Categoria: Politiche migratorie

  • Gli stessi numeri sull’immigrazione producono due racconti opposti: è il momento di costruire un vero cruscot to dei risultati

    Gli stessi numeri sull’immigrazione producono due racconti opposti: è il momento di costruire un vero cruscotto dei risultati

    Nel dibattito italiano sull’immigrazione accade con una certa frequenza che maggioranza e opposizione utilizzino gli stessi dati, senza necessariamente contestarne l’esattezza, e giungano tuttavia a conclusioni profondamente diverse sull’efficacia delle politiche adottate. Il problema, in questi casi, non nasce sempre dai numeri in sé, quanto piuttosto dal passaggio successivo, molto più delicato, attraverso il quale un dato quantitativo viene trasformato prima in una spiegazione causale e poi in un giudizio politico.

    I numeri più recenti sugli sbarchi rappresentano un esempio particolarmente chiaro. Tra gennaio e luglio 2026 sono sbarcate in Italia circa 16.400 persone, contro circa 88.800 nello stesso periodo del 2023, con una riduzione superiore all’80%; nello stesso tempo, dal primo gennaio al primo settembre 2026, i rimpatri effettuati sono stati 5.825. Si tratta di dati significativi, che sarebbe metodologicamente scorretto minimizzare soltanto perché vengono utilizzati dalla maggioranza per rivendicare l’efficacia della propria politica migratoria.

    Il passaggio più difficile comincia quando si cerca di stabilire perché quel risultato si sia prodotto. Il fatto che gli sbarchi siano diminuiti in maniera così consistente costituisce un dato osservabile; sostenere invece che tale riduzione dipenda integralmente dagli accordi con i Paesi terzi, dalle misure adottate nei confronti delle organizzazioni non governative o dalle scelte compiute dal Governo significa formulare una tesi causale che richiede un livello di dimostrazione ulteriore. Allo stesso modo, sarebbe altrettanto scorretto utilizzare l’esistenza di fattori esterni — condizioni nei Paesi di origine e transito, mutamenti geopolitici, attività delle autorità straniere, condizioni meteorologiche o spostamento delle rotte — per concludere che le politiche nazionali non abbiano prodotto alcun effetto.

    È precisamente qui che il dibattito tende a diventare ideologico. Chi sostiene il Governo tende a utilizzare il miglioramento dell’indicatore come dimostrazione immediata dell’efficacia della strategia adottata; chi vi si oppone tende invece a valorizzare le variabili esterne fino a svuotare quasi completamente il significato politico del risultato. Una valutazione seria dovrebbe invece ammettere che una politica pubblica può avere contribuito in misura rilevante a un determinato esito senza esserne necessariamente l’unica causa e che, nei fenomeni complessi come quelli migratori, la causalità raramente può essere ricondotta a un solo fattore.

    La domanda realmente utile, quindi, non è se il calo degli sbarchi sia “merito” o “non merito” del Governo in termini assoluti, ma quale parte di quel risultato possa essere ragionevolmente collegata alle politiche adottate, quale dipenda da condizioni esterne e quali altri effetti, diretti o indiretti, siano stati prodotti nel medesimo periodo.

    L’Italia non parte affatto da zero sul piano della produzione di dati e rapporti. Esistono già pubblicazioni annuali molto articolate, a partire dal Rapporto del Ministero del Lavoro sugli stranieri nel mercato del lavoro, oltre a studi, monitoraggi e documenti prodotti da diverse amministrazioni ed enti sui singoli aspetti del fenomeno migratorio.

    Il problema, dunque, non consiste nella mancanza di statistiche né nella necessità di creare semplicemente un altro rapporto annuale. La vera lacuna è un’altra: manca un cruscotto nazionale capace di mettere in relazione, in modo stabile e comparabile, dati oggi dispersi tra amministrazioni, rapporti e settori differenti, così da valutare non soltanto ciò che accade, ma anche l’efficacia complessiva delle politiche adottate.

    Oggi possiamo conoscere il numero degli sbarchi, dei permessi di soggiorno, delle domande di protezione, dei rimpatri, degli ingressi per lavoro, delle imprese straniere, degli occupati e dei progetti finanziati per l’integrazione; possiamo inoltre ricostruire, attraverso fonti diverse, molte informazioni sui tempi delle procedure, sulla scuola, sulla condizione abitativa e sul welfare. Ciò che manca è la possibilità di leggere sistematicamente questi dati come parti di uno stesso processo e di confrontarli con gli obiettivi che la politica dichiara di voler raggiungere.

    È questa la differenza tra una raccolta statistica e una vera valutazione delle politiche pubbliche.

