L’Italia vive un paradosso che ormai non può più essere ignorato.
Da un lato la popolazione italiana di cittadinanza continua a diminuire anno dopo anno, segnando un declino demografico che non ha paragoni nel resto dell’Europa occidentale.
Dall’altro lato, i flussi di immigrazione aumentano in modo significativo, con numeri mai registrati prima.
Eppure, ciò che dovrebbe rappresentare la soluzione — un innesto demografico capace di sostenere il sistema produttivo e previdenziale — si traduce nei fatti in un equilibrio fragile, perché manca completamente l’elemento decisivo: l’integrazione effettiva.
Le statistiche più recenti restituiscono un quadro netto.
La popolazione italiana diminuisce non per un fatto contingente, ma per dinamiche strutturali: pochi nati, molti anziani, età media in costante crescita.
Nel 2024 l’Italia ha superato la soglia del 24% di popolazione over 65, mentre gli individui in età lavorativa diminuiscono progressivamente. L’old-age dependency ratio — il rapporto tra chi lavora e chi è in pensione — raggiunge livelli tali da mettere sotto pressione crescente il sistema pensionistico e il welfare.
Parallelamente l’immigrazione continua a crescere: arrivi record, acquisizioni di cittadinanza in forte aumento, ingressi per lavoro che superano abbondantemente le quote degli anni precedenti. Ma ciò non significa automaticamente sostenibilità.
Un Paese che perde giovani italiani — spesso qualificati, spesso diretti all’estero per cercare condizioni migliori — e che importa forza lavoro a bassa qualificazione, frammentata e spesso poco stabile, non risolve il problema demografico: lo sposta in avanti, lo diluisce, e in alcuni casi lo aggrava.
Il nodo è che l’Italia ha scelto per anni un modello migratorio fondato più sulla gestione delle emergenze che su una visione di lungo periodo.
I flussi non sono orientati alla selezione dei profili necessari al Paese; i percorsi di integrazione linguistica e lavorativa non sono obbligatori né realmente verificati; il sistema non distingue tra ingressi che apportano valore e ingressi che alimentano aree grigie del mercato del lavoro, aumentano la vulnerabilità sociale o generano attriti sul territorio.
Il risultato è un duplice corto circuito. Da un lato, abbiamo un trend demografico che richiederebbe una politica migratoria intelligente, mirata e strutturale. Dall’altro, abbiamo una realtà in cui molti stranieri rimangono in una sorta di limbo: non integrati, non sostenibili economicamente, ma comunque permanenti, perché l’ordinamento non prevede strumenti chiari per valutare il percorso di integrazione né, in caso di esito negativo, per attivare percorsi di rientro ordinati.
È proprio questo il punto centrale su cui insiste il paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
Non basta aumentare gli ingressi, né serve inseguire modelli “aperti” che promettono miracoli demografici inesistenti.
Serve invece un approccio fondato su un patto chiaro: chi arriva deve integrarsi nella comunità nazionale attraverso tre leve essenziali — lavoro regolare, lingua, rispetto delle regole — e lo Stato deve verificare nel tempo che questo patto venga rispettato. Se funziona, il sistema è sostenibile.
Se non funziona, deve essere previsto un rientro ordinato, non come misura eccezionale ma come componente fisiologica della politica migratoria.
In questa prospettiva, la ReImmigrazione non è una misura punitiva: è la conseguenza naturale di una politica che mette al centro la sostenibilità demografica e sociale.
L’Italia non può permettersi di accumulare, anno dopo anno, una fascia di popolazione permanente ma non integrata, che pesa sui servizi e non contribuisce a mantenerli.
La demografia lo vieta, il mercato del lavoro lo conferma, il welfare lo rende evidente.
Rimettere al centro l’integrazione, con criteri misurabili e verificabili, significa restituire razionalità al sistema migratorio.
Inserire la ReImmigrazione come percorso ordinato per chi non aderisce a questo patto significa evitare che il Paese continui a scivolare in un modello caotico, privo di selezione e privo di responsabilità. Solo così l’immigrazione può diventare una risorsa e non un ulteriore fattore di instabilità.
È questo il nodo politico dei prossimi vent’anni: o l’Italia sceglie un modello migratorio fondato sull’integrazione reale e sulla responsabilità reciproca, oppure continuerà a muoversi dentro un paradosso che la demografia, prima o poi, farà esplodere.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea — ID 280782895721-36
In Italia il dibattito sull’immigrazione continua a muoversi tra due poli opposti che, a ben vedere, hanno più in comune di quanto sembri.
Da un lato persiste un’idea di accoglienza automatica, quasi indipendente dalle reali capacità del Paese di costruire percorsi di integrazione solidi e controllabili.
Dall’altro cresce la spinta verso la remigrazione forzata, presentata come la soluzione finale a un sistema che non ha mai funzionato davvero.
È un pendolo che si ripete da anni: prima apriamo senza criteri, poi chiudiamo in ritardo, quando il contesto sociale è già compromesso.
La remigrazione, così come viene evocata nel dibattito politico, nasce sempre dopo il fallimento. Arriva quando i quartieri sono già diventati enclaves, quando il mercato del lavoro ha assorbito manodopera senza offrire strumenti di integrazione, quando i servizi pubblici sono già sotto pressione e quando l’opinione pubblica percepisce la presenza straniera come un problema di sicurezza. È una reazione tardiva, emotiva, l’ultimo stadio di un modello che non si è mai dotato di una vera architettura di gestione. E infatti la remigrazione, intesa come risposta di massa, finisce quasi sempre per scontrarsi con i limiti giuridici del nostro ordinamento: norme europee, vincoli convenzionali, garanzie procedurali. È la toppa messa a un sistema che non ha mai preteso integrazione prima di concedere stabilità.
La ReImmigrazione si colloca su un piano completamente diverso. Non interviene dopo la crisi: la previene. Immagina l’ingresso non come un atto definitivo, ma come l’avvio di un rapporto condizionato tra la persona straniera e lo Stato italiano.
Un rapporto che richiede impegno reciproco. Lo Stato offre percorsi – lingua, orientamento, formazione – ma pretende risultati verificabili, non vaghe dichiarazioni d’intenti. L’integrazione diventa un obbligo e non un’opzione. E quando questo obbligo non viene assolto, la permanenza non può essere illimitata: si attiva un percorso di ritorno ordinato, regolato, assistito, deciso fin dall’inizio e non improvvisato dopo anni di inerzia. È un processo trasparente, non una punizione collettiva.
Questa impostazione consente di leggere il Decreto Flussi 2025 con uno sguardo più lucido. L’Italia ha perfezionato la macchina di ingresso, definendo quote, procedure più rapide, corsi pre-partenza e accordi con i Paesi terzi. Ma tutto questo riguarda solo il primo tratto del percorso. Dopo l’ingresso, si torna al vecchio schema: rinnovi automatici, integrazione lasciata all’iniziativa individuale, assenza totale di verifiche sostanziali.
È questo vuoto che, negli anni, si trasforma in tensione sociale e che alimenta la domanda politica di “rimandarli a casa”. Un sistema che non distingue tra chi si integra e chi non lo fa è un sistema che prepara da solo le condizioni per la remigrazione emergenziale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” risponde esattamente a questa lacuna. Impone che l’Italia, accanto alla programmazione dei flussi e alla gestione iniziale degli ingressi, definisca finalmente i criteri di permanenza: quando un percorso di integrazione può dirsi riuscito, quali standard devono essere rispettati, quali conseguenze derivano dall’assenza totale di integrazione. Non c’è nulla di punitivo.
È semplicemente la logica del patto: diritti in cambio di doveri, stabilità in cambio di integrazione.
La scelta, in fondo, è tutta qui. Continuare con l’alternanza fra apertura incontrollata e remigrazione forzata significa condannare il Paese allo stesso ciclo vizioso che osserviamo da vent’anni. Costruire un modello fondato sulla ReImmigrazione significa, invece, superare il pendolo e fondare la politica migratoria italiana su regole chiare, verificabili e sostenibili.
È il passo che l’Italia non ha ancora compiuto e che, prima o poi, dovrà compiere se vuole coniugare sicurezza, coesione sociale e dignità delle persone.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea ID 280782895721-36
La legge di conversione del decreto-legge 3 ottobre 2025, n. 146, rappresenta l’ennesimo tentativo di intervenire sul meccanismo dei flussi di ingresso dei lavoratori stranieri attraverso una serie di aggiustamenti tecnici rivolti alla razionalizzazione amministrativa.
Il legislatore ha scelto di concentrare il proprio intervento sulla fase genetica della procedura, rafforzando strumenti di controllo, interoperabilità, verifica documentale e uniformazione delle tempistiche.
È un impianto che, sotto il profilo strettamente procedurale, appare coerente con l’intento di rendere più ordinato il processo autorizzatorio e di ridurre le disfunzioni accumulatesi negli ultimi anni.
Tuttavia, l’attenzione dedicata alla dimensione amministrativa del fenomeno evidenzia un limite strutturale che ormai caratterizza in modo ricorrente la politica italiana in materia di immigrazione: l’ingresso è regolato con precisione crescente, mentre l’integrazione continua a essere un territorio privo di una disciplina organica.
La legge di conversione affina il procedimento di rilascio dei nulla osta, istituzionalizza la precompilazione, rende sistematici i controlli di veridicità e interviene sui margini di discrezionalità dei datori di lavoro.
Il risultato è una procedura più controllata e più prevedibile, capace di ridurre la proliferazione di domande non attendibili o presentate in assenza di un reale fabbisogno.
Si tratta, senza dubbio, di elementi utili a ristabilire un minimo di serietà nel sistema.
Tuttavia, questa cura per la parte iniziale del percorso non trova corrispondenza nella fase successiva, quella che più incide sulla coesione sociale e sulla stabilità a lungo termine del rapporto tra Stato e cittadino straniero. L’ingresso, infatti, è solo il primo segmento del processo migratorio; ciò che realmente determina gli esiti nel medio periodo è la permanenza, ed è proprio qui che la legge tace.
L’intervento normativo dedica spazio ai percorsi di inserimento socio-lavorativo solo quando si occupa delle categorie particolarmente vulnerabili, come le vittime di tratta, di sfruttamento lavorativo o di violenza domestica.
È un segmento importante, che risponde a esigenze specifiche e giustificate. Ma non riguarda la massa dei lavoratori che accederà al territorio nazionale attraverso i flussi ordinari, i quali, anche in questa riforma, continuano a essere privi di un quadro normativo che disciplini il percorso di integrazione linguistica, culturale e valoriale.
L’idea che il semplice svolgimento di un’attività lavorativa sia sufficiente a garantire l’integrazione è un presupposto che l’esperienza comparata smentisce da tempo e che, nonostante ciò, continua a rimanere alla base del sistema italiano.
La legge non considera i tre elementi fondamentali che determinano la possibilità di una permanenza equilibrata: il lavoro come strumento di autonomia economica, la lingua come veicolo di partecipazione sociale e il rispetto delle regole come presupposto del patto di cittadinanza.
Senza un intervento normativo che renda questi elementi parte integrante del percorso di permanenza, il sistema continuerà a produrre esiti casuali, nei quali la stabilizzazione del soggiorno dipende da fattori formali più che dal reale radicamento dello straniero nella comunità.
La coesione sociale, invece, richiede un modello strutturato che definisca obblighi, tappe e verifiche, superando definitivamente l’idea che l’integrazione sia un fenomeno spontaneo o una responsabilità delegata alla sola dimensione territoriale.
Il decreto flussi convertito in legge, pur migliorando la fase procedurale, lascia dunque intatto il vuoto più rilevante: l’assenza di una politica nazionale dell’integrazione che definisca ciò che accade dopo l’ingresso.
È un approccio che conferma la distanza tra il modello attuale e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Questo paradigma parte da un principio che il legislatore continua a ignorare: la permanenza non può essere un dato automatico; deve essere una responsabilità reciproca che si fonda su un percorso verificabile nel tempo.
L’Italia può continuare a ottimizzare moduli, piattaforme e automatismi, ma senza un sistema che colleghi la stabilizzazione del soggiorno a un’effettiva integrazione, la politica migratoria rimarrà intrappolata nello stesso schema degli ultimi decenni, capace di gestire l’ingresso ma non le conseguenze della permanenza.
La legge di conversione del 2025 consolida il controllo sui flussi, ma non affronta ciò che determina davvero il successo o il fallimento di una politica migratoria: l’integrazione effettiva delle persone che vengono ammesse nel territorio nazionale.
È un limite che non può più essere ignorato. Se l’obiettivo è costruire un modello capace di tutelare al tempo stesso sicurezza, coesione e sviluppo, allora la linea da seguire è chiara: l’Italia deve adottare un paradigma che renda l’integrazione un obbligo e non un’opzione, e che preveda un’alternativa ordinata e responsabile per chi, pur ammesso, non riesce o non vuole integrarsi.
È questa la logica di “Integrazione o ReImmigrazione”, ed è esattamente ciò che manca nella legge appena approvata.
Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36
La vicenda che ha portato allo scioglimento di Muslim Interaktiv in Germania non è un episodio isolato né un fenomeno marginale. È una finestra sul futuro dell’Europa e, soprattutto, sul futuro dell’Italia se continuerà a muoversi dentro il vecchio modello migratorio.
A colpire non è soltanto la retorica del califfato portata in piazza, né la capacità di mobilitare centinaia di giovani attraverso un linguaggio ibrido tra propaganda religiosa e cultura pop.
A colpire è l’identità di chi guidava quel movimento: un cittadino tedesco, nato e cresciuto ad Amburgo, appartenente a quella seconda generazione che avrebbe dovuto testimoniare il successo dell’integrazione europea.
Non siamo davanti a radicali arrivati dall’estero, ma a giovani europei che rifiutano il modello occidentale nel cuore stesso dell’Occidente.
È il segno più evidente che l’integrazione, se lasciata alla spontaneità, semplicemente non avviene. E che il multiculturalismo soft, quello che per anni ha creduto che la sola convivenza territoriale generasse appartenenza culturale, è fallito in modo fragoroso.
La Germania paga oggi il prezzo di un approccio fondato sull’idea che il tempo, da solo, bastasse. Che la cittadinanza potesse sostituire il lavoro culturale, educativo e valoriale. Che la scuola, senza strumenti né visione, potesse assorbire tutto.
Ma la realtà mostra un’altra immagine: giovani nati in Europa, perfettamente alfabetizzati nella lingua del Paese ospitante, attratti da ideologie radicali che promettono identità rigide, appartenenza assoluta e un progetto politico-religioso alternativo allo Stato democratico.
Il problema non riguarda la Germania soltanto. Riguarda l’Italia, forse più della Germania. Perché oggi vediamo dinamiche che sono identiche a quelle che la Germania mostrava quindici anni fa: seconde generazioni nate qui, o arrivate da piccole, che vivono in quartieri a forte concentrazione etnica, spesso prive di un reale ancoraggio ai valori costituzionali.
