservatrice Spolu del premier uscente Petr Fiala. La vittoria non basta per una maggioranza autonoma, ma è sufficiente a cambiare l’agenda politica: il tema dell’immigrazione torna al centro del discorso pubblico e rischia di ridefinire il rapporto tra Praga e Bruxelles.
Dal “no alle quote” al rifiuto del Patto UE sulla migrazione
Babiš ha definito il Nuovo Patto europeo su migrazione e asilo “il più grande tradimento della Cechia”. Dietro lo slogan, un messaggio chiaro: riaffermare la sovranità nazionale nelle politiche migratorie, rifiutando qualsiasi automatismo europeo di redistribuzione dei richiedenti asilo. La posizione di ANO si inserisce in una linea ormai consolidata, che comprende l’opposizione alle quote obbligatorie di ricollocamento, la richiesta di espulsioni più rapide per chi si trova illegalmente sul territorio, il rafforzamento dei controlli alle frontiere e la netta distinzione tra rifugiati reali e migranti economici. Non è un linguaggio nuovo, ma cambia il contesto: dopo anni di crisi, anche in Europa centrale cresce l’idea che l’integrazione non possa essere incondizionata, né politicamente né giuridicamente.
Remigrazione o ReImmigrazione?
Nel linguaggio politico ceco non ricorre il termine “remigrazione”, oggi diffuso in altri paesi europei per indicare il rimpatrio forzato dei migranti. ANO parla piuttosto di “rimpatri efficaci” e di “zero rifugiati”. Non si tratta però di una dottrina coerente: più che un progetto politico, è una reazione. E qui si apre il punto di contatto con il paradigma che da tempo propongo: “Integrazione o ReImmigrazione”. La ReImmigrazione non è espulsione di massa né negazione dei diritti fondamentali. È l’esito logico di un percorso che valuta, caso per caso, se l’integrazione sia effettivamente realizzata. Chi rispetta le regole, lavora, studia e partecipa alla vita civile trova nel sistema uno spazio stabile. Chi rifiuta di integrarsi o nega i valori di convivenza rientra nel proprio paese come conseguenza naturale del fallimento integrativo, non come punizione ideologica.
L’Europa davanti a un bivio
La posizione di Babiš non può essere liquidata come nazionalismo sterile. Riflette una crisi strutturale del modello di integrazione europeo, fondato per anni su presupposti meramente assistenziali. Oggi, anche in paesi di lunga tradizione laica e liberale, emerge la consapevolezza che il diritto a restare in Europa deve fondarsi su un dovere di integrazione. È questo il punto in cui la ReImmigrazione si differenzia dalla Remigrazione: non un ritorno punitivo, ma un sistema di responsabilità reciproca tra Stato ospitante e straniero accolto.
Verso un nuovo paradigma
La Repubblica Ceca offre così un laboratorio politico interessante: un Paese che, pur non avendo mai subito forti pressioni migratorie, ha costruito un’intera campagna elettorale sul tema dell’identità nazionale. Ma la vera sfida non sarà chiudere le frontiere: sarà definire criteri oggettivi di integrazione e, conseguentemente, di permanenza. Solo così si potrà superare la Remigrazione come slogan politico e realizzare finalmente la ReImmigrazione come modello giuridico e culturale fondato sulla responsabilità, la reciprocità e l’effettiva integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
Un recente provvedimento della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona – Sezione Vicenza, adottato nell’agosto 2025, segna un passaggio di grande rilievo nel dibattito sulle politiche migratorie italiane. Un organo amministrativo del Ministero dell’Interno ha riconosciuto che l’integrazione effettiva di un cittadino straniero in Italia può costituire di per sé una ragione di tutela ai sensi dell’art. 19, commi 1 e 1.1, del D.Lgs. 286/1998 e dell’art. 8 CEDU.
Non si tratta di una decisione giudiziaria, ma di un atto amministrativo che riflette una presa di posizione dello Stato attraverso la propria catena gerarchica. È il segno di un’evoluzione culturale e istituzionale: l’integrazione come valore giuridico e non solo sociale.
L’integrazione come presupposto della protezione complementare
Nel caso esaminato, la Commissione ha respinto la domanda di protezione internazionale, ma ha ritenuto che l’allontanamento del richiedente avrebbe comportato una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, disponendo la trasmissione degli atti alla Questura per il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione complementare.
La motivazione è chiara e coerente con la normativa vigente: il soggetto ha dimostrato un radicamento effettivo in Italia, un’attività lavorativa stabile, un reddito adeguato e un percorso di integrazione solido. Secondo la Commissione, in tali casi il rimpatrio non può essere imposto senza ledere diritti fondamentali tutelati dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Questa interpretazione rafforza l’idea che la protezione complementare costituisce uno strumento di valorizzazione dei percorsi di integrazione, ponendosi come ponte tra l’asilo politico e il diritto al soggiorno fondato sull’inserimento sociale e lavorativo.
