Per oltre due decenni la Svezia è stata indicata come il paradigma europeo dell’accoglienza strutturale. Protezione ampia, ricongiungimenti relativamente accessibili, stabilizzazione rapida del soggiorno, accesso esteso al welfare. Un modello che si fondava su una premessa culturale precisa: l’inclusione come presupposto quasi automatico dell’integrazione.
Oggi quel modello è oggetto di una revisione profonda.
Il mutamento non è solo politico, ma giuridico. La protezione internazionale e le forme di soggiorno correlate sono sempre più concepite come temporanee, con rinnovi subordinati alla permanenza effettiva dei presupposti. La stabilizzazione non è più l’esito naturale del tempo trascorso sul territorio, ma il risultato di una verifica sostanziale.
Anche il ricongiungimento familiare è stato oggetto di irrigidimenti significativi: requisiti economici più severi, maggiore attenzione alla capacità di autosostentamento, controlli più rigorosi. Il diritto alla vita familiare rimane, ma viene inquadrato entro criteri di sostenibilità concreta.
Parallelamente, la politica svedese punta ad aumentare l’effettività dei rimpatri, trasformando l’espulsione da strumento residuale a componente ordinaria della gestione migratoria. Non più una misura eccezionale, ma un elemento strutturale del sistema.
Il dato più rilevante, tuttavia, riguarda l’integrazione. L’apprendimento della lingua, la partecipazione al mercato del lavoro, il rispetto delle regole diventano criteri centrali anche per l’accesso alla cittadinanza e alla residenza permanente. Si rafforza così una concezione della permanenza come rapporto giuridico condizionato.
La Svezia non rinnega formalmente la propria tradizione umanitaria. Ma nei fatti sta correggendo un modello che aveva attenuato il principio di condizionalità. La stabilità del soggiorno non può prescindere da obblighi verificabili. L’integrazione non può essere solo un obiettivo politico dichiarato: deve diventare un parametro giuridicamente rilevante.
Nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, questo passaggio è centrale. L’immigrazione sostenibile richiede tre pilastri: lavoro, lingua, rispetto delle regole. Se tali elementi mancano o vengono meno, lo Stato deve poter attivare strumenti efficaci per il rientro nel Paese d’origine. Non per ideologia, ma per coerenza del sistema.
Il caso svedese mostra che anche uno degli Stati europei più aperti ha riconosciuto un limite strutturale: senza condizionalità, l’integrazione non regge nel lungo periodo. E quando l’integrazione non funziona, la coesione sociale si incrina.
La domanda non è se la Svezia stia diventando “più dura”. La domanda è se stia tornando a concepire l’immigrazione come istituto amministrativo governabile, fondato su diritti ma anche su doveri.
Se questa è la direzione, non si tratta di un’eccezione nordica. Si tratta di un segnale per l’intera Europa.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
ID 280782895721-36