Una parte significativa di questa popolazione cresce senza un percorso obbligatorio di integrazione, senza verifica della lingua, senza un rapporto chiaro con le regole e con la cultura del Paese in cui vive.
Molti operatori culturali, scolastici o religiosi provengono da contesti che non trasmettono valori occidentali, ma identità separate. E nelle piattaforme social prospera una nuova forma di islamismo pop, che parla ai giovani con linguaggi immediati, estetici, emozionali. È qui che si costruisce il terreno della radicalizzazione futura. Non nei centri di accoglienza, non nei porti, ma negli smartphone.
Il vero tallone d’Achille dell’Europa non è la gestione degli arrivi: è la gestione del dopo. Ed è esattamente qui che si gioca la partita italiana. Perché ciò che accade oggi ad Amburgo può accadere a Milano, Torino, Bologna o Roma nel giro di qualche anno, se non cambiamo l’impianto culturale e normativo del nostro modello migratorio.
Non possiamo più pensare che l’integrazione sia un processo spontaneo, volontario, affidato al buon senso o alla buona volontà. L’integrazione deve diventare un obbligo giuridico, strutturato, verificabile.
Un percorso che si fonda su tre pilastri chiari e misurabili: lavoro, lingua e rispetto delle regole. Tre elementi che costruiscono appartenenza reale e che, se non presenti, rendono incoerente la permanenza nel Paese.
Ed è qui che entra in gioco il paradigma Integrazione o ReImmigrazione: non un’idea punitiva, ma un modello razionale di gestione a lungo termine della convivenza democratica.
Significa creare percorsi strutturati con verifiche periodiche; significa avere indicatori oggettivi di integrazione; significa poter affermare che chi partecipa pienamente alla vita del Paese ha diritto a restare, mentre chi rifiuta sistematicamente quei valori fondamentali deve essere accompagnato — volontariamente o coattivamente — verso un progetto di rientro.
Non esiste alternativa se l’obiettivo è evitare in Italia ciò che oggi vediamo in Germania. La cittadinanza non è un vaccino contro la radicalizzazione. L’appartenenza formale non sostituisce l’appartenenza culturale. La Germania, più avanzata di noi nella gestione storica dei flussi migratori, ci mostra che non basta crescere in Europa per sentirsi europei.
Il caso di Muslim Interaktiv non è un incidente. È un campanello d’allarme chiaro, forte, inequivocabile. L’Italia ha ancora il tempo per evitare la stessa deriva. Ma deve farlo ora, adottando un paradigma nuovo, che non teme di dire le cose come stanno e che riconosce che senza integrazione reale — e misurata — non ci sarà mai sicurezza, né coesione sociale, né futuro.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista – EU Transparency Register ID 280782895721-36
FOCUS 1 – Che cos’era davvero Muslim Interaktiv
Muslim Interaktiv non nasce come un’associazione tradizionale con statuti, sedi periferiche o un organigramma formale.
È qualcosa di diverso, più moderno e più insidioso: un collettivo islamista che si forma ad Amburgo attorno al 2020 e che cresce quasi esclusivamente attraverso i social media, parlando a una generazione giovane, digitale e culturalmente sospesa.
Le autorità tedesche lo hanno definito un gruppo “apertamente anticostituzionale”, una definizione utilizzata chiaramente nel comunicato ufficiale del Verfassungsschutz, in cui si legge che l’organizzazione promuoveva idee incompatibili con l’ordine democratico tedesco (fonte: https://www.verfassungsschutz.de/SharedDocs/kurzmeldungen/DE/2025/2025-11-05-verbot.html).
La particolarità di Muslim Interaktiv è proprio questa natura ibrida: non rappresenta il classico circuito dell’estremismo islamista degli anni Duemila, fatto di predicatori clandestini, moschee parallele e reti verticali.
Al contrario, si presenta come un movimento pop, visivo, “accattivante”, con video molto curati, slogan brevi e un’estetica volutamente giovanile. I contenuti girano rapidamente su TikTok, Instagram e YouTube, e la loro narrazione religiosa si fonde con musica, linguaggi urbani e modalità tipiche degli influencer. È un modo nuovo, più efficace e immediato, di veicolare un messaggio antico: la superiorità della Sharia sulla legge democratica.
Proprio per questa capacità di attrarre giovani, in particolare giovani musulmani di seconda generazione, Muslim Interaktiv diventa presto una presenza visibile nelle strade di Amburgo.
Una delle manifestazioni più citate dalla stampa internazionale è quella del 2024, dove il gruppo parlò apertamente dell’obiettivo di instaurare un califfato in Germania. Il riferimento si trova nella ricostruzione dell’agenzia Reuters, che ha descritto con precisione sia la forza mobilitante del collettivo sia la risposta dello Stato tedesco (fonte: https://www.reuters.com/world/germany-bans-muslim-interaktiv-association-searches-properties-2025-11-05/).
Il movimento agiva con grande abilità nel creare un’identità alternativa per i giovani musulmani europei: non un’identità integrata nella società tedesca, ma un’identità separata, più rigida e totalizzante.
E questa è la ragione per cui le autorità tedesche hanno adottato una misura drastica. L’azione del governo, infatti, non si è limitata allo scioglimento formale: sono state ordinate perquisizioni in varie città, tra cui Amburgo, Berlino e l’Assia, come riportato anche da Euronews nella cronaca delle operazioni, che descrive nel dettaglio l’intervento coordinato del Ministero dell’Interno (fonte: https://it.euronews.com/2025/11/05/germania-vietata-lassociazione-muslim-interactive-maxi-perquisizioni-contro-gruppi-islamis).
La stampa specializzata ha inoltre documentato il legame tra Muslim Interaktiv e una nuova forma di radicalismo digitalizzato, che non utilizza più strutture fisiche ma agisce attraverso reti fluide di attivisti e simpatizzanti.
Anche media esteri come la Radiotelevisione Svizzera hanno raccontato la vicenda con toni molto netti, spiegando come Muslim Interaktiv cercasse esplicitamente di normalizzare l’idea del califfato e presentarlo come una “alternativa politica” all’ordinamento democratico tedesco.
La sintesi è semplice: Muslim Interaktiv non era un fenomeno marginale, ma un laboratorio di radicalizzazione giovanile nel cuore dell’Europa. Un movimento capace di usare i codici comunicativi della modernità per promuovere un progetto politico-religioso arcaico e incompatibile con l’ordine democratico.
Lo scioglimento deciso dalla Germania non è stato un atto simbolico, ma una reazione necessaria a un processo di radicalizzazione interno, radicato nei nostri stessi territori.
FOCUS 2 – Raheem Boateng: il volto della seconda generazione che rifiuta l’Europa
Il leader informale di Muslim Interaktiv, Raheem Boateng — indicato in diverse ricostruzioni anche come Joe Adade Boateng — è diventato, suo malgrado, il simbolo di un fenomeno che l’Europa non può più permettersi di ignorare: la radicalizzazione interna delle seconde generazioni.
Boateng non è un predicatore arrivato clandestinamente dall’estero, non è un emissario di qualche organizzazione jihadista straniera, e non è la proiezione di conflitti mediorientali importati in Germania. È, invece, un prodotto interamente europeo: nato e cresciuto ad Amburgo, cittadino tedesco, con un percorso di vita apparentemente identico a quello di migliaia di suoi coetanei.
A renderlo centrale nel dibattito pubblico è la constatazione che la sua radicalizzazione non è avvenuta ai margini della società, ma all’interno di essa.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Boateng era un giovane molto conosciuto negli ambienti islamisti europei per la sua capacità comunicativa, per la presenza sui social e per il linguaggio “ibrido” tra religione, identità, cultura urbana e codici estetici contemporanei.
Proprio questa manifestazione è diventata uno spartiacque. In quell’occasione, Boateng salì sul palco con microfono alla mano e parlò apertamente della necessità di instaurare un califfato in Germania.
La scena, ripresa e diffusa sui social, ha fatto il giro dei media internazionali. L’agenzia Reuters, ricostruendo l’intera vicenda nel giorno dello scioglimento di Muslim Interaktiv, ha dedicato un passaggio specifico alla leadership di Boateng, descrivendolo come il principale referente e portavoce del collettivo (fonte: https://www.reuters.com/world/germany-bans-muslim-interaktiv-association-searches-properties-2025-11-05/).
Il suo profilo è ancora più significativo perché, secondo vari media tedeschi, Boateng avrebbe anche frequentato l’Università di Amburgo, dove si sarebbe presentato come un giovane impegnato e carismatico, integrato nel contesto accademico, e tuttavia parallelamente attivo nella costruzione di contenuti islamisti online.
Il paradosso è evidente. Boateng è, a tutti gli effetti, il volto di una generazione che l’Europa pensava di avere già “integrato”. Giovane, istruito, cittadino tedesco, digitalmente competente, pienamente parte della società dal punto di vista formale.
Eppure, proprio per la debolezza del modello europeo, ha sviluppato un’identità alternativa, impermeabile ai valori democratici, attratta da un progetto politico-religioso incompatibile con lo Stato di diritto. Come ha scritto la Radiotelevisione Svizzera in un commento che ha fatto molto discutere, Boateng rappresenta “il nuovo tipo di attivista islamista europeo” capace di costruire discorsi radicali con forme comunicative moderne (fonte: https://www.rsi.ch/info/mondo/Un-califfato-ad-Amburgo-Lo-vuole-Muslim-Interaktiv–2150101.html).
La sua figura dimostra un punto essenziale: non basta nascere in Europa per diventare europei. La cittadinanza, da sola, non crea appartenenza culturale. La scuola, senza strumenti adeguati, non può sostituire un sistema valoriale coerente. Le istituzioni, se rinunciano a chiedere integrazione reale, lasciano spazio a identità parallele più rigide e totalizzanti.
Boateng è il prodotto di un modello fallito. Un modello che l’Italia, oggi, sta replicando in modo inconsapevole. Se la Germania rappresenta il futuro che ci attende, la sua storia è il monito più chiaro e più urgente di tutti: quando l’integrazione non è pretesa, qualcun altro occuperà quello spazio.
Bienvenido a un nuevo episodio del podcast “Integración o ReInmigración”. Hoy analizamos un acontecimiento que marca un punto de inflexión en el debate internacional sobre la gestión de los flujos migratorios. Nos referimos a la declaración pública en la que Donald J. Trump afirmó que “solo la Reverse Migration puede resolver la situación”. Una frase que ha recorrido el mundo y que merece ser examinada con atención, porque no se trata de un comentario impulsivo ni de una simple provocación. Es una orientación política que ya está influyendo en la conversación global.
Lo primero que debemos aclarar es que el concepto de Reverse Migration no nace como una provocación. Describe un marco estratégico preciso: intervenir no solo en las entradas futuras, sino también en el conjunto de la población extranjera que ya reside en el país. Este enfoque rompe con la lógica tradicional de las políticas migratorias occidentales. Durante décadas, la atención se ha centrado en los criterios de entrada, en los visados y en el control de fronteras. Lo que casi nunca se ha abordado es la cuestión de lo que ocurre después, cuando la persona ya forma parte del sistema social y económico del país de acogida.
La declaración de Trump coloca en primer plano una idea que muchos gobiernos occidentales han tratado con prudencia: la permanencia del extranjero no es automática. Depende de tres factores. El primero es la utilidad social, es decir, la capacidad de aportar de manera positiva a la comunidad. El segundo es la compatibilidad cultural, que se refiere a la adhesión a los valores fundamentales de la sociedad que recibe. El tercero es la seguridad, porque ningún sistema puede tolerar la presencia de individuos que representan un riesgo real para el orden público. Estos tres pilares están definiendo la nueva etapa del debate migratorio.
Lo más relevante es que este planteamiento no se limita a quienes desean entrar en Estados Unidos. También afecta a quienes ya se encuentran dentro. Aquí se abre una ruptura clara respecto al modelo estadounidense tradicional, basado en la idea de que la migración es un proceso prácticamente irreversible. La perspectiva cambia: la migración se convierte en un proceso condicionado, revisable y, cuando es necesario, revocable. Es un concepto que Europa ha empezado a explorar en los últimos años, especialmente en el debate sobre la protección complementaria, pero que nunca antes se había formulado con tanta claridad.
El mensaje estadounidense afirma algo muy sencillo: sin integración real, no puede existir una permanencia estable. Y cuando la integración no se produce, la solución no es mirar hacia otro lado, sino recurrir a la Reverse Migration. En este sentido, la declaración de Trump representa una confirmación internacional de lo que venimos sosteniendo desde hace tiempo: la integración no puede ser opcional; es un deber. Y la ReInmigración no es una medida excepcional, sino un componente estructural del modelo.
Este giro en Estados Unidos tendrá consecuencias también para Europa. Es probable que en los próximos meses veamos una revisión de los paradigmas culturales y jurídicos que han orientado las políticas migratorias durante décadas. La presión demográfica, la cuestión de la seguridad y la creciente distancia entre las políticas y la realidad están obligando a los sistemas jurídicos a redefinir las condiciones básicas de la convivencia social. No se trata de cerrar las puertas, sino de establecer criterios claros y verificables que permitan distinguir entre quienes se integran y fortalecen la comunidad y quienes rechazan sus reglas fundamentales.
La afirmación “Only Reverse Migration” transmite un mensaje contundente: el viejo modelo ya no funciona y ha comenzado una nueva etapa. Una etapa en la que integración y permanencia se vuelven inseparables y en la que el retorno regulado pasa a ser una parte esencial de la gobernanza migratoria. Esto no significa debilitar los derechos fundamentales, sino establecer un marco en el que derechos y deberes estén equilibrados de manera responsable. Es una dirección que Italia y Europa deberán evaluar con mucha atención, porque el contexto internacional está cambiando rápidamente.
Gracias por escuchar este nuevo episodio de “Integración o ReInmigración”. Seguiremos analizando los desarrollos en Estados Unidos y su impacto en el debate europeo, porque lo que ocurre hoy al otro lado del Atlántico suele anticipar las tendencias que llegan a nosotros mañana. Hasta la próxima.
Benvenuto a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Oggi affrontiamo un passaggio che segna un punto di svolta nel dibattito internazionale sulla gestione dei flussi migratori. Parliamo della dichiarazione pubblica con cui Donald J. Trump ha affermato che “solo la Reverse Migration può risolvere la situazione”. Una frase che ha fatto il giro del mondo e che merita di essere analizzata con attenzione, perché non si tratta di uno slogan estemporaneo, ma di un vero indirizzo politico che sta già influenzando il discorso globale.