Il rilievo istituzionale
Il valore del provvedimento è accresciuto dal suo contesto. La Commissione Territoriale, infatti, è un organo amministrativo del Ministero dell’Interno, presieduto da un funzionario prefettizio e dunque direttamente inserito nella gerarchia ministeriale. Questo significa che non si tratta di una decisione imposta dall’autorità giudiziaria, ma di una presa di posizione interna alla stessa amministrazione dello Stato, che riconosce la forza giuridica dell’integrazione.
È un segnale politico e amministrativo di grande importanza: l’integrazione non è più un fattore accessorio, ma un criterio oggettivo di valutazione della legittimità del soggiorno.
ReImmigrazione e Remigrazione: due modelli a confronto
Il provvedimento offre anche un’occasione preziosa per distinguere tra ReImmigrazione e Remigrazione, termini spesso confusi nel dibattito pubblico.
La Remigrazione, come oggi viene evocata in alcune proposte di carattere politico-ideologico, tende a configurarsi come un ritorno forzato o generalizzato, basato su criteri etnici, culturali o economici. È una visione che rischia di confliggere con i principi costituzionali e con il rispetto della dignità individuale.
La ReImmigrazione, invece, è un modello giuridico fondato sul principio di responsabilità reciproca: chi si integra e contribuisce alla vita sociale e lavorativa del Paese deve essere tutelato; chi non lo fa, è destinato al rientro nel Paese d’origine come conseguenza naturale e necessaria della mancata integrazione, indipendentemente dalla sua volontà. In questo senso, la ReImmigrazione non è una misura punitiva, ma l’esito coerente di un percorso non compiuto, che restituisce equilibrio e razionalità al sistema.
La decisione della Commissione di Vicenza incarna la logica dell’“Integrazione o ReImmigrazione”: tutela per chi si è radicato, rientro per chi non ha costruito un legame reale con la comunità ospitante.
Verso una nuova politica migratoria
Il provvedimento dimostra che una nuova politica migratoria è possibile: equilibrata, coerente e rispettosa dei valori costituzionali. L’integrazione diventa il vero discrimine tra la permanenza e il rientro, tra la stabilità e la mobilità. Lo Stato riconosce e premia chi partecipa al patto di cittadinanza sostanziale, mentre prevede il rientro per chi non si integra, in coerenza con il principio di legalità e di responsabilità sociale.
È in questo equilibrio che si realizza il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: una politica che supera tanto l’assistenzialismo quanto la rigidità della Remigrazione, fondandosi su una logica di diritto, dovere e reciprocità.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
La recente dichiarazione di Sanae Takaichi, candidata alla guida del Partito Liberal Democratico giapponese, ha suscitato un acceso dibattito internazionale. Nel suo intervento, Takaichi ha affermato che il Giappone dovrebbe «riconsiderare politiche che permettano l’ingresso di persone con culture e background completamente diversi», richiamando la necessità di tutelare la coesione sociale e l’identità nazionale. Queste parole, pronunciate in un Paese dove l’immigrazione è ancora rigidamente controllata, assumono un significato profondo: il Giappone si trova oggi di fronte a una sfida demografica senza precedenti, ma rifiuta di rispondere ad essa attraverso un’apertura indiscriminata. La linea di Takaichi è chiara: accogliere chi si integra, non chi pretende di cambiare la società che lo ospita. Dietro questa visione vi sono tre principi che meritano attenzione anche nel dibattito europeo.
1. Identità come bene collettivo
Per Takaichi, la nazione non è soltanto una struttura politica o economica, ma un insieme di valori, regole e tradizioni condivise. Aprire le frontiere a culture radicalmente diverse senza un percorso di integrazione reale rischia di alterare l’equilibrio che tiene unita la comunità. Il suo messaggio, sintetizzato nella frase “il Giappone deve restare il Giappone”, non è un appello all’isolamento, ma un richiamo alla responsabilità culturale.
2. Immigrazione funzionale e temporanea
Il modello giapponese accoglie lavoratori stranieri solo in funzione delle esigenze produttive e con contratti a termine. L’obiettivo non è costruire una società multiculturale, ma mantenere un equilibrio che permetta di rispondere alle necessità del mercato del lavoro senza compromettere la coesione interna. Chi si integra, lavora e rispetta le regole è benvenuto; chi non lo fa deve tornare nel proprio Paese. È una logica di integrazione o reimmigrazione, espressa in termini chiari e coerenti.