    Un aumento dei rimpatri rappresenta certamente un indicatore positivo se l’obiettivo consiste nel rendere più effettive le decisioni di allontanamento, ma il suo significato cambia radicalmente se non viene confrontato con il numero complessivo delle espulsioni definitive rimaste ineseguite, con i tempi necessari per procedere al rimpatrio e con le ragioni che impediscono l’esecuzione.

    Allo stesso modo, il calo degli sbarchi costituisce un elemento importante, ma non è sufficiente da solo a descrivere l’evoluzione dell’immigrazione irregolare. Per comprendere realmente il fenomeno occorrerebbe verificare se siano diminuite anche le partenze, se alcune rotte siano state sostituite da altre, quale sia stato l’andamento degli ingressi terrestri o attraverso altri canali, se sia cambiata la pericolosità delle traversate e quale rapporto esista tra la contrazione dei percorsi irregolari e l’apertura di canali regolari.

    Lo stesso criterio dovrebbe essere applicato alle politiche di integrazione. Sapere quanti corsi di lingua siano stati finanziati, quante persone siano state prese in carico o quanti progetti scolastici siano stati realizzati significa conoscere l’attività dell’amministrazione, ma non permette ancora di sapere se la conoscenza linguistica sia migliorata, se l’assenteismo scolastico sia diminuito, se i lavoratori abbiano acquisito maggiore stabilità o se le persone coinvolte abbiano raggiunto una maggiore autonomia.

    Il punto, quindi, non è produrre altri numeri, ma organizzare quelli già disponibili intorno alle domande che vogliamo realmente verificare.

    Una delle ragioni della frammentazione deriva probabilmente dal modo in cui il fenomeno migratorio viene tradizionalmente amministrato. Ingresso, soggiorno, protezione internazionale, integrazione e rimpatrio vengono spesso trattati come settori distinti, affidati a strumenti e amministrazioni differenti, mentre nella realtà costituiscono fasi diverse di uno stesso percorso.

    Se lo Stato autorizza l’ingresso di un lavoratore perché esiste un fabbisogno produttivo, la valutazione dell’efficacia della politica non dovrebbe terminare con il rilascio del visto o con la sottoscrizione del contratto, perché il vero risultato emerge soltanto successivamente, quando si può verificare se quel lavoratore sia rimasto occupato, abbia raggiunto una sufficiente autonomia economica e abbia costruito un percorso stabile.

    Analogamente, quando viene adottato un provvedimento definitivo di espulsione, il numero degli atti emanati dice poco sulla capacità effettiva dello Stato di governare l’irregolarità se non viene confrontato con il numero delle decisioni realmente eseguite.

    Lo stesso vale per l’integrazione, rispetto alla quale il semplice finanziamento di servizi o programmi non può essere confuso con il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. È quindi necessario osservare l’intero ciclo migratorio, perché una politica può ottenere un risultato positivo in una fase e mostrare criticità significative in quella successiva.

    Un vero cruscotto nazionale dovrebbe avere precisamente questa funzione, mettendo in relazione gli obiettivi dichiarati dalla politica, gli strumenti utilizzati per raggiungerli e i risultati effettivamente prodotti nel tempo.

    Se l’obiettivo è ridurre l’immigrazione irregolare, non basterà misurare gli sbarchi, ma occorrerà considerare anche le partenze, gli ingressi attraverso altri canali, le intercettazioni, le rotte utilizzate e l’effettività dei rimpatri. Se l’obiettivo è aumentare l’immigrazione regolare per lavoro, sarà necessario verificare non soltanto quanti ingressi siano stati autorizzati, ma anche quanti rapporti di lavoro siano rimasti attivi dopo uno o due anni, quale sia stata l’evoluzione delle retribuzioni, della qualificazione e dell’autonomia. Se l’obiettivo è favorire l’integrazione, il numero dei progetti finanziati dovrà essere accompagnato da indicatori che consentano di osservare la conoscenza linguistica, la continuità lavorativa, gli esiti scolastici, l’autonomia abitativa e, soprattutto, l’evoluzione di queste dimensioni nel tempo.

    Il vantaggio sarebbe evidente: nessun singolo dato potrebbe essere trasformato nell’unico criterio attraverso il quale giudicare l’intera politica migratoria.

    Questa impostazione si collega direttamente al concetto di integrazione verificabile che sto sviluppando, perché introduce una conseguenza che considero essenziale: se chiediamo di valutare il percorso della persona straniera, dobbiamo accettare di sottoporre a verifica anche l’efficacia degli strumenti predisposti dalle istituzioni.