La prima cosa da chiarire è che il concetto di Reverse Migration non nasce come provocazione. Indica un quadro strategico preciso: intervenire non soltanto sugli ingressi futuri, ma sull’insieme della popolazione straniera già residente sul territorio. È un approccio che ribalta la logica tradizionale delle politiche migratorie occidentali. Per decenni ci siamo concentrati sull’ingresso, sulla regolazione dei visti, sul rafforzamento delle frontiere. Quasi mai si è affrontato il tema di cosa accade dopo, quando la persona entra nel sistema sociale ed economico del Paese ospitante.
La dichiarazione di Trump mette al centro un’idea che molti governi occidentali hanno trattato con prudenza: la permanenza dello straniero non è automatica, ma dipende da tre elementi. Il primo è l’utilità sociale, cioè la capacità di contribuire in maniera positiva alla comunità. Il secondo è la compatibilità culturale, che riguarda l’adesione ai valori fondamentali della società ospitante. Il terzo è la sicurezza, perché nessun sistema può tollerare la presenza di soggetti che rappresentano un rischio concreto per l’ordine pubblico. È su questi tre assi che si gioca la nuova stagione del dibattito migratorio.
L’elemento più interessante è che questa impostazione non si limita a fissare criteri per chi vuole entrare negli Stati Uniti. Riguarda anche chi è già dentro. E qui emerge una frattura rispetto al vecchio modello americano, costruito sull’idea che la migrazione sia un percorso tendenzialmente irreversibile. La prospettiva cambia radicalmente: la migrazione diventa un processo condizionato, aggiornabile, e soprattutto revocabile. È un concetto che l’Europa ha iniziato a trattare negli ultimi anni, soprattutto attraverso la discussione sulla protezione complementare, ma che non è mai stato espresso in modo così netto.
Il messaggio americano afferma una cosa molto semplice: senza integrazione reale, non può esistere una permanenza stabile. E se l’integrazione non si realizza, la soluzione non è lasciar correre, ma ricorrere alla Reverse Migration. In questo senso, la dichiarazione di Trump rappresenta una conferma internazionale di ciò che stiamo sostenendo da tempo: l’integrazione non può essere una scelta opzionale, ma un obbligo, e la ReImmigrazione non è una misura eccezionale, bensì un elemento strutturale del modello.
La situazione americana avrà conseguenze anche per l’Europa. È probabile che nei prossimi mesi assisteremo a una revisione dei paradigmi culturali e normativi che hanno guidato le politiche migratorie degli ultimi decenni. La pressione demografica, la questione della sicurezza e il crescente divario tra politiche e realtà stanno costringendo i sistemi giuridici a ridefinire i parametri della convivenza civile. Non si tratta di chiudere le porte, ma di stabilire criteri chiari e verificabili che consentano di distinguere chi si integra e arricchisce la comunità da chi non ne accetta le regole fondamentali.
La dichiarazione “Only Reverse Migration” contiene quindi un messaggio potente: il vecchio modello ha perso la sua efficacia, e una nuova stagione è iniziata. Una stagione in cui integrazione e permanenza sono due elementi inseparabili, e in cui il rimpatrio regolato diventa parte integrante della governance migratoria. Questo non significa negare i diritti fondamentali, ma definire un quadro in cui i diritti e i doveri siano bilanciati in modo responsabile. È una direzione che l’Italia e l’Europa dovranno valutare con grande attenzione, perché il contesto internazionale sta cambiando rapidamente.
Ti ringrazio per aver ascoltato questo nuovo episodio di “Integrazione o ReImmigrazione”. Continueremo a seguire l’evoluzione della situazione negli Stati Uniti e le ripercussioni sul dibattito europeo, perché ciò che accade oggi oltreoceano anticipa spesso i trend che, tra qualche mese, arrivano anche da noi. A presto.
Welcome to a new episode of the “Integration or ReImmigration” podcast. Today we examine a development that marks a turning point in the international debate on how to manage migration. We are talking about the public statement in which Donald J. Trump declared that “only Reverse Migration can fix the situation.” The phrase quickly went around the world, and it deserves careful analysis, because it is not an impulsive remark or a rhetorical flourish. It is a policy direction, and it is already influencing the global conversation.
The first thing to clarify is that the concept of Reverse Migration is not intended as a provocation. It describes a precise strategic framework: addressing not only future entries but the entire foreign population already living within the country. This approach overturns the traditional logic of Western migration policy. For decades, the focus has been on entry rules, visa procedures, and border enforcement. What has been largely avoided is the question of what happens after the person is admitted into the social and economic system of the host country.
Trump’s declaration brings to the forefront an idea that many Western governments have treated with caution: the permanence of a foreign national is not automatic. It depends on three factors. The first is social utility — the ability to contribute positively to the community. The second is cultural compatibility — the extent to which one accepts the foundational values of the host society. The third is security — because no system can tolerate the presence of individuals who represent a real risk to public order. These three pillars are now shaping the next phase of the migration debate.
What stands out is that this approach is not limited to screening those who want to enter the United States. It also concerns those who are already inside the system. This marks a clear break with the old American model, which was built on the assumption that migration was largely irreversible. The perspective now shifts: migration becomes a conditional, reviewable, and — where necessary — revocable process. This is a concept Europe has begun to explore in recent years, especially through discussions on complementary protection, but it has never before been articulated with such clarity.
The American message makes a simple point: without real integration, there can be no stable long-term stay. And when integration does not occur, the answer is not to ignore the problem but to apply Reverse Migration. In this sense, Trump’s declaration is an international confirmation of what we have been arguing for some time: integration cannot be optional; it is an obligation. And ReImmigration is not an extraordinary measure but a structural component of the model.
This shift in the United States will have consequences for Europe as well. Over the next months, we are likely to see a revision of the cultural and legal paradigms that have guided migration policy for decades. Demographic pressure, security concerns, and the widening gap between policy and reality are forcing legal systems to redefine the basic conditions of social coexistence. The goal is not to close the door, but to establish clear and measurable criteria that make it possible to distinguish those who integrate and strengthen the community from those who reject its fundamental rules.
The statement “Only Reverse Migration” carries a powerful message: the old model no longer works, and a new era has begun. An era in which integration and legal residence are inseparable, and in which regulated return becomes an essential part of migration governance. This does not mean weakening fundamental rights. It means building a framework in which rights and responsibilities are balanced in a realistic, sustainable way. It is a direction that both Italy and Europe will need to evaluate carefully, because the international context is shifting quickly.
Thank you for listening to this new episode of “Integration or ReImmigration.” We will continue to monitor developments in the United States and the impact they will have on the European debate, because what happens today across the Atlantic often anticipates the trends that will reach us tomorrow. See you next time.
In Italia parlare di sicurezza nazionale significa, quasi sempre, parlare di tutto tranne che del suo fondamento: la capacità dello Stato di distinguere, classificare e decidere.
Per anni il dibattito sull’immigrazione si è limitato a slogan contrapposti, oscillando tra chi invoca chiusure drastiche e chi immagina soluzioni indefinite, senza mai affrontare seriamente ciò che determina la stabilità di un Paese. Il dossier “Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione: una proposta per la sicurezza nazionale” nasce proprio da questa consapevolezza: senza un metodo, la sicurezza non esiste.
Il punto centrale è semplice: uno Stato che non valuta in modo oggettivo l’integrazione non può difendere se stesso.
Da questa premessa prende forma il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, che mette ordine in un sistema che oggi appare frammentato, disomogeneo e incapace di essere prevedibile. La mancanza di prevedibilità è il vero nemico della sicurezza nazionale. Un Paese è sicuro quando ogni soggetto presente sul territorio è identificato, tracciato e valutato; non quando rimane sospeso in una zona grigia amministrativa che, paradossalmente, lo Stato stesso contribuisce a produrre.
Il dossier evidenzia come una parte significativa delle irregolarità non sia generata da comportamenti antisociali, ma dalla lentezza delle procedure, dalla mancanza di criteri omogenei e dall’assenza di collegamento tra le banche dati delle diverse amministrazioni. Questa disorganizzazione crea un effetto domino: persone in attesa, percorsi bloccati, titoli scaduti, ricorsi giudiziari, incertezza diffusa. E l’incertezza, in un contesto migratorio, è sempre vulnerabilità. Una vulnerabilità che ricade su tutti: cittadini italiani, stranieri regolari, imprese, istituzioni.
Da qui la necessità di un nuovo paradigma. Integrazione o ReImmigrazione introduce tre criteri essenziali — lavoro effettivo, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole — che permettono allo Stato di valutare l’idoneità di un individuo a rimanere stabilmente sul territorio.
Non si tratta di criteri astratti o ideologici, ma di indicatori concreti, verificabili, che molti Paesi europei hanno già adottato da tempo.
Il dossier insiste sul fatto che la sicurezza nazionale non può essere garantita senza un modello che renda obbligatoria questa valutazione.
Permettere l’ingresso e la permanenza di persone senza verificare il loro livello di integrazione significa rinunciare alla capacità di gestione.
Allo stesso modo, trattenere per anni chi non ha alcuna intenzione di integrarsi significa alimentare zone di marginalità che diventano terreno fertile per conflitti sociali, microcriminalità e radicalizzazione. La sicurezza non è repressione: è selezione razionale.
All’interno del dossier trova spazio anche una riflessione sul ruolo della protezione complementare, che oggi rappresenta un vero laboratorio italiano. Quando l’Amministrazione valuta correttamente l’integrazione lavorativa, linguistica e sociale, lo Stato è in grado di stabilizzare chi merita e di evitare che persone pienamente integrate scivolino verso l’irregolarità per errori amministrativi o ritardi procedurali. Un sistema che integra chi rispetta le regole è un sistema che riduce il rischio e rafforza la sicurezza.
In definitiva, questo dossier non si limita a proporre un’analisi: mette sul tavolo un metodo. Un metodo che permette allo Stato di passare dall’immobilismo decisionale a un processo trasparente, prevedibile e coerente con l’interesse nazionale. Integrazione o ReImmigrazione non è un compromesso, né una formula politica.
È una struttura concettuale che può ridare stabilità a un settore da troppo tempo lasciato alla casualità.
L’Italia ha bisogno di criteri. Ha bisogno di una linea chiara. Ha bisogno di un paradigma che unisca integrazione e sicurezza in un unico schema logico.
Questo dossier è un passo in quella direzione.
Lobbista Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
La vicenda del nuovo sondaggio francese, balzato alle cronache con percentuali allarmanti sulla preferenza per la Sharia tra i giovani musulmani, è più di un fatto di attualità.
È un campanello d’allarme sullo stato dell’integrazione in Europa e sul prezzo che si paga quando uno Stato rinuncia a esercitare, con chiarezza e continuità, il proprio ruolo formativo, culturale e civico.
Secondo quanto riportato da CNEWS, oltre la metà degli intervistati nella fascia 15-24 anni considererebbe la Sharia superiore alle leggi della Repubblica.
È un dato che impressiona non soltanto per la percentuale, ma per ciò che rivela: una parte rilevante della seconda generazione, nata e cresciuta in Europa, percepisce l’ordinamento giuridico del Paese in cui vive come secondario rispetto a un codice religioso.
È un segnale evidente di una frattura interna che nessuna società occidentale può permettersi di ignorare.
La Francia è stata a lungo considerata un laboratorio avanzato di integrazione. Il modello repubblicano, astratto e universalista, presupponeva che bastasse l’uguaglianza formale davanti alla legge per costruire coesione sociale. Ma quell’assunto si è dimostrato insufficiente. Le banlieue hanno generato spazi paralleli, la formazione civica è stata percepita più come imposizione che come appartenenza, e la sinistra culturale ha sistematicamente evitato di affrontare il tema della compatibilità tra identità religiose e valori repubblicani.
Si è preferito negare il problema, evocare stereotipi antirazzisti e rimuovere ogni conflitto potenziale, mentre sul territorio prendevano forma comunità sempre più impermeabili al resto della società.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se una parte dei giovani musulmani francesi non riconosce la supremazia dell’ordinamento statale, non è perché sia “intrinsecamente radicale”, ma perché nessuno ha preteso da loro un reale processo di integrazione. Nessuno ha chiesto e verificato l’acquisizione dei valori fondamentali della Repubblica.
Nessuno ha sostenuto, con autorevolezza e continuità, la superiorità del diritto positivo sul diritto religioso, come principio necessario per vivere in una democrazia moderna.
Il fondamentalismo cresce sempre dove lo Stato arretra. E l’arretramento francese è stato culturale prima ancora che politico: si è rinunciato a difendere il proprio modello, a trasmettere il proprio patrimonio giuridico e a far valere la propria identità. In questa dinamica, ciò che appare come un problema religioso è in realtà un problema di integrazione fallita.
Per l’Italia e per l’intera Unione Europea, il caso francese deve essere un monito. Le società che non chiedono integrazione, finiscono per impostare la convivenza su appartenenze separate. Le società che non chiedono rispetto delle regole, producono territori sottratti all’ordinamento. Le società che non pretendono lealtà costituzionale, si trovano di fronte generazioni che non riconoscono l’autorità dello Stato.
È qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazionetrova la sua ragion d’essere: non esiste neutralità possibile. O si integrano realmente i cittadini stranieri e le seconde generazioni – attraverso lavoro, lingua e rispetto delle norme – oppure si accetta la nascita di segmenti sociali autoregolati, dove la legge formale non è più il riferimento principale.
L’alternativa non è tra accoglienza e chiusura, ma tra Stato e non-Stato. Tra ordine giuridico e frammentazione. Tra un modello di integrazione serio e credibile, e un modello di sopravvivenza civile che prima o poi implode.
La Francia sta pagando il prezzo del proprio ritardo. L’Italia ha ancora il margine per evitarlo. Ma solo se sceglierà con decisione la strada che per troppo tempo ha esitato a imboccare: chiedere integrazione, verificarla, pretenderla, e applicare coerentemente – nei casi in cui l’integrazione non c’è – il paradigma della ReImmigrazione.
L’intervento pubblico con cui Donald J. Trump ha dichiarato che “solo la Reverse Migration può risolvere la situazione” non è una semplice uscita polemica né un gesto retorico legato alla polarizzazione interna. È, al contrario, una presa di posizione organica che definisce un nuovo paradigma della politica migratoria occidentale. Il contenuto del messaggio indica un evidente cambio di passo: dal controllo dei flussi in ingresso alla riorganizzazione della popolazione straniera già presente sul territorio. Un passaggio concettuale che l’Europa discute da anni senza mai esplicitarlo fino in fondo.
Il dato politico è chiaro. Nel messaggio, Trump individua quattro direttrici che si intrecciano: la sospensione permanente dell’immigrazione dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo; la revoca delle ammissioni concesse durante l’Amministrazione Biden; l’allontanamento di chi non rappresenta un “asset netto” per la società americana; e la possibilità di denaturalizzare coloro che minacciano la stabilità interna. È proprio la combinazione di queste misure a segnare un mutamento di schema: non più una gestione fondata sull’apertura controllata, ma una politica selettiva rivolta anche a chi è già integrato nel ciclo amministrativo statunitense.