3. Sovranità e sicurezza nazionale
L’immigrazione, secondo Takaichi, non può essere un automatismo morale, ma una scelta politica sovrana. Solo lo Stato può decidere chi entra, per quanto tempo e a quali condizioni. Questo principio di controllo, più che una chiusura, rappresenta una forma di autodeterminazione nazionale , un modello che in Europa è spesso frainteso o delegittimato in nome di un universalismo astratto.
Il caso giapponese mostra come un Paese possa difendere la propria identità senza rinunciare alla modernità. In fondo, il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non è altro che l’adattamento europeo di questa filosofia: accogliere chi dimostra di voler far parte della comunità, ma non mantenere indefinitamente chi ne rifiuta i valori. In un mondo che confonde accoglienza con resa culturale, il Giappone — e con esso la visione di Sanae Takaichi — offre un esempio concreto di realismo politico e rispetto dell’identità nazionale.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
I recenti disordini di Bologna, esplosi durante il corteo pro Gaza, hanno offerto un’immagine chiara e inquietante: accanto a studenti, collettivi e gruppi antagonisti, le cronache hanno segnalato la presenza dei “maranza”, protagonisti di lanci di petardi, devastazioni urbane e scontri con le forze dell’ordine. Non si tratta di una coincidenza lessicale o di un’etichetta giornalistica passeggera: è un campanello d’allarme sociale che conferma il fallimento dell’attuale modello di integrazione.
Maranza: un fenomeno giovanile che diventa politico
Il termine “maranza” è entrato da tempo nel linguaggio comune per indicare gruppi giovanili delle periferie urbane, spesso coinvolti in risse, microcriminalità e vandalismi. Non si tratta di un movimento organizzato, ma di un fenomeno sociale che raccoglie giovani accomunati da stili di vita, codici culturali e atteggiamenti di sfida.
Ciò che desta preoccupazione è che questi giovani iniziano a comparire nei cortei e nelle manifestazioni politiche. La loro presenza non porta contenuti ideologici, ma comportamenti violenti che trasformano proteste in guerriglia. È accaduto a Bologna e rischia di ripetersi altrove.
Le seconde generazioni e l’integrazione incompiuta
Molti dei cosiddetti “maranza” appartengono alle seconde generazioni, figli di immigrati nati o cresciuti in Italia. Qui sta il nodo: non parliamo di nuovi arrivati, ma di giovani che hanno attraversato scuole, istituzioni e percorsi educativi italiani. Nonostante ciò, non si riconoscono nel tessuto sociale e scelgono percorsi di devianza.
Questo è il segno di una integrazione incompiuta. Il sistema ha garantito presenze formali (permessi, cittadinanza, scuola), ma non ha costruito appartenenza reale. Il risultato è un vuoto identitario che si traduce in conflitto: non pienamente italiani, non legati al Paese d’origine, trovano nel gruppo di strada la loro unica comunità.
Non a caso avevo già affrontato questo nodo in due articoli precedenti:
“Il fenomeno maranza: denuncia di un sistema allo sbando e necessità di un nuovo paradigma” (8 giugno 2025), dove segnalavo la deriva sociale insita nel fenomeno;
“Integrazione mancata: il vero nodo delle seconde generazioni” (26 agosto 2025), in cui sottolineavo la responsabilità delle istituzioni nel non aver costruito percorsi di reale inclusione.
Gli eventi di Bologna confermano oggi, con forza ancora maggiore, quanto quelle analisi fossero attuali: il problema delle seconde generazioni non può più essere ignorato.
Rischi futuri: dalla devianza al conflitto sociale
La partecipazione dei “maranza” ai disordini non è un dettaglio marginale. Se questo segmento giovanile, privo di radici e di riconoscimento, si salda con movimenti antagonisti o proteste politiche, il rischio è di assistere a una nuova stagione di conflittualità urbana permanente. Le città diventerebbero il teatro di una frustrazione collettiva che non trova canali istituzionali, ma solo la violenza come forma di visibilità.
Integrare o ReImmigrare: un bivio necessario
Di fronte a questo scenario, occorre abbandonare le illusioni. L’integrazione non può restare un concetto astratto o una promessa incompiuta: deve diventare un obbligo concreto e verificabile.
Tre sono i pilastri irrinunciabili:
Lavoro regolare come strumento di dignità e responsabilità.
Lingua italiana come fondamento di appartenenza.
Rispetto delle regole come base della convivenza.
Chi non aderisce a questo patto deve essere ricondotto al principio della ReImmigrazione. Non è accettabile mantenere all’interno della comunità nazionale sacche di devianza che rifiutano di integrarsi.