    Ciò non significa affatto equiparare le responsabilità. La persona conserva la responsabilità delle proprie scelte, dell’utilizzo degli strumenti disponibili, dell’apprendimento linguistico, del rispetto delle regole e del percorso di autonomia; le istituzioni devono invece poter essere valutate rispetto alla disponibilità reale degli strumenti, alla loro accessibilità, alla qualità degli interventi e ai risultati che essi producono.

    È la distinzione tra disponibilità, accessibilità, utilizzo e risultato.

    Applicata alle politiche pubbliche, questa sequenza consente di distinguere ciò che l’amministrazione dichiara di avere predisposto da ciò che le persone possono realmente utilizzare e dagli effetti che ne derivano. Un corso può esistere formalmente e risultare difficilmente frequentabile; un programma di formazione può coinvolgere molti lavoratori senza produrre successivamente stabilità occupazionale; un progetto scolastico può essere correttamente finanziato senza ridurre l’assenteismo.

    La verifica serve precisamente a individuare in quale punto il percorso abbia funzionato e in quale si sia interrotto.

    Un cruscotto sufficientemente evoluto dovrebbe aiutare anche a rendere più rigorosa la discussione sulle cause dei risultati. Se, dopo la conclusione di un accordo con un Paese di transito, le partenze diminuiscono sensibilmente, quella correlazione costituisce certamente un elemento da considerare, ma deve essere letta insieme alle condizioni interne del Paese interessato, all’andamento delle rotte alternative, all’attività delle autorità locali e agli altri fattori che possono avere inciso sul fenomeno.

    Non si tratta di pretendere una certezza matematica che, nelle scienze sociali e nelle politiche migratorie, sarebbe spesso impossibile raggiungere. Si tratta però di chiedere che la rivendicazione politica di un risultato sia accompagnata da una spiegazione sufficientemente fondata del rapporto tra misura adottata ed effetto osservato.

    Questo renderebbe il dibattito più serio anche per l’opposizione, che non potrebbe limitarsi a negare il merito politico sulla base dell’esistenza astratta di fattori esterni, ma dovrebbe indicare quali elementi alternativi ritiene abbiano avuto un peso determinante.

    La costruzione di un cruscotto unitario avrebbe una conseguenza particolarmente importante anche rispetto alla proposta di un futuro Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione. Un ministero costruito secondo questa logica non dovrebbe essere valutato sulla quantità delle norme approvate, dei protocolli sottoscritti o delle risorse distribuite, ma sulla capacità di raggiungere obiettivi preventivamente individuati e successivamente verificabili.

    All’inizio dell’anno potrebbe indicare alcuni risultati attesi, relativi per esempio ai tempi delle procedure, all’effettività delle decisioni di allontanamento, alla stabilità dei nuovi ingressi lavorativi, alla conoscenza linguistica, agli esiti scolastici o all’autonomia economica. Alla fine dello stesso periodo quei risultati dovrebbero essere confrontati con i dati effettivi, spiegando quali obiettivi siano stati raggiunti, quali siano stati mancati e quali variabili esterne abbiano inciso.

    Una politica pubblica matura non dovrebbe temere una simile verifica, perché la misurazione non serve soltanto a individuare i fallimenti, ma anche a riconoscere i risultati reali quando essi vengono raggiunti.

    Il calo degli sbarchi registrato nel 2026 dovrebbe quindi essere trattato come un dato importante, che merita di essere riconosciuto e analizzato senza pregiudizi. Se una parte significativa della riduzione deriva dalle politiche adottate dal Governo, quel risultato dovrebbe poter essere attribuito con chiarezza; se una parte dipende invece da condizioni esterne o dallo spostamento delle rotte, anche questo dovrebbe emergere.

    Ciò che appare sempre meno accettabile è un dibattito nel quale ogni parte utilizza i numeri come prova definitiva quando confermano la propria tesi e li considera insufficienti quando la contraddicono.

    L’Italia dispone già di rapporti, statistiche e competenze amministrative sufficienti per fare un passo ulteriore. Non serve semplicemente produrre un nuovo documento annuale, ma costruire un sistema capace di collegare dati oggi dispersi e trasformarli in una valutazione complessiva delle politiche migratorie.

    Sarebbe questo il vero salto di qualità: passare dalla descrizione dei fenomeni alla verifica dei risultati, mettendo in relazione ingresso, permanenza, integrazione e ritorno all’interno di un unico quadro di valutazione.

    Il confronto politico rimarrebbe, naturalmente, perché le priorità e le scelte continuerebbero a essere diverse. Cambierebbe però il terreno sul quale quel confronto avviene, perché prima di discutere se una politica sia ideologicamente condivisibile potremmo almeno stabilire, con maggiore precisione, se abbia realmente funzionato e quali effetti abbia prodotto.

    Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
    Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
    Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
    ORCID: 0009-0004-7030-0428

    Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.