La categoria nuova è la “compatibilità”. Trump la evoca esplicitamente quando afferma che dovrà essere espulso chi non è compatibile con la civiltà occidentale. È un criterio politico, sociale e culturale, che supera la mera valutazione giuridica della regolarità del soggiorno. In questo senso, la dichiarazione di Trump si inserisce in una tendenza che sta emergendo in molte giurisdizioni: l’idea che la permanenza dello straniero non sia automatica né incondizionata, ma subordinata alla capacità di contribuire alla comunità, rispettarne le regole e condividerne i valori.
Da un punto di vista sistemico, è significativo che il tema della sicurezza non sia trattato come emergenza temporanea ma come struttura permanente del modello migratorio. L’attacco avvenuto a Washington nelle ore precedenti ha sicuramente accelerato la tempistica, ma la strategia che emerge dal messaggio non è di impulso emotivo: è un’impostazione che mira a ripensare il rapporto tra ingresso, integrazione e permanenza, collocando la “Reverse Migration” — il rientro regolato verso i Paesi d’origine — al centro dell’architettura normativa.
Questo approccio introduce due elementi di riflessione che non possono essere ignorati. Il primo è il ritorno dell’utilità sociale come parametro di valutazione del soggiorno. Il secondo è la considerazione del percorso migratorio come un processo condizionato: l’immigrazione non è più vista come una traiettoria irreversibile, ma come una condizione revocabile in base al comportamento individuale e all’impatto sulla sicurezza collettiva.
A livello internazionale, la presa di posizione di Trump avrà un effetto di trascinamento. I sistemi giuridici occidentali stanno già mostrando segni di saturazione, soprattutto nei modelli fondati su protezioni ampie e automatismi procedurali. L’esperienza italiana degli ultimi anni, con il dibattito sulla protezione complementare e sulle forme di soggiorno legate all’integrazione effettiva, dimostra che gli Stati sono alla ricerca di soluzioni che bilancino diritti individuali e stabilità sociale. Il concetto di “Reverse Migration”, nella sua formulazione americana, offre una sintesi che molti governi europei guarderanno con attenzione.
Si apre dunque una nuova fase. L’Occidente entrerà sempre più in una stagione in cui la distinzione decisiva non sarà tra migrante regolare e irregolare, ma tra chi è in grado di integrarsi nel tessuto sociale e chi non lo è. La postura americana anticipa un ciclo in cui l’integrazione diventa un obbligo giuridico e sociale, non un’opzione volontaria. È la conferma che il vecchio modello — fondato sull’ingresso esteso e sulla permanenza automatica — non è più in grado di reggere l’urto della realtà geopolitica, demografica e securitaria.
In questo scenario, la dichiarazione “Only Reverse Migration” segna l’inizio di una fase storica. E rappresenta, inevitabilmente, un precedente politico che rimodellerà il discorso europeo nei prossimi anni. Le categorie di utilità, compatibilità e sicurezza — oggi al centro del dibattito americano — diventeranno presto il baricentro anche delle politiche migratorie dell’Unione Europea. Non sarà un processo immediato, ma è un movimento già in atto.
La vera domanda, ora, non è se questo paradigma emergerà, ma come le democrazie occidentali sapranno strutturarlo garantendo equilibrio, certezza del diritto e coesione sociale.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea ID 280782895721-36
Il caso dell’Imam Mohamed Shahin, esploso nelle ultime settimane a Torino, non è un episodio isolato né un cortocircuito improvviso.
È, piuttosto, la manifestazione più evidente di un modello di integrazione che per anni abbiamo considerato sufficiente solo perché non produceva rumore.
Un modello “soft”, privo di criteri verificabili, costruito sull’idea che la convivenza si potesse garantire semplicemente evitando di chiedere troppo.
Un modello che oggi mostra, senza più possibilità di negazione, tutti i suoi limiti.
L’integrazione, quando è pensata come un atto di gentilezza unilaterale dello Stato, finisce inevitabilmente per trasformarsi in una gestione passiva.
Non si valuta l’effettiva adesione ai valori costituzionali, non si controlla ciò che accade nei luoghi di culto, non si misurano i segnali di disagio o radicalizzazione.
Si dà per scontato che tutto proceda bene finché non esplode un caso che costringe l’opinione pubblica e le istituzioni a guardare ciò che per anni è rimasto fuori fuoco.
Il percorso dell’imam Shahin rientra precisamente in questo schema. Presenza ultraventennale in Italia, riconoscimento pubblico come guida religiosa, rapporti consolidati con reti associative e comunitarie.
Eppure, tutto questo tempo non è bastato a costruire un quadro chiaro sulla sua reale posizione valoriale nei confronti dello Stato italiano. I segnali di radicalità sono affiorati in modo discontinuo, gestiti senza un vero sistema di monitoraggio e affrontati solo quando le sue dichiarazioni sulla Palestina hanno travolto la narrazione rassicurante del “problema che non c’è”.
È proprio qui che il paradigma dell’integrazione “soft” mostra la sua fragilità strutturale: confonde l’assenza di conflitto con il successo. Non coglie le dinamiche sotterranee. Non pone obblighi precisi né verifica quelli già esistenti. Trasforma l’integrazione da processo reale in un atto formale, privo di responsabilità reciproca.
Il risultato è che lo Stato interviene tardi, quando il danno è già evidente, e spesso con strumenti emergenziali.
Il caso Shahin rivela, in realtà, che abbiamo rinunciato per anni a definire cosa significhi davvero “essere integrati”.
Abbiamo tollerato una zona grigia in cui chiunque poteva vivere, predicare, diffondere idee potenzialmente incompatibili con l’ordinamento senza che nessuno si chiedesse se quel percorso rispecchiasse le condizioni necessarie per permanere stabilmente sul territorio nazionale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente per colmare questo vuoto. Non propone soluzioni drastiche, ma criteri certi. Non si limita a gestire l’immigrazione come un fenomeno economico, ma la considera un processo di responsabilità reciproca. Chiede che l’integrazione diventi un obbligo misurabile, non una fiducia generica. E stabilisce che chi rifiuta questo percorso, o lo ostacola, deve essere indirizzato verso un ritorno ordinato e rispettoso, senza zone opache o impunità culturale.
Il caso Shahin ci ricorda che la sicurezza nazionale e la coesione sociale non si difendono con reazioni sporadiche. Si difendono con un metodo. Serve passare da un modello basato sulla speranza a uno basato sulla verifica. Da un modello permissivo a uno esigente. Da un’idea di integrazione “che prima o poi succederà” a un paradigma in cui lo Stato conosce, controlla e valuta.
Se l’Italia vuole davvero garantire convivenza, prevenzione dei radicalismi e tutela dei propri valori costituzionali, non può più permettersi un’integrazione morbida e discontinua. Il caso Shahin non è la causa del problema: è la lente che permette finalmente di vederlo. Ora sta al Paese decidere se continuare con un modello che non protegge più nessuno, o se adottare un approccio capace di guardare al futuro con lucidità, rigore e responsabilità.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
La decisione del Tribunale di Bologna del 17 ottobre 2025 (R.G. 12832/2024) consente di cogliere una dinamica spesso trascurata nel dibattito pubblico: il diritto italiano tutela l’integrazione autentica, ma proprio questa centralità dell’integrazione rende necessaria la definizione di un modello ordinato di ReImmigrazione per coloro che non instaurano alcun percorso significativo nel nostro Paese.
La protezione complementare, letta nella sua evoluzione normativa e giurisprudenziale, mostra chiaramente come il sistema distingua già oggi tra chi partecipa alla vita sociale italiana e chi rimane ai margini.
È una distinzione che funziona sul piano della tutela, ma che necessita di un corrispettivo speculare sul piano del governo dei flussi.
1. La decisione e il suo significato sistemico Il provvedimento del Tribunale di Bologna, che ha riconosciuto la protezione complementare a un cittadino stabilmente presente in Italia da oltre un decennio, conferma la centralità del parametro dell’integrazione.
L’autorità giudiziaria ha rilevato la presenza di una rete familiare consolidata, un percorso lavorativo continuativo, una conoscenza adeguata della lingua e un grado di autosufficienza che rendeva sproporzionato l’allontanamento.
Si tratta di una lettura coerente con l’art. 19 del Testo Unico Immigrazione, nella formulazione introdotta dal decreto-legge n. 130 del 2020, che non si limita a richiamare formalmente l’art. 8 CEDU ma ne recepisce la logica sostanziale, fondata sulla tutela della vita privata e familiare quale insieme di relazioni radicate sul territorio. La sentenza non introduce elementi di novità, ma fotografa con chiarezza il funzionamento attuale del sistema: l’Italia riconosce diritti aggiuntivi solo quando la persona dimostra, attraverso comportamenti verificabili, di avere costruito una vita reale nel Paese ospitante.
Il tribunale, nel caso di specie, non fa che applicare in maniera lineare questa impostazione.
2. L’aspetto trascurato: un sistema che premial’integrazione richiede, per coerenza, un modello di ReImmigrazione Il punto decisivo non risiede nella tutela concessa al ricorrente, bensì nell’implicazione che deriva da questa tutela.
Se il sistema riconosce che l’integrazione costituisce un limite sostanziale all’allontanamento, allora deve assumere un assetto altrettanto chiaro per i casi in cui tale integrazione non esiste.
Un ordinamento che valorizza percorsi autentici di inclusione sociale non può rimanere indeterminato di fronte a situazioni in cui il radicamento è assente o inesistente.
La discrezionalità, in questi casi, genera contraddizioni e produce spazi di marginalità che né la società né la persona interessata sono in grado di sostenere. La sentenza del Tribunale di Bologna è, da questo punto di vista, illuminante perché mostra che il nostro diritto si fonda su criteri oggettivi, verificabili e non ideologici. Il lavoro regolare, la vita familiare stabile, l’autonomia abitativa e la partecipazione alla società sono indicatori che il diritto riconosce e tutela.
Ciò significa, però, che la permanenza in Italia non può essere priva di condizioni e che la mancanza di un percorso di integrazione non può essere considerata un elemento neutro.
La protezione complementare funziona perché si rivolge a un profilo specifico di persone; ma proprio per questo evidenzia che l’ordinamento non dispone ancora di un quadro altrettanto definito per i casi opposti. Ed è qui che si comprende la necessità istituzionale della ReImmigrazione come politica pubblica.
Se il diritto premia l’integrazione, deve prevedere anche un percorso ordinato di rientro per chi non intende o non riesce a integrarsi. Non per ragioni punitive, ma per coerenza strutturale. La sentenza meticolosamente ricostruisce gli elementi dell’integrazione positiva. Resta tuttavia irrisolta la domanda speculare: che cosa accade quando tali elementi non sussistono?
3. Un ordinamento che evolve verso un binario duale: integrazione verificabile e rientro regolato Il quadro europeo si sta già muovendo in questa direzione. Paesi come il Regno Unito, la Danimarca e l’Olanda stanno definendo modelli in cui l’integrazione è concepita come un dovere e non come un’opzione, con un corrispettivo di rientro assistito o imposto nei casi di mancato inserimento. L’Italia, attraverso pronunce come quella del Tribunale di Bologna, ha chiaramente consolidato la prima metà del modello; manca però un completamento sul piano istituzionale, amministrativo e normativo. La sentenza dimostra che il diritto ha già definito gli indicatori dell’integrazione, individuando comportamenti che legittimano la permanenza.
È logico, sul piano sistemico, che tali indicatori possano anche definire i limiti oltre i quali la permanenza non è più giustificata.
La ReImmigrazione, in questo senso, non è un concetto ideologico, ma la naturale evoluzione di un sistema che ha ormai codificato la tutela dell’integrazione e che deve stabilire, per equilibrio interno, il destino delle situazioni in cui tale tutela non trova applicazione.
4. Conclusioni La decisione del Tribunale di Bologna non solo ribadisce la protezione complementare per chi ha costruito una vita autentica in Italia, ma mostra, in maniera altrettanto significativa, la necessità di definire una cornice normativa e amministrativa di ReImmigrazione per tutte quelle situazioni che non rientrano nei parametri dell’integrazione.
Un sistema che riconosce diritti sulla base di comportamenti oggettivi non può lasciare indeterminate le conseguenze per chi tali comportamenti non li realizza. La coerenza dell’ordinamento, la tutela della società ospitante e la credibilità delle politiche migratorie richiedono un modello che unisca le due dimensioni: protezione per chi si integra, ReImmigrazione per chi resta estraneo ai valori, alle regole e alle dinamiche della comunità nazionale.
La sentenza, senza dirlo esplicitamente, indica proprio questa direzione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36
Le débat suscité par les données démographiques concernant la Région de Bruxelles-Capitale a trop souvent été réduit à une opposition stérile entre alarmisme et déni. Or, l’enjeu réel n’est ni idéologique ni émotionnel. Il est institutionnel. Ce que révèle le cas de Bruxelles, ce n’est pas seulement une évolution démographique, mais l’abandon progressif par l’Europe… Leggi tutto: Le cas de Bruxelles et la renonciation européenne à la gouvernance démographique
Rund 172.000 tatsächliche Nutzungen im Zeitraum Januar 2025 – Januar 2026 Im Laufe des Jahres 2025 wurde meine anwaltliche Tätigkeit, die sich überwiegend auf das Migrationsrecht konzentriert, von einer intensiven und kontinuierlichen juristischen Informations- und Aufklärungstätigkeit begleitet. Ziel dieser Tätigkeit war es, das Verständnis für rechtliche Rahmenbedingungen, gerichtliche Entwicklungen sowie für verfahrensrechtliche Fragestellungen von besonderem… Leggi tutto: Bericht über die juristische Informations- und Aufklärungstätigkeit im Jahr 2025
The debate surrounding recent demographic data from the Brussels-Capital Region has been largely distorted by ideological reflexes. On one side, alarmist narratives reduce complex statistics to slogans; on the other, denial minimizes structural transformations as irrelevant or inevitable. Both approaches miss the point. What makes the Brussels case politically significant is not the numbers themselves,… Leggi tutto: The Brussels Case and Europe’s Abdication of Demographic Governance
In recent months, Italy has been engaged in an intense public debate over youth violence. Media outlets and commentators routinely invoke expressions such as “baby gangs,” “maranza,” or “second generations” to describe a series of violent and predatory behaviors committed largely by groups of young people in urban areas. For an American audience, the structure… Leggi tutto: Youth Violence and Second Generations in Italy: Why Labels Fail and Responsibility Matters
Du point de vue français, la gestion européenne de l’immigration apparaît de plus en plus comme un système incohérent, incapable de fixer des limites claires et de produire de la stabilité sociale. Cette impression n’est pas le fruit d’un malentendu médiatique, mais la conséquence directe d’une erreur politique fondamentale : l’Union européenne a choisi de… Leggi tutto: L’erreur originelle de l’Union européenne : intégrer sans décider qui peut rester
Environ 172 000 consultations effectives sur la période janvier 2025 – janvier 2026 Au cours de l’année 2025, mon activité professionnelle d’avocat, exercée principalement dans le domaine du droit de l’immigration, s’est accompagnée d’une activité soutenue et continue de diffusion juridique, visant à améliorer la compréhension des cadres normatifs, des orientations jurisprudentielles et des aspects… Leggi tutto: Rapport sur l’activité de diffusion juridique menée au cours de l’année 2025
Il dibattito sorto attorno ai dati demografici della Regione di Bruxelles-Capitale è stato spesso affrontato in modo superficiale, oscillando tra allarmismo e negazionismo. Entrambe le posture sono fuorvianti. Il punto non è utilizzare i numeri come slogan, ma comprenderne la struttura, il significato e le implicazioni sistemiche. Per capire cosa sta accadendo a Bruxelles è… Leggi tutto: Il caso Bruxelles e la rinuncia europea alla governabilità demografica
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo nasce con un’ambizione dichiarata di lungo periodo: superare l’emergenza permanente, rendere il sistema prevedibile, governabile, “ordinato”. Tuttavia, leggendo con attenzione i documenti attuativi, i report annuali e le comunicazioni della Commissione, emerge un dato che non può essere eluso: il Patto costruisce un sistema di procedure senza… Leggi tutto: Il Patto UE sull’immigrazione senza una teoria dell’integrazione
From a U.S. perspective, Europe’s migration crisis often looks confusing, contradictory, and self-inflicted. That impression is not wrong. At the heart of the European Union’s failure lies a fundamental mistake that American policymakers, despite their own divisions, have never fully embraced: Europe chose to integrate migrants before deciding who is actually allowed to stay. This… Leggi tutto: Europe’s Original Mistake: Integrating Before Deciding Who Is Allowed to Stay
Approximately 172,000 total content engagements between January 2025 and January 2026 During 2025, my professional activity as an attorney, primarily focused on immigration law, was accompanied by an extensive and continuous legal outreach effort aimed at improving public understanding of legal frameworks, judicial approaches, and procedural aspects related to immigration policy. This outreach activity was… Leggi tutto: Report on Legal Outreach Activities Conducted During 2025
L’integrazione non è uno slogan politico né una categoria sociologica indefinita. È, prima di tutto, un fatto giuridico e istituzionale, che presuppone un rapporto di affidabilità tra lo Stato e lo straniero che aspira a una forma stabile di appartenenza alla comunità nazionale. Senza questo presupposto, l’integrazione si riduce a una finzione, utile solo a… Leggi tutto: Senza adesione ai valori costituzionali, non c’è integrazione possibile
Über viele Jahre hinweg hat sich die europäische – und in besonderem Maße die deutsche – Migrationspolitik auf eine zentrale Annahme gestützt: Arbeit führe automatisch zur Integration. Wer arbeitet, so die verbreitete Überzeugung, fügt sich ein, beteiligt sich, wird Teil der Gesellschaft. Diese Annahme war bequem, politisch anschlussfähig und ökonomisch attraktiv. Sie war jedoch falsch.… Leggi tutto: Arbeit ersetzt keine Integration: Das Scheitern des ökonomischen Migrationsmodells
Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Nel primo episodio abbiamo chiarito un punto fondamentale: l’immigrazione non è un fatto naturale né un processo automatico, ma un rapporto giuridico che deve essere governato fino in fondo. In questa puntata facciamo un passo ulteriore e affrontiamo uno dei pilastri impliciti del dibattito contemporaneo,… Leggi tutto: L’immigrazione come funzione economica: origine e crisi di un paradigma
C’è un errore di fondo, mai corretto e anzi progressivamente aggravato, che segna tutta la gestione europea del fenomeno migratorio: l’Unione europea ha costruito un sistema di integrazione senza aver mai chiarito, in modo politico e giuridicamente vincolante, chi abbia titolo a restare sul territorio europeo.È un errore originario, perché viene prima di ogni singola… Leggi tutto: L’errore originario dell’Unione europea: integrare senza decidere chi può restare
Il think tank ReImmigrazione.com opera su un impianto giuridicamente strutturato e su un’attività continuativa di analisi normativa e giurisprudenziale, intesa come presupposto essenziale per una discussione seria, informata e responsabile sui temi dell’immigrazione, dell’integrazione e delle politiche di rimpatrio.In questa prospettiva, la trasparenza dei dati e la chiarezza metodologica costituiscono elementi imprescindibili per qualificare il… Leggi tutto: Relazione sull’attività di divulgazione giuridica svolta nel corso dell’anno 2025
Welcome to a new episode of the podcast Integration or ReImmigration.I am Attorney Fabio Loscerbo. For several decades, immigration in Western democracies has been governed through a predominantly economic lens. Entry has been justified by labor shortages, permanence by productivity, and integration by employment and time. Immigration policy has been reduced to a question of… Leggi tutto: Immigration as an Economic Function: The Rise and Crisis of a Paradigm
Anmerkungen zum Beschluss des Tribunals von Cagliari, R.G. Nr. 5109/2024, erlassen am 23. Dezember 2025 In der deutschen Debatte über Migration und Rückführung besteht häufig ein grundlegendes Missverständnis: Jede Form des Schutzes vor Abschiebung wird faktisch als Schritt in Richtung dauerhaften Aufenthalts interpretiert. Diese Gleichsetzung ist weder rechtlich zwingend noch systematisch korrekt. Sie unterminiert vielmehr… Leggi tutto: Komplementärer Schutz und ReImmigration
For a British reader, the homicide that occurred in Bologna is not primarily an emotional story, nor a question of European identity. It is a clear case of policy failure. The kind of event that raises a typically British question: did the system work, or did it not?Viewed from a post-Brexit United Kingdom, Bologna becomes… Leggi tutto: Mobility Without Accountability: The Bologna Case Seen from Post-Brexit Britain
Welcome to a new episode of the podcast “Integration or ReImmigration.”My name is Fabio Loscerbo, and I am an Italian attorney. Today I want to speak directly to a UK audience about a principle that is becoming increasingly relevant across Western democracies: citizenship is not an absolute or untouchable status. For many years, public debate… Leggi tutto: Citizenship Is Not Absolute: Integration, Accountability, and Revocation
Dans le débat français sur l’immigration, une confusion persistante continue d’alimenter les tensions politiques et juridiques : toute mesure de protection contre l’éloignement est souvent perçue comme une forme déguisée de régularisation définitive. Cette lecture est juridiquement erronée et fragilise, en réalité, la crédibilité même de l’État. Un récent décret du Tribunal de Cagliari, section… Leggi tutto: À propos du décret du Tribunal de Cagliari, section immigration, R.G. n° 5109/2024, rendu le 23 décembre 2025
Le fait de chroniques survenu à Bologne ne saurait être réduit à sa seule dimension pénale. Comme tout acte criminel, il relèvera de l’appréciation des juridictions compétentes. Sa portée réelle est toutefois plus profonde. Il révèle ce qui se produit lorsque l’intégration échoue durablement et que l’État recule dans l’espace public, laissant la marginalité s’installer… Leggi tutto: Quand l’intégration échoue, l’État s’affaiblit : le cas de Bologne et la crise européenne de l’ordre public
One of the most persistent illusions in modern migration policy is the belief that integration happens automatically. Give people time, access to work, and legal protection, and integration will follow. Europe has built its entire migration framework on this assumption—and it is now paying the price. The European Union’s migration policies have focused relentlessly on… Leggi tutto: When Integration Is Optional, Societies Fragment
Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“.Mein Name ist Rechtsanwalt Fabio Loscerbo. Heute wende ich mich an das deutschsprachige Publikum, um über ein zentrales Thema moderner Rechtsstaaten zu sprechen: Staatsbürgerschaft ist kein unwiderruflicher Status. Über Jahre hinweg wurde die Staatsbürgerschaft als endgültiger Endpunkt dargestellt. Einmal verliehen, sollte sie unantastbar sein – unabhängig… Leggi tutto: Staatsbürgerschaft ist nicht unwiderruflich: Integration, Verantwortung und Entzug
Lessons from an Italian Court Decision (Tribunal of Cagliari, R.G. No. 5109/2024, December 23, 2025) In the American debate on immigration enforcement, one recurring problem is conceptual confusion: every form of protection against removal is often perceived as a step toward permanent settlement. This assumption is not only inaccurate, but legally dangerous. It weakens enforcement,… Leggi tutto: Complementary Protection and ReImmigration
Der Vorfall in Bologna ist nicht allein wegen seiner strafrechtlichen Dimension von Bedeutung. Er wird von den zuständigen Gerichten zu klären sein. Seine eigentliche Relevanz liegt jedoch auf einer anderen Ebene. Er macht eine strukturelle Schwäche der Europäischen Union sichtbar: die Schaffung einer Freizügigkeit ohne eine gemeinsame Verantwortung für die Integration von Menschen.Darin liegt heute… Leggi tutto: Mobilität ohne Integration: das europäische Scheitern und der Fall Bologna
Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast « Intégration ou ReImmigration ».Je suis Maître Fabio Loscerbo. Aujourd’hui, je m’adresse au public francophone pour aborder une question centrale dans toutes les démocraties occidentales : la citoyenneté n’est pas, et ne doit pas être, un statut irréversible. Pendant longtemps, la citoyenneté a été présentée comme un point… Leggi tutto: La citoyenneté n’est pas irréversible : intégration, responsabilité et retrait
Titolo dell’episodio: Il laboratorio italiano: come la protezione complementare dimostra la validità del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
Benvenuto a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Oggi voglio condividere una riflessione che nasce direttamente dall’osservazione della giurisprudenza italiana più recente, e in particolare da una decisione del Tribunale di Bologna che, senza alcuna enfasi ideologica, conferma in modo quasi chirurgico quanto il nostro paradigma sia ormai il punto di riferimento necessario per governare l’immigrazione con serietà, responsabilità e rispetto delle regole.
Il cuore della questione è semplice: l’Italia ha già un meccanismo che permette di distinguere in modo equilibrato tra chi dimostra un percorso reale di integrazione e chi, invece, non manifesta alcuna volontà di inserirsi nel tessuto sociale, culturale e lavorativo del Paese. Questo meccanismo si chiama protezione complementare. Ed è proprio questa forma di tutela, spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, a mostrare come un ordinamento possa garantire diritti fondamentali senza rinunciare alla necessità di selezionare, con criteri oggettivi, chi merita di restare.
La decisione del Tribunale di Bologna lo evidenzia in modo cristallino: il giudice non si limita a verificare se nel Paese d’origine esista un rischio generalizzato, ma valuta la vita costruita in Italia, la rete di relazioni, la stabilità lavorativa, l’affidabilità sociale, la presenza di figli integrati nelle scuole, la capacità di contribuire al territorio. Non esiste un automatismo. Non esiste un diritto presunto a restare. Esiste un principio molto più serio: la permanenza in Italia si giustifica se la vita privata e familiare radicata sul territorio è autentica, solida, verificabile.
Questo modo di ragionare è esattamente ciò che propone “Integrazione o ReImmigrazione”: chi partecipa alla comunità, resta; chi non si integra, torna nel proprio Paese. Nessuna discriminazione. Nessuna indulgenza ingiustificata. Solo responsabilità.
Nell’episodio giudiziario esaminato, lo straniero presenta lavoro stabile, figli iscritti a scuola, un contratto di affitto, assenza di precedenti penali, una moglie occupata e un percorso di vita costruito passo dopo passo. È evidente che un ritorno forzato nel Paese d’origine romperebbe una rete di relazioni ormai consolidata. E infatti il Tribunale riconosce la protezione complementare proprio sulla base di questo radicamento. Ma lo fa con un dettaglio importante: la decisione non premia l’immobilismo. Premia lo sforzo.
Ecco perché questa forma di protezione è un laboratorio perfetto: non costringe l’Italia a tollerare chi non rispetta le regole, e allo stesso tempo tutela chi ha costruito qui la propria identità sociale. Si tratta di un equilibrio che molti Paesi europei non sono ancora riusciti a raggiungere. E invece la giurisprudenza italiana sta già tracciando la strada, senza slogan, senza estremismi, applicando la legge e la Costituzione.
Oggi, più che mai, questo approccio dovrebbe essere guardato come un punto di riferimento anche a livello europeo. Perché se l’immigrazione continuerà a crescere, e continuerà, l’unica risposta seria è un sistema capace di selezionare in base all’integrazione, non in base all’emergenza. La protezione complementare dimostra che questo è possibile, che esiste già uno strumento che funziona e che permette di distinguere con chiarezza tra chi contribuisce alla società e chi non lo fa.
Ed è per questo che, ancora una volta, emerge la centralità del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: una visione semplice, concreta, che valorizza lo sforzo, premia la responsabilità e restituisce dignità tanto allo Stato quanto alle persone che scelgono di costruire la propria vita in Italia.
Grazie per aver ascoltato questo episodio. Ci sentiamo nel prossimo appuntamento del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”.
Titre : Le laboratoire italien : comment la protection complémentaire démontre la validité du paradigme “Intégration ou RéImmigration”
Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast « Intégration ou RéImmigration ». Aujourd’hui, je souhaite partager une réflexion qui naît directement de la jurisprudence italienne la plus récente. Une décision du Tribunal de Bologne montre, avec une précision quasi chirurgicale et sans aucune charge idéologique, pourquoi notre paradigme devient progressivement le point de référence indispensable pour gérer l’immigration avec sérieux, responsabilité et respect des règles.
L’essentiel est très simple : l’Italie dispose déjà d’un mécanisme juridique capable de distinguer, de manière équilibrée et objective, entre ceux qui s’intègrent réellement dans la société et ceux qui n’en montrent aucune volonté. Ce mécanisme s’appelle protection complémentaire. Et c’est précisément cette forme de protection — souvent sous-estimée dans le débat public — qui démontre comment un système juridique peut garantir les droits fondamentaux tout en conservant la capacité d’évaluer, selon des critères concrets, qui mérite de rester dans le pays.
La décision du Tribunal de Bologne l’illustre parfaitement. Le juge ne se limite pas à examiner s’il existe un risque généralisé dans le pays d’origine. Il évalue la vie construite en Italie : le travail, les relations sociales, la stabilité familiale, l’intégration scolaire des enfants, le logement et la conduite personnelle. Il n’existe aucun droit automatique à rester. Aucune présomption. Il existe un principe beaucoup plus sérieux : la personne peut demeurer en Italie lorsque sa vie privée et familiale sur le territoire est authentique, stable et objectivement vérifiable.
Cette approche correspond exactement à ce que propose « Intégration ou RéImmigration » : ceux qui participent à la communauté restent ; ceux qui ne s’intègrent pas retournent dans leur pays d’origine. Sans discrimination. Sans indulgence injustifiée. Simplement avec responsabilité.
Dans le cas examiné par le tribunal, la personne étrangère avait un emploi stable, des enfants scolarisés, un contrat de location, aucun antécédent pénal, une épouse employée et une vie construite pas à pas en Italie. La renvoyer dans son pays d’origine aurait brisé un réseau de relations profondément enraciné. Et en effet, le Tribunal a accordé la protection complémentaire précisément en raison de ce radicement démontré. Mais — et c’est essentiel — la décision ne récompense pas l’inertie. Elle récompense l’effort.
C’est pour cette raison que la protection complémentaire constitue un laboratoire parfait : elle n’oblige pas l’Italie à tolérer ceux qui ne respectent pas les règles et protège en même temps ceux qui ont construit ici leur identité sociale. C’est une solution équilibrée que de nombreux pays européens n’ont pas encore atteinte. La jurisprudence italienne, elle, montre déjà la voie — sans slogans, sans extrémisme, en appliquant la loi et la Constitution.
Aujourd’hui plus que jamais, cette approche devrait être considérée comme un modèle au niveau européen. Car si les flux migratoires continueront d’augmenter — et ils augmenteront — la seule réponse crédible est un système capable de sélectionner sur la base de l’intégration, et non de l’urgence. La protection complémentaire démontre que cela est possible. C’est un mécanisme qui fonctionne déjà et qui permet de distinguer clairement entre ceux qui contribuent à la société et ceux qui ne le font pas.
Et c’est pourquoi, une fois de plus, la centralité du paradigme « Intégration ou RéImmigration » apparaît avec évidence : une vision simple et concrète qui valorise l’effort individuel, promeut la responsabilité et redonne de la dignité tant à l’État qu’aux personnes qui choisissent de construire leur vie en Italie.
Merci d’avoir écouté cet épisode. On se retrouve dans le prochain épisode du podcast « Intégration ou RéImmigration ».
Título: El laboratorio italiano: cómo la protección complementaria demuestra la validez del paradigma “Integración o ReInmigración”
Bienvenido a un nuevo episodio del pódcast “Integración o ReInmigración”. Hoy quiero compartir una reflexión que nace directamente de la jurisprudencia italiana más reciente. En particular, una decisión del Tribunal de Bolonia muestra, con precisión quirúrgica y sin ninguna carga ideológica, por qué nuestro paradigma se está convirtiendo en el punto de referencia necesario para gestionar la inmigración con seriedad, responsabilidad y respeto por las normas.
El núcleo del asunto es muy sencillo: Italia ya dispone de un mecanismo jurídico capaz de distinguir, de manera equilibrada y objetiva, entre quienes realmente están integrándose en la sociedad y quienes no muestran ninguna intención de hacerlo. Este mecanismo se llama protección complementaria. Y es precisamente esta forma de protección —a menudo ignorada en el debate público— la que demuestra cómo un ordenamiento puede garantizar derechos fundamentales sin renunciar a evaluar, con criterios concretos, quién merece permanecer en el país.
La decisión de Bolonia lo deja muy claro. El juez no se limita a analizar si existe un riesgo generalizado en el país de origen. Evalúa la vida construida en Italia: el trabajo, las relaciones sociales, la estabilidad familiar, la integración escolar de los hijos, la vivienda y la conducta personal. No existe un derecho automático a quedarse. No existe ninguna presunción. Existe un principio mucho más serio: el derecho a permanecer en Italia cuando la vida privada y familiar en el territorio es auténtica, estable y objetivamente verificable.
Este enfoque coincide exactamente con lo que propone “Integración o ReInmigración”: quien participa en la comunidad se queda; quien no se integra regresa a su país de origen. Sin discriminación. Sin indulgencias injustificadas. Solo responsabilidad.
En el caso examinado por el tribunal, la persona extranjera tenía un empleo estable, hijos escolarizados, un contrato de alquiler, ningún antecedente penal, una esposa empleada y una vida construida paso a paso en Italia. Obligarle a regresar habría roto una red de relaciones profundamente arraigada. Y, de hecho, el Tribunal reconoció la protección complementaria precisamente por este radicamiento demostrado. Pero —y esto es esencial— la decisión no premia la pasividad. Premia el esfuerzo.
Por eso la protección complementaria es el laboratorio perfecto: no obliga a Italia a tolerar a quienes no respetan las reglas y, al mismo tiempo, protege a quienes han construido aquí su identidad social. Es una solución equilibrada que muchos países europeos aún no han conseguido. La jurisprudencia italiana, en cambio, ya está marcando el camino: sin eslóganes, sin extremismos, aplicando la ley y la Constitución.
Hoy, más que nunca, este enfoque debería considerarse un modelo a nivel europeo. Porque si la inmigración seguirá aumentando —y seguirá—, la única respuesta seria es un sistema capaz de seleccionar en función de la integración, no de la emergencia. La protección complementaria demuestra que esto es posible. Es un mecanismo que ya funciona y que permite distinguir con claridad entre quienes aportan a la sociedad y quienes no.
Y por eso, una vez más, emerge con fuerza la centralidad del paradigma “Integración o ReInmigración”: una visión simple y concreta que recompensa el esfuerzo personal, promueve la responsabilidad y devuelve dignidad tanto al Estado como a las personas que eligen construir su vida en Italia.
Gracias por escuchar este episodio. Nos encontramos en el próximo capítulo del pódcast “Integración o ReInmigración”.
Title: The Italian Laboratory: How Complementary Protection Proves the Validity of the “Integration or ReImmigration” Paradigm
Welcome to a new episode of the “Integration or ReImmigration” podcast. Today I want to share a reflection that comes directly from the most recent Italian jurisprudence. In particular, a decision issued by the Tribunal of Bologna shows, with surgical precision and without ideological overtones, why our paradigm is increasingly becoming the necessary reference point for managing immigration with seriousness, responsibility, and respect for the rules.
At the heart of the matter is something very simple: Italy already has a legal mechanism that distinguishes, in a balanced and objective way, between those who are genuinely integrating into society and those who show no intention of doing so. This mechanism is called complementary protection. And it is precisely this form of protection—often ignored in public debate—that demonstrates how a legal system can safeguard fundamental rights while maintaining the ability to assess, using concrete criteria, who has earned the right to remain.
The Bologna decision makes this point very clearly. The judge does not merely examine whether there is a generalized risk in the country of origin. Instead, the court evaluates the life the individual has built in Italy: work, social relations, family stability, school integration of the children, housing, and personal conduct. There is no automatic right to stay. There is no presumption. There is a much more serious principle: the right to remain exists when a person’s private and family life in Italy is real, stable, and objectively verifiable.
This approach is exactly what “Integration or ReImmigration” proposes: those who participate in the community stay; those who do not integrate return to their home country. No discrimination. No unjustified leniency. Only responsibility.
In the case examined by the court, the foreign national had stable employment, children enrolled in school, a rental contract, no criminal record, a spouse with a job, and a life built step by step in Italy. Forcing him to return to his home country would have destroyed a network of relations deeply rooted in Italy. And indeed, the Tribunal granted complementary protection precisely because of this demonstrated integration. But—and this is essential—the decision does not reward passivity. It rewards effort.
This is why complementary protection is the perfect laboratory: it doesn’t force Italy to tolerate those who ignore the rules, and at the same time it protects those who have built their social identity here. It is a balanced solution that many European countries have not yet achieved. Italian jurisprudence, instead, is already showing the way—without slogans, without extremism, applying the law and the Constitution.
Today, more than ever, this approach should be seen as a model at the European level. Because if immigration flows continue to rise—and they will—the only serious response is a system capable of selecting based on integration, not based on emergency. Complementary protection proves that this is possible. It is a framework that already works and that allows us to distinguish clearly between those who contribute to society and those who do not.
And this is why, once again, the centrality of the “Integration or ReImmigration” paradigm emerges: a simple, concrete vision that rewards personal effort, promotes responsibility, and restores dignity both to the State and to the people who choose to build their future in Italy.
Thank you for listening to this episode. We’ll meet again in the next installment of the “Integration or ReImmigration” podcast.
Titel: Das italienische Labor: Wie der ergänzende Schutz die Gültigkeit des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ bestätigt
Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“. Heute möchte ich einen Gedanken mit dir teilen, der direkt aus der jüngsten italienischen Rechtsprechung entsteht. Eine Entscheidung des Gerichts von Bologna zeigt mit nahezu chirurgischer Präzision – und ohne jede ideologische Aufladung –, warum unser Paradigma zunehmend zum notwendigen Bezugspunkt wird, um Migration ernsthaft, verantwortungsvoll und im Einklang mit den Regeln zu steuern.
Der Kern der Sache ist sehr einfach: Italien verfügt bereits über einen rechtlichen Mechanismus, der klar und ausgewogen zwischen Personen unterscheidet, die sich tatsächlich in die Gesellschaft integrieren, und solchen, die keinerlei Bereitschaft dazu zeigen. Dieser Mechanismus heißt ergänzender Schutz. Und gerade diese Schutzform – in der öffentlichen Debatte oft unterschätzt – zeigt, wie ein Rechtssystem Grundrechte sichern kann, ohne auf die Fähigkeit zu verzichten, anhand konkreter Kriterien zu entscheiden, wer das Recht hat, im Land zu bleiben.
Die Entscheidung des Gerichts von Bologna macht das sehr deutlich. Das Gericht prüft nicht nur, ob im Herkunftsland ein allgemeines Risiko besteht. Es bewertet das Leben, das die Person in Italien aufgebaut hat: die Arbeit, die sozialen Beziehungen, die familiäre Stabilität, die schulische Integration der Kinder, die Wohnsituation und das persönliche Verhalten. Es gibt kein automatisches Bleiberecht. Keine Vorannahmen. Es gibt ein viel ernsteres Prinzip: Eine Person darf in Italien bleiben, wenn ihr Privat- und Familienleben im Land authentisch, stabil und objektiv nachweisbar ist.
Dieser Ansatz entspricht genau dem, was „Integration oder ReImmigration“ fordert: Wer an der Gemeinschaft teilnimmt, bleibt; wer sich nicht integriert, kehrt in sein Herkunftsland zurück. Keine Diskriminierung. Keine ungerechtfertigte Nachsicht. Nur Verantwortung.
Im Fall, den das Gericht geprüft hat, verfügte die betroffene Person über eine stabile Beschäftigung, über Kinder, die die Schule besuchen, über einen Mietvertrag, über ein einwandfreies Führungszeugnis, über eine berufstätige Ehefrau und über ein Leben, das Schritt für Schritt in Italien aufgebaut wurde. Eine Rückführung hätte ein enges soziales Gefüge zerstört, das inzwischen tief verwurzelt war. Und genau aus diesem Grund hat das Gericht den ergänzenden Schutz gewährt. Doch – und das ist entscheidend – die Entscheidung belohnt keine Passivität. Sie belohnt die Anstrengung.
Deshalb ist der ergänzende Schutz das perfekte Labor: Er zwingt Italien nicht dazu, Personen zu dulden, die die Regeln nicht respektieren, und er schützt gleichzeitig diejenigen, die hier ihre soziale Identität aufgebaut haben. Es ist eine ausgewogene Lösung, die viele europäische Staaten noch nicht erreicht haben. Die italienische Rechtsprechung hingegen weist bereits den Weg – ohne Schlagworte, ohne Extreme, basierend auf Gesetz und Verfassung.
Mehr denn je sollte dieser Ansatz heute als Modell auf europäischer Ebene betrachtet werden. Denn wenn die Migrationsbewegungen weiter zunehmen – und das werden sie –, dann ist die einzige ernsthafte Antwort ein System, das anhand der Integration entscheidet und nicht anhand von Notlagen. Der ergänzende Schutz beweist, dass das möglich ist. Es ist ein Instrument, das bereits funktioniert und klar zwischen jenen unterscheidet, die zur Gesellschaft beitragen, und jenen, die es nicht tun.
Aus diesem Grund tritt die zentrale Bedeutung des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ erneut deutlich hervor: eine einfache, konkrete Vision, die individuelle Anstrengung belohnt, Verantwortung fördert und sowohl dem Staat als auch den Menschen, die ihr Leben in Italien aufbauen wollen, Würde zurückgibt.
Vielen Dank fürs Zuhören. Wir hören uns in der nächsten Folge des Podcasts „Integration oder ReImmigration“.
Titre : Le tabou de la sécurité : comment l’antiracisme empêche l’Italie de gouverner l’immigration
Bienvenue dans un nouvel épisode du podcast Intégration ou RéImmigration. Aujourd’hui, je veux expliquer une dynamique très particulière du débat italien sur l’immigration, une dynamique importante aussi pour ceux qui nous écoutent depuis l’étranger. Il ne s’agit pas seulement de statistiques ou de politique. Il s’agit de la manière dont, en Italie, la question de la sécurité disparaît souvent du débat public, parce qu’elle est immédiatement déplacée sur un terrain moral.
En Italie, il arrive très souvent que lorsqu’on tente de parler du lien entre immigration et sécurité, la discussion ne reste pas centrée sur les faits ou sur les données réelles. Elle se transforme rapidement en un jugement sur les intentions de celui qui parle. La question n’est plus : « quels sont les problèmes ? », mais plutôt : « pourquoi en parles-tu ? ». Ainsi, la sécurité cesse d’être un sujet normal de politique publique et devient un sujet suspect, presque interdit.
Ces derniers mois, cette dynamique est redevenue très visible. Plusieurs interventions dans les médias ont insisté sur l’idée que les inquiétudes concernant la sécurité seraient exagérées, déformées ou fondées sur des préjugés culturels. Mais cette approche produit un effet prévisible : elle empêche de traiter ce qui se passe réellement sur le terrain. Les difficultés des communes, les tensions sociales, les problèmes quotidiens de certains quartiers… tout cela est relégué au second plan. Le problème cesse d’être la réalité elle-même. Le problème devient la personne qui ose la décrire.
Pour un public international, cela peut sembler surprenant. Mais c’est exactement ce qui se passe. L’Italie ne rejette pas l’immigration. Elle est coincée dans une forme de paralysie. Une partie du débat public craint que parler de sécurité signifie automatiquement criminaliser les immigrés. Et cette confusion crée un dommage profond : l’analyse est prise pour de l’hostilité, et la responsabilité est confondue avec du préjugé.
Les conséquences sont très concrètes. Si l’État ne peut pas parler ouvertement des problèmes, il ne peut pas les résoudre. Il ne peut pas distinguer entre ceux qui s’intègrent et ceux qui ne s’intègrent pas. Il ne peut pas intervenir dans les zones où l’intégration échoue. Et surtout, il ne peut pas maintenir un équilibre clair entre droits et devoirs.
C’est ici qu’intervient le paradigme « Intégration ou RéImmigration ». Ce n’est pas un slogan politique. Ce n’est pas une position idéologique. C’est une méthode de gouvernance. Cela signifie que toute personne qui arrive en Italie doit suivre un parcours clair, mesurable et vérifiable. Un parcours fondé sur le travail, l’apprentissage de la langue et le respect des règles. Quand ce parcours fonctionne, la présence en Italie devient naturelle. Lorsqu’il échoue, cette présence ne peut pas devenir un droit automatique.
La RéImmigration n’est pas une punition. C’est la conséquence logique d’un système qui veut être cohérent et crédible. Un système qui évalue, distingue et décide. Un système qui n’a pas peur d’aborder la sécurité simplement parce que certains risquent d’accuser les autres de racisme.
Aujourd’hui, l’Italie ne dit pas « non » à l’immigration. Elle dit « non » à l’idée qu’on ne puisse pas en parler. Elle dit « non » au fait que les catégories morales remplacent l’analyse des faits. Et elle cherche à construire un modèle qui replace la réalité au centre du débat.
Le paradigme « Intégration ou RéImmigration » est né précisément pour cela. Il sert à redonner à la sécurité sa place dans la politique publique. Il permet à l’État de gouverner réellement les flux migratoires. Et il propose un équilibre durable, fondé sur les droits et les responsabilités — et non sur la peur ou le silence.
Je suis l’avocat Fabio Loscerbo, et je vous invite à lire davantage d’analyses et de contenus sur www.reimmigrazione.com.
Titolo: Il tabù della sicurezza: come l’antirazzismo impedisce all’Italia di governare l’immigrazione
Benvenuto a un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione. In questa puntata voglio spiegare, anche a chi ci ascolta dall’estero, una dinamica molto particolare del dibattito italiano sull’immigrazione. Una dinamica che influisce profondamente sulla capacità del Paese di governare i flussi e di proteggere la sicurezza dei cittadini.
In Italia succede spesso questo: quando si prova a parlare del rapporto tra immigrazione e sicurezza, la discussione non rimane sui dati o sui fatti concreti. Si sposta subito sul piano morale. La domanda non diventa “quali sono i problemi?” ma “perché ne stai parlando?”. E, troppo spesso, il tema sicurezza viene interpretato come un segnale di ostilità verso gli stranieri, invece che come una normale questione di gestione pubblica.
Negli ultimi mesi questa dinamica è tornata evidente. Alcuni interventi molto diffusi sui media hanno insistito sull’idea che la sicurezza sia un tema “distorto”, legato a percezioni sbagliate o addirittura a retaggi culturali. È una lettura che, però, ha un effetto preciso: impedisce di affrontare ciò che accade davvero nei territori. Le difficoltà dei comuni, le tensioni sociali, i quartieri che vivono criticità quotidiane, finiscono sullo sfondo. Il problema non è più la realtà. Il problema diventa chi prova a descriverla.
Per un pubblico internazionale questo può sembrare sorprendente, ma è esattamente ciò che succede. Non siamo davanti a una guerra culturale. Siamo davanti a una forma di paralisi. Una parte del discorso pubblico teme che parlare di sicurezza significhi automaticamente discriminare gli immigrati. E così si crea una confusione dannosa: l’analisi viene scambiata per ostilità, la responsabilità viene scambiata per pregiudizio.
Questa confusione ha conseguenze concrete. Se lo Stato non può parlare apertamente dei problemi, non può nemmeno risolverli. Non può distinguere tra chi si integra e chi non lo fa. Non può intervenire nei territori dove l’accoglienza non funziona. E, soprattutto, non può garantire un equilibrio tra diritti e doveri.
È proprio qui che entra in gioco il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non è uno slogan politico. Non è un discorso ideologico. È un metodo di governo. Significa che chi arriva in Italia deve seguire un percorso chiaro, misurabile e verificabile. Un percorso fatto di lavoro, impegno nella lingua e rispetto delle regole. Quando questo percorso funziona, la permanenza è naturale. Quando non funziona, la permanenza non può trasformarsi in un diritto automatico.
La ReImmigrazione non è una punizione. È la conseguenza logica di un sistema che vuole essere serio. Un sistema che distingue, valuta e decide. E che non si lascia paralizzare dalla paura di essere accusato di razzismo ogni volta che affronta il tema della sicurezza.
L’Italia oggi non rifiuta l’immigrazione. Rifiuta l’idea che non si possa parlarne. Rifiuta l’idea che le categorie morali sostituiscano l’analisi dei fatti. E sta cercando un modello che rimetta al centro la realtà, non le narrazioni.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce da questa esigenza. Serve per riportare la sicurezza nel campo della politica pubblica. Serve per restituire allo Stato la capacità di governare davvero i flussi migratori. E serve per costruire un equilibrio sostenibile, basato su diritti e doveri, non su paure e silenzi.
Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo, e ti invito a leggere analisi, approfondimenti e dati aggiornati su www.reimmigrazione.com.
Title: The Security Taboo: How Anti-Racism Prevents Italy from Governing Immigration
Welcome to a new episode of Integration or ReImmigration. In this episode, I want to explain a dynamic that plays a major role in the Italian debate on immigration — a dynamic that international listeners need to understand in order to see what is really happening inside the country. It’s not just about statistics or political arguments. It’s about the way the issue of security is often removed from the public conversation by shifting everything onto a moral level.
In Italy, whenever someone tries to talk about the relationship between immigration and security, the discussion rarely stays focused on facts or data. It immediately moves toward judging the intentions of the speaker. The question becomes: “Why are you bringing this up? Are you suggesting something discriminatory?” As a result, security is no longer treated as a normal area of public policy. It becomes a suspicious topic — something you’re not supposed to touch.
Over the past months, this pattern has become very clear. Several public statements and media interventions have insisted on the idea that security concerns are exaggerated, distorted, or the product of cultural bias. This approach has one predictable effect: it makes it impossible to address what is actually happening on the ground. The challenges faced by local authorities, the tensions in certain neighborhoods, and the daily problems experienced by residents are pushed into the background. The issue is no longer the reality itself. The issue becomes the person who dares to describe it.
For an international audience, this may sound unusual. But this is exactly the point: Italy is not rejecting immigration. It is stuck in a form of paralysis. A part of the public debate is afraid that talking about security automatically means criminalizing immigrants. And this confusion creates a damaging overlap: analysis is mistaken for hostility, and responsibility is mistaken for prejudice.
This confusion has very real consequences. If the State cannot speak openly about problems, it cannot solve them. It cannot distinguish between people who integrate and people who do not. It cannot intervene in areas where integration is failing. And, above all, it cannot maintain a clear balance between rights and duties.
This is where the “Integration or ReImmigration” paradigm comes into play. It is not a political slogan. It is not an ideological stance. It is a method of governance. It means that anyone who comes to Italy must follow a clear, measurable, verifiable path. A path built on work, language learning, and respect for the rules. When this path succeeds, staying in Italy becomes natural. When it does not, staying cannot become an automatic right.
ReImmigration is not a punishment. It is the logical consequence of a system that wants to be coherent and credible. A system that evaluates, distinguishes, and decides. A system that is not afraid to address security just because someone might misuse the word “racism”.
Italy today is not rejecting immigration. It is rejecting the idea that immigration cannot be discussed. It is rejecting the idea that moral categories should replace factual analysis. And it is trying to build a model that puts reality back at the center of the conversation.
“Integration or ReImmigration” was created for this purpose. It helps return security to the field of public policy. It restores the State’s ability to actually govern migration flows. And it offers a sustainable balance based on rights and responsibilities — not silence and fear.
I’m attorney Fabio Loscerbo, and I invite you to read more analyses and insights at www.reimmigrazione.com.
Titel: Das Sicherheits-Tabu: Wie Antirassismus Italien daran hindert, die Migration zu steuern
Willkommen zu einer neuen Folge des Podcasts Integration oder ReImmigration. In dieser Episode möchte ich eine Dynamik erklären, die den italienischen Migrationsdiskurs stark beeinflusst – und die auch für internationale Zuhörer wichtig ist, um zu verstehen, was in Italien wirklich passiert. Es geht nicht nur um Statistiken oder Politik. Es geht darum, wie das Thema Sicherheit im öffentlichen Gespräch oft ausgeblendet wird, weil es sofort auf eine moralische Ebene verschoben wird.
In Italien passiert häufig Folgendes: Sobald jemand über das Verhältnis zwischen Migration und Sicherheit sprechen möchte, bleibt die Diskussion selten bei Fakten oder realen Daten. Sie verwandelt sich schnell in eine Bewertung der Absichten der Person, die spricht. Die Frage lautet nicht mehr: „Welche Probleme gibt es?“, sondern: „Warum redest du darüber?“. Damit wird Sicherheit nicht mehr als normales Thema der öffentlichen Politik angesehen, sondern als etwas Verdächtiges oder sogar Unangemessenes.
In den letzten Monaten ist diese Dynamik sehr deutlich geworden. Mehrere mediale Beiträge betonen, dass Sicherheitsbedenken übertrieben, verzerrt oder kulturell bedingt seien. Doch dieser Ansatz hat eine klare Folge: Er verhindert, dass man sich mit der tatsächlichen Situation vor Ort auseinandersetzt. Die Schwierigkeiten der Kommunen, soziale Spannungen und die Probleme bestimmter Stadtteile geraten in den Hintergrund. Das Problem ist nicht mehr die Realität selbst. Das Problem wird die Person, die es wagt, sie zu beschreiben.
Für ein internationales Publikum mag das überraschend klingen. Aber genau das geschieht in Italien. Das Land lehnt Migration nicht ab. Es steckt in einer Art Blockade fest. Ein Teil der öffentlichen Debatte fürchtet, dass jede Diskussion über Sicherheit automatisch bedeutet, Migranten zu kriminalisieren. Und diese Verwechslung richtet großen Schaden an: Analyse wird mit Feindseligkeit verwechselt, Verantwortung mit Vorurteil.
Die Folgen sind sehr konkret. Wenn der Staat nicht offen über Probleme sprechen kann, kann er sie auch nicht lösen. Er kann nicht unterscheiden, wer sich integriert und wer nicht. Er kann nicht in Regionen eingreifen, in denen Integration scheitert. Und vor allem kann er kein klares Gleichgewicht zwischen Rechten und Pflichten aufrechterhalten.
Hier kommt das Paradigma „Integration oder ReImmigration“ ins Spiel. Es ist kein politischer Slogan. Es ist keine ideologische Position. Es ist eine Methode des Regierens. Es bedeutet, dass jeder, der nach Italien kommt, einen klaren, messbaren und überprüfbaren Weg gehen muss. Einen Weg, der auf Arbeit, Spracherwerb und Respekt vor den Regeln basiert. Wenn dieser Weg funktioniert, wird der Aufenthalt selbstverständlich. Wenn er nicht funktioniert, kann der Aufenthalt kein automatisches Recht werden.
ReImmigration ist keine Strafe. Sie ist die logische Folge eines Systems, das glaubwürdig und konsequent sein möchte. Ein System, das bewertet, unterscheidet und entscheidet. Ein System, das keine Angst davor hat, über Sicherheit zu sprechen, nur weil manche das Wort „Rassismus“ missbrauchen könnten.
Italien sagt heute nicht „Nein“ zur Migration. Es sagt „Nein“ zu der Vorstellung, dass man darüber nicht sprechen darf. Es sagt „Nein“ dazu, moralische Kategorien an die Stelle der Analyse von Fakten zu setzen. Und es versucht, ein Modell zu schaffen, das die Realität wieder in den Mittelpunkt rückt.
Das Paradigma „Integration oder ReImmigration“ ist genau dafür entstanden. Es soll der Sicherheit wieder ihren Platz in der öffentlichen Politik geben. Es ermöglicht dem Staat, die Migrationsströme tatsächlich zu steuern. Und es schafft ein tragfähiges Gleichgewicht, das auf Rechten und Pflichten basiert – nicht auf Angst oder Schweigen.
Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und lade Sie ein, weitere Analysen und Beiträge auf www.reimmigrazione.com zu lesen.
Título: El tabú de la seguridad: cómo el antirracismo impide que Italia gobierne la inmigración
Bienvenido a un nuevo episodio del podcast Integración o ReInmigración. En esta ocasión quiero explicar una dinámica que está marcando profundamente el debate italiano sobre inmigración, y que también es importante para quienes nos escuchan desde otros países. No se trata solo de estadísticas o de política. Se trata de cómo, en Italia, el tema de la seguridad suele desaparecer del debate público porque se traslada inmediatamente al terreno moral.
En Italia ocurre algo muy claro: cuando alguien intenta hablar de la relación entre inmigración y seguridad, la conversación rara vez se mantiene en los hechos o en los datos reales. Se convierte enseguida en un juicio sobre las intenciones del que habla. La pregunta deja de ser “¿cuáles son los problemas?” y pasa a ser “¿por qué estás hablando de esto?”. Así, la seguridad deja de ser una cuestión normal de política pública y se convierte en un tema sospechoso, casi prohibido.
En los últimos meses esta dinámica ha vuelto a ser muy visible. Diversas intervenciones en los medios han insistido en la idea de que las preocupaciones sobre la seguridad están exageradas, distorsionadas o basadas en prejuicios culturales. Pero este enfoque tiene un efecto claro: hace imposible abordar lo que realmente está ocurriendo en el territorio. Los problemas de los municipios, las tensiones sociales, las dificultades de algunos barrios… todo queda relegado a un segundo plano. El problema deja de ser la realidad. El problema pasa a ser quién se atreve a describirla.
Para el público internacional esto puede parecer extraño, pero es exactamente lo que está ocurriendo. Italia no está rechazando la inmigración. Está atrapada en una especie de parálisis. Una parte del debate público teme que hablar de seguridad signifique automáticamente criminalizar a los inmigrantes. Y esta confusión genera un daño enorme: el análisis se interpreta como hostilidad, y la responsabilidad se interpreta como prejuicio.
Las consecuencias son muy concretas. Si el Estado no puede hablar abiertamente de los problemas, no puede resolverlos. No puede distinguir entre quienes se integran y quienes no. No puede intervenir en las zonas donde la integración está fallando. Y, sobre todo, no puede mantener un equilibrio claro entre derechos y deberes.
Aquí es donde entra en juego el paradigma “Integración o ReInmigración”. No es un eslogan político. No es una postura ideológica. Es un método de gobierno. Significa que quien llega a Italia debe seguir un camino claro, medible y verificable. Un camino basado en el trabajo, el aprendizaje del idioma y el respeto de las normas. Cuando este camino funciona, la permanencia es natural. Cuando no funciona, la permanencia no puede convertirse en un derecho automático.
La ReInmigración no es un castigo. Es la consecuencia lógica de un sistema que quiere ser coherente y creíble. Un sistema que evalúa, distingue y decide. Un sistema que no tiene miedo de hablar de seguridad solo porque alguien pueda acusar a otros de racismo.
Hoy Italia no dice “no” a la inmigración. Dice “no” a la idea de que no se pueda hablar de ella. Dice “no” a que las categorías morales sustituyan el análisis de los hechos. Y busca construir un modelo que coloque nuevamente la realidad en el centro del debate.
El paradigma “Integración o ReInmigración” nació para esto. Sirve para devolver la seguridad al terreno de la política pública. Sirve para que el Estado pueda gobernar de verdad los flujos migratorios. Y sirve para crear un equilibrio sostenible, basado en derechos y responsabilidades, no en silencios y temores.
Soy el abogado Fabio Loscerbo, y te invito a leer más análisis y contenidos en www.reimmigrazione.com.
Le clash entre Musk et Open Society et la fin de l’ancien modèle migratoire : pourquoi un nouveau paradigme est nécessaire
Ces derniers jours, nous avons assisté à une nouvelle confrontation médiatique autour de la question migratoire. Cette fois, les protagonistes sont Elon Musk et les Open Society Foundations, avec des déclarations incisives, des réactions immédiates et une avalanche de commentaires sur les réseaux sociaux. Mais l’élément le plus significatif n’est pas la polémique elle-même. Ce qui importe réellement, c’est ce que cet affrontement révèle, presque malgré lui, sur l’état du débat public et sur la nécessité d’abandonner définitivement les modèles qui ont structuré notre approche au cours des trente dernières années.
Je veux être clair dès le départ : il est inutile de transformer un désaccord entre un entrepreneur mondial et une fondation internationale en bataille entre camps opposés. Il est tout aussi inutile d’attaquer les fondations qui ont soutenu une certaine vision de la migration. Et il ne sert à rien de présenter Musk comme s’il incarnait à lui seul la solution aux problèmes que connaissent aujourd’hui l’Europe et le reste de l’Occident. La véritable question est que le paradigme ayant guidé les politiques migratoires ces dernières décennies est arrivé à sa limite structurelle. C’est un modèle fondé sur l’idée que la mobilité serait toujours bénéfique, que l’intégration se produirait d’elle-même et que la société pourrait absorber un changement culturel rapide sans plan, sans méthode et surtout sans vérifier si ce processus fonctionne réellement.
Or, la réalité actuelle est tout autre. Nous voyons des quartiers où la distance culturelle est devenue une barrière visible, des systèmes scolaires en difficulté pour garantir un parcours éducatif homogène, des prisons surpeuplées dans de nombreuses villes européennes où la population étrangère dépasse largement la moitié des détenus, des procédures de retour presque totalement inefficaces, et un tissu social qui ne supporte plus les modèles d’intégration spontanée. Rien de tout cela n’est la responsabilité exclusive d’un acteur, d’une fondation ou d’un gouvernement. C’est le résultat collectif d’un paradigme qui a misé davantage sur l’espoir que sur la responsabilité, davantage sur l’idéologie de l’accueil inconditionnel que sur la construction d’un véritable parcours d’insertion.
C’est précisément dans ce contexte qu’émerge le paradigme présenté dans ce podcast : intégration ou RéImmigration. Une vision qui refuse les extrêmes et qui rétablit le principe fondamental de la responsabilité personnelle et institutionnelle. L’intégration n’est ni un processus spontané, ni un droit automatique : c’est un engagement réciproque. Celui qui arrive dans un pays a le devoir d’en respecter les règles, d’en apprendre la langue, de contribuer à la vie civique et de reconnaître les valeurs sur lesquelles repose cette communauté politique. L’État, de son côté, a le devoir de vérifier que ce processus se réalise effectivement et d’intervenir lorsqu’il échoue. Non par des mesures punitives, mais par des parcours de retour sérieux, ordonnés et respectueux de la dignité humaine.
Ce nouveau paradigme n’est dirigé contre personne. Il naît du constat de l’échec des idées qui nous ont guidés jusqu’à présent. Il naît en réaction à la superficialité avec laquelle nous avons abordé un phénomène trop vaste pour être géré par des réflexes émotionnels ou des slogans rassurants. Il naît face à la retraite institutionnelle qui a laissé le système migratoire dériver vers l’inefficacité et les tensions sociales. Et surtout, il naît pour construire un nouvel équilibre fondé sur une intégration réelle, mesurable, et non sur une intégration proclamée.
L’affrontement entre Musk et Open Society nous offre finalement une leçon simple. La question n’est pas de choisir un camp entre deux acteurs privés. La véritable question est de savoir si nous voulons continuer à répéter les erreurs du passé ou construire un nouveau paradigme fondé sur la responsabilité, la capacité de l’État à gouverner les flux et la nécessité de préserver la cohésion sociale et la sécurité publique. Ce message ne concerne pas un seul pays : il concerne tout l’Occident. Il concerne l’Europe, les États-Unis et toute nation confrontée à la même interrogation fondamentale : comment maintenir une société ouverte sans sacrifier la stabilité, la légalité et l’identité démocratique ?
C’est à partir de là qu’il faut repartir. Avec lucidité, avec rigueur et sans craindre de dire qu’une époque s’achève et qu’une autre commence. Je suis l’avocat Fabio Loscerbo et je vous invite à approfondir ces thèmes sur www.reimmigrazione.com. On se retrouve dans le prochain épisode de « Intégration ou RéImmigration ».
The Musk–Open Society Clash and the End of the Old Migration Model: Why We Need a New Paradigm
In recent days, we’ve witnessed yet another media confrontation revolving around the issue of migration. This time the protagonists are Elon Musk and the Open Society Foundations, with sharp statements, immediate reactions, and a flood of comments across social media. But what truly matters is not the clash itself. What interests me is what this clash inadvertently exposes about the state of public debate and the need to finally abandon the models we inherited over the past thirty years.
Let me be clear from the start: it is pointless to turn a disagreement between a global entrepreneur and an international foundation into a battle between fan bases. It is equally pointless to attack the foundations that supported a certain approach to migration. And it is no more useful to elevate Musk as if he alone represented the solution to the problems we see today in Europe and across the West. The real issue is that the paradigm guiding migration policies in recent decades has reached its structural limit. It is a model based on the idea that mobility is always beneficial, that integration happens automatically, and that society can absorb rapid cultural change without a plan, without a method, and especially without verifying whether the process actually works.
The reality today is entirely different. We see neighborhoods where cultural distance has become a tangible barrier, school systems struggling to guarantee a uniform educational path, overcrowded prisons in many European cities where foreign inmates make up more than half the population, repatriation procedures that remain largely ineffective, and a social fabric that can no longer sustain models of spontaneous integration. None of this is the fault of a single actor, a single foundation, or a single government. It is the collective result of a paradigm built more on hope than responsibility, more on the ideology of unconditional hospitality than on the need to build a genuine path toward inclusion.
This is precisely where the paradigm we discuss in this podcast emerges: integration or reimmigration. A vision that rejects extremes and restores the fundamental principle of personal and institutional responsibility. Integration is not a spontaneous process, nor is it an automatic right. It is a mutual commitment. Anyone who arrives in a host country has the duty to respect its rules, learn its language, contribute to its civic life, and acknowledge the values on which that political community is built. The State, in turn, has the duty to verify that this process is actually happening and to intervene when it is not. Not with punitive measures, but with serious, orderly, and dignified return pathways to the country of origin.
This new paradigm is not born against anyone. It is born against the failure of the ideas that have guided us so far. It is born against the superficiality with which we have faced a phenomenon too large to be handled with emotional reactions or comforting slogans. It is born against the institutional retreat that allowed the migration system to drift into inefficiency and social tension. And above all, it is born to build a new balance based on real, measurable integration rather than proclamations.
The Musk–Open Society clash ultimately delivers a simple lesson. The issue is not choosing sides in a quarrel between private actors. The real choice is whether we want to continue repeating the mistakes of the past or build a new paradigm rooted in responsibility, effective migration governance, and the need to safeguard social cohesion and public safety. This message is not meant for one country alone; it concerns the entire West. It concerns Europe, the United States, and every nation facing the same fundamental question: how do we maintain an open society without sacrificing stability, legality, and democratic identity?
This is where we must begin. With clarity, with rigor, and without fear of acknowledging that an era has ended and a new one is beginning. I am attorney Fabio Loscerbo, and I invite you to explore these topics further at www.reimmigrazione.com. We’ll meet again in the next episode of “Integration or ReImmigration.”
El enfrentamiento entre Musk y Open Society y el final del antiguo modelo migratorio: por qué necesitamos un nuevo paradigma
En estos días hemos asistido a otro enfrentamiento mediático en torno al tema de la migración. Esta vez los protagonistas son Elon Musk y las Open Society Foundations, con declaraciones duras, reacciones inmediatas y una avalancha de comentarios en las redes sociales. Pero lo verdaderamente importante no es la polémica en sí. Lo que realmente importa es lo que este choque revela, casi sin quererlo, sobre el estado del debate público y sobre la necesidad de abandonar definitivamente los modelos que hemos heredado en las últimas tres décadas.
Quiero dejarlo claro desde el principio: no tiene sentido transformar un desacuerdo entre un empresario global y una fundación internacional en una pelea entre bandos. Tampoco tiene sentido atacar a las fundaciones que han apoyado cierto enfoque migratorio. Y no es más útil presentar a Musk como si él, por sí solo, representara la solución a los problemas que hoy vemos en Europa y en el resto de Occidente. La cuestión real es que el paradigma que ha guiado las políticas migratorias en las últimas décadas ha llegado a su límite estructural. Es un modelo basado en la idea de que la movilidad es siempre positiva, de que la integración ocurre automáticamente y de que la sociedad puede absorber un cambio cultural rápido sin un plan, sin un método y, sobre todo, sin comprobar si el proceso realmente funciona.
La realidad actual es muy distinta. Tenemos barrios donde la distancia cultural se ha convertido en una barrera visible, sistemas escolares que luchan por garantizar un camino educativo uniforme, cárceles saturadas en muchas ciudades europeas donde la población extranjera supera la mitad de los internos, procedimientos de repatriación que siguen siendo prácticamente ineficaces y un tejido social que ya no soporta modelos de integración espontánea. Nada de esto es culpa de un solo actor, una sola fundación o un solo gobierno. Es el resultado colectivo de un paradigma construido más sobre la esperanza que sobre la responsabilidad, más sobre la ideología de la acogida ilimitada que sobre la construcción de un verdadero camino de inserción.
Aquí es donde surge el paradigma que presentamos en este podcast: integración o ReInmigración. Una visión que rechaza los extremos y recupera el principio fundamental de la responsabilidad personal e institucional. La integración no es un proceso espontáneo ni un derecho automático; es un compromiso recíproco. Quien llega a un país tiene el deber de respetar sus normas, aprender su idioma, contribuir a la vida cívica y reconocer los valores sobre los que se construye esa comunidad política. El Estado, a su vez, tiene el deber de verificar que este proceso ocurra realmente y de intervenir cuando no sucede. No con medidas punitivas, sino con vías de retorno serias, ordenadas y dignas hacia el país de origen.
Este nuevo paradigma no nace contra nadie. Nace contra el fracaso de las ideas que nos han guiado hasta ahora. Nace contra la superficialidad con la que hemos abordado un fenómeno demasiado grande para manejarlo con reacciones emocionales o con eslóganes tranquilizadores. Nace contra la retirada institucional que permitió que el sistema migratorio derivara hacia la ineficacia y la tensión social. Y, sobre todo, nace para construir un nuevo equilibrio basado en una integración real y medible, no en declaraciones simbólicas.
El enfrentamiento entre Musk y Open Society nos deja, en el fondo, una lección sencilla. La cuestión no es elegir entre actores privados que discuten entre sí. La verdadera elección es si queremos seguir repitiendo los errores del pasado o construir un nuevo paradigma basado en la responsabilidad, en la capacidad del Estado para gobernar los flujos y en la necesidad de proteger la cohesión social y la seguridad pública. Este mensaje no está dirigido a un solo país; concierne a todo Occidente. Concierne a Europa, a los Estados Unidos y a cualquier nación que se enfrenta al mismo problema fundamental: cómo mantener una sociedad abierta sin sacrificar la estabilidad, la legalidad y la identidad democrática.
Aquí es donde debemos empezar. Con lucidez, con rigor y sin miedo a reconocer que una época ha terminado y que otra está comenzando. Soy el abogado Fabio Loscerbo y te invito a profundizar en estos temas en www.reimmigrazione.com. Nos escuchamos en el próximo episodio de “Integración o ReInmigración”.
Lo scontro Musk–Open Society e la fine del vecchio modello migratorio: perché serve un nuovo paradigma
In questi giorni abbiamo assistito all’ennesimo scontro mediatico che ruota attorno al tema dell’immigrazione. Questa volta i protagonisti sono Elon Musk e la Open Society Foundations, con dichiarazioni dure, reazioni immediate e una valanga di commenti che si sono accumulati sui social. Ma ciò che mi interessa davvero non è la polemica in sé. È ciò che questa polemica rivela, quasi involontariamente, sullo stato del dibattito pubblico e sulla necessità di abbandonare definitivamente i modelli che abbiamo ereditato dagli ultimi trent’anni.
Lo dico con chiarezza: non è utile trasformare il confronto tra un imprenditore globale e una fondazione internazionale in una battaglia tra tifoserie. Non è utile puntare il dito contro le fondazioni che hanno sostenuto un certo approccio alla migrazione. E non è utile nemmeno esaltare Musk come se rappresentasse da solo la risposta ai problemi che viviamo in Europa e nel resto dell’Occidente. Il vero punto è che il paradigma che ha guidato le politiche migratorie degli ultimi decenni ha mostrato il suo limite strutturale. È un modello basato sull’idea che la mobilità sia sempre positiva, che l’integrazione sia automatica e che la società possa assorbire un cambiamento culturale rapido senza un progetto, senza un metodo e soprattutto senza una verifica effettiva dei risultati.
E invece oggi ci troviamo di fronte a una realtà completamente diversa. Abbiamo quartieri in cui la distanza culturale è diventata una barriera evidente, sistemi scolastici che faticano a garantire un percorso uniforme, carceri sovraccariche dove in molte città d’Europa la presenza straniera supera la metà dei detenuti, procedure di rimpatrio che restano quasi del tutto inefficaci e un tessuto sociale che non è più in grado di sostenere modelli di integrazione spontanea. Tutto questo non è il risultato di un singolo attore, di una fondazione o di un governo. È il risultato collettivo di un paradigma che ha puntato più sulla speranza che sulla responsabilità, più sull’ideologia dell’accoglienza che sulla costruzione di un percorso reale di inserimento.
È qui che nasce il nuovo paradigma che stiamo raccontando in questo podcast: integrazione o ReImmigrazione. Una visione che rifiuta gli estremi e recupera il principio fondamentale della responsabilità personale e istituzionale. L’integrazione non è un processo spontaneo e nemmeno un diritto automatico: è un impegno reciproco. Chi arriva in un Paese ha il dovere di rispettarne le regole, impararne la lingua, contribuire alla vita comune, riconoscere