Conclusione
I disordini di Bologna dimostrano che i “maranza” non sono folklore giovanile, ma il volto di un’integrazione fallita. Già nei miei articoli precedenti avevo denunciato i rischi legati al fenomeno e alle seconde generazioni: ora la realtà li ha resi concreti e sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema significherebbe condannare le nostre città a una crescente instabilità sociale. È il momento di scegliere: integrazione vera e obbligatoria, o ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
Negli ultimi mesi il termine “remigrazione” è entrato nel dibattito politico italiano. A Livorno, il generale Roberto Vannacci interverrà in un evento che riprende il contestato summit di Gallarate, scatenando polemiche e contrapposizioni. Da un lato, la sinistra descrive la remigrazione come un piano di deportazioni di massa; dall’altro, alcuni ambienti della destra radicale la esaltano come soluzione definitiva all’immigrazione.
In questa formulazione estrema, la remigrazione – intesa come rientro forzato indiscriminato di tutti gli stranieri, regolari o meno – è chiaramente incostituzionale e irrealizzabile. Non solo vìola i principi della nostra Carta, ma anche le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia.
Diverso è il concetto di ReImmigrazione. Non si tratta di deportazioni di massa, ma di un nuovo paradigma costituzionalmente compatibile: il diritto a rimanere in Italia non è automatico, ma condizionato a un effettivo percorso di integrazione fondato su tre pilastri essenziali – lavoro, lingua, rispetto delle regole. Chi non si integra, sceglie da sé la strada del ritorno.
Esempi di questo paradigma già esistono nel nostro ordinamento.
La conversione del permesso da minore età a lavoro: per ottenere il titolo di soggiorno, il giovane straniero deve ricevere il parere positivo del Comitato minori, che valuta il percorso di integrazione. In assenza, non c’è conversione e il giovane deve lasciare l’Italia.
La protezione complementare: la prassi prevede che il passaporto del richiedente resti trattenuto presso la Questura. Questo non è un dettaglio burocratico, ma il segno tangibile che il diritto al soggiorno è legato a una verifica costante dell’integrazione. Se tale percorso non si realizza, il ritorno nel Paese d’origine diventa la conseguenza naturale.
Questi istituti dimostrano che il nostro ordinamento già conosce una forma di “integrazione o ReImmigrazione”. Non si tratta di deportazioni arbitrarie, ma di meccanismi giuridici che bilanciano diritti e doveri, accoglienza e responsabilità.
Per questo, pur marcando la distanza dalla “remigrazione” intesa come slogan politico e irrealizzabile progetto di espulsioni di massa, è necessario aprire un confronto serio. L’Italia e l’Europa non possono restare ostaggio di estremismi e semplificazioni: serve un modello che riconosca i diritti fondamentali ma pretenda, al tempo stesso, l’integrazione come condizione imprescindibile.
La ReImmigrazione è questa via: un paradigma che rende compatibile l’accoglienza con la Costituzione, trasformando la permanenza in un atto di responsabilità reciproca.
Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato UE (ID 280782895721-36)
La vicenda accaduta a Rimini, riportata dal Corriere di Bologna, non è solo una storia di cronaca nera, ma un caso emblematico che mette in luce tutte le fragilità del modello attuale di convivenza.
Una ragazza di origine bangladese, cresciuta in Italia fin dall’età di sei anni, frequentante le scuole superiori, è stata costretta dai propri genitori ad accettare un matrimonio combinato in patria. Una scelta imposta con pressioni e maltrattamenti, che ha portato all’arresto dei genitori e alla messa in protezione della giovane.
Siamo di fronte a un reato gravissimo, previsto dall’articolo 558 bis del codice penale, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque costringa una persona a contrarre matrimonio o unione civile. Ma soprattutto siamo davanti a un fallimento evidente del processo di integrazione: dopo quindici anni in Italia, questa famiglia non ha interiorizzato i principi fondamentali della nostra convivenza civile, a partire dalla libertà personale e dall’uguaglianza tra uomo e donna.
La domanda è inevitabile: cosa significa “vivere in Italia” se non si accetta il rispetto delle regole che fondano la nostra società? È proprio qui che entra in gioco il paradigma di integrazione o ReImmigrazione. L’Italia, come ogni democrazia europea, non può limitarsi a garantire diritti senza pretendere il rispetto di doveri: chi non si integra, chi rifiuta i valori costituzionali e continua a imporre pratiche tribali e violente, non può restare.
Il caso di Rimini ci dice che il tempo della neutralità è finito. Accogliere non significa chiudere gli occhi di fronte a tradizioni incompatibili con la libertà individuale. Accogliere significa chiedere a chi arriva e a chi vive in Italia un atto di responsabilità: rispettare la legge, rispettare le donne, rispettare la dignità di ogni persona.
Se questo non accade, l’unica strada è la ReImmigrazione. Perché la libertà delle nostre figlie, cresciute nelle scuole italiane, vale più di qualsiasi tradizione che odora di sopraffazione.
Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato UE (ID 280782895721-36)