
Giorno: 24 febbraio 2026
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Senza verifica non c’è integrazione: oltre l’esempio spagnolo
Nel dibattito europeo sulle politiche migratorie la Spagna viene spesso indicata come laboratorio di un modello più inclusivo. In questa prospettiva si colloca l’articolo pubblicato su Il Bo Live – Università di Padova dal titolo “Migranti: la Spagna sceglie l’integrazione”, consultabile al seguente link:
https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/migranti-spagna-sceglie-lintegrazioneL’articolo descrive la scelta politica spagnola di ampliare i canali di regolarizzazione, favorire l’inserimento lavorativo e strutturare percorsi di integrazione in risposta alla pressione demografica e alle esigenze del mercato del lavoro. Il messaggio è chiaro: l’integrazione non come emergenza, ma come strategia.
È una posizione che merita rispetto. L’idea che l’immigrazione non possa essere gestita esclusivamente con strumenti repressivi è condivisibile. Senza canali legali e senza politiche di inserimento, si produce soltanto irregolarità e marginalità sociale.
Ma il punto decisivo non è se scegliere l’integrazione.
Il punto è come definirla e come verificarla.Nel dibattito pubblico il termine “integrazione” viene utilizzato in senso ampio, spesso valoriale. Integrazione significa inclusione, accesso al lavoro, partecipazione sociale. Tuttavia, raramente viene precisato quali siano gli indicatori oggettivi che consentono di affermare che un percorso di integrazione sia effettivamente riuscito.
Una politica migratoria fondata sull’integrazione non può limitarsi alla dichiarazione di principio. Deve rispondere a domande precise: esistono obblighi linguistici effettivi? Esiste un monitoraggio del percorso lavorativo? È prevista una verifica del rispetto sistematico delle regole? Quali sono le conseguenze in caso di fallimento del percorso?
Se questi elementi non sono strutturati, l’integrazione resta un obiettivo programmatico, non una condizione giuridica.
Nel paradigma che propongo, sintetizzato nella formula “Integrazione o ReImmigrazione”, l’integrazione non è uno slogan politico ma un patto verificabile. È fondata su tre pilastri essenziali: lavoro stabile, conoscenza della lingua, rispetto dell’ordinamento. Non è un concetto culturale astratto, ma un percorso misurabile.
La permanenza sul territorio nazionale non può essere automatica né irreversibile. Se il percorso di integrazione è effettivo e consolidato, la stabilità del soggiorno è pienamente legittimata. Se invece il percorso fallisce, deve essere prevista una via ordinata e coerente di rientro nel Paese d’origine.
Ed è qui che l’esempio spagnolo, così come rappresentato nell’articolo, appare incompleto. Si enfatizza la scelta politica dell’inclusione, ma non si approfondisce la dimensione della responsabilità reciproca e della reversibilità. Senza una clausola di verifica e senza un meccanismo efficace di uscita in caso di mancata integrazione, il modello rischia di fondarsi su una presunzione permanente di riuscita.
L’integrazione reale non teme la verifica.
Al contrario, la richiede.Una politica migratoria moderna deve saper distinguere tra inclusione responsabile e stabilizzazione automatica. Deve riconoscere che i diritti si accompagnano a doveri e che il patto tra Stato e individuo implica un reciproco impegno.
Senza verifica non c’è integrazione.
Senza responsabilità non c’è stabilità.
Senza una clausola di reversibilità, l’integrazione resta una dichiarazione.Il modello spagnolo può offrire spunti interessanti sul piano dell’inserimento e della programmazione. Ma una politica veramente strutturata deve andare oltre l’annuncio e costruire un sistema di integrazione condizionata e verificabile.
È in questo equilibrio tra apertura e responsabilità che si colloca la proposta “Integrazione o ReImmigrazione”: non contro l’integrazione, ma per un’integrazione reale, misurabile e giuridicamente vincolante.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36
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Formation juridique continue sur la protection complémentaire : une perspective italienne ouverte au débat français
En 2026, j’organise à Bologne un cycle structuré de formations juridiques accréditées par le Conseil de l’Ordre des Avocats de Bologne au titre de la formation continue obligatoire, avec l’attribution de deux crédits de formation pour chacun des événements, conformément à la communication officielle de la Commission compétente.
Ces séminaires s’inscrivent dans le cadre du droit italien et européen, mais les thématiques abordées présentent un intérêt évident pour le public juridique français : avocats spécialisés en droit des étrangers, magistrats, universitaires, doctorants, responsables associatifs ou experts en politiques migratoires.
La protection complémentaire, telle qu’elle est prévue par l’article 19 du décret législatif italien n° 286/1998, ne constitue pas une simple mesure résiduelle. Elle représente aujourd’hui un instrument central d’articulation entre le contrôle des flux migratoires et la garantie effective des droits fondamentaux, notamment le droit au respect de la vie privée et familiale, la dignité de la personne et le principe de proportionnalité, tels qu’interprétés à la lumière de la CEDH et de la Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne.
Le premier module est consacré à la protection complémentaire dans la jurisprudence de fond, avec une analyse des critères d’application développés par les tribunaux ordinaires italiens et par la Cour de cassation, ainsi que du dialogue avec la Cour européenne des droits de l’homme. L’accent est mis sur la notion d’intégration, sur la construction probatoire et sur la technique de rédaction des recours et mémoires.
Le deuxième module adopte une perspective plus systémique : la protection complémentaire comme instrument de gouvernance de l’immigration. Il s’agit d’interroger la fonction régulatrice de cet institut dans un modèle où l’intégration constitue le fondement de la permanence légitime sur le territoire, tandis que la réimmigration intervient lorsque le parcours d’intégration échoue. Le débat comparatif, notamment avec certaines propositions développées en Allemagne, permet de situer la réflexion italienne dans un cadre européen plus large, en tenant compte des limites imposées par le droit conventionnel et le droit de l’Union.
Le troisième module est d’ordre technique et opérationnel : il porte sur la rédaction de la demande de protection complémentaire, l’activité probatoire, l’accès aux documents administratifs, et les relations avec les autorités administratives compétentes dans les procédures ordinaires et accélérées. Dans un contexte marqué par la multiplication des procédures rapides, la rigueur méthodologique devient déterminante.
Pour un public français, ces questions entrent en résonance avec les débats relatifs à la protection subsidiaire, aux obligations de quitter le territoire, à la jurisprudence du Conseil d’État, ainsi qu’à la mise en œuvre des standards issus de la CEDH. La tension entre souveraineté migratoire et protection des droits fondamentaux est commune à nos systèmes juridiques.
Les professionnels ou chercheurs francophones intéressés par une approche comparative peuvent me contacter directement. Je mets à disposition, sur demande, les supports pédagogiques, diapositives et documents de travail utilisés dans le cadre de ces formations, afin de favoriser un échange académique et professionnel transnational.
La protection complémentaire n’est pas une concession politique. Elle est un instrument juridique structurant. La comprendre dans sa dimension technique et systémique est indispensable pour qui veut aborder sérieusement le droit contemporain de l’immigration.
Avv. Fabio Loscerbo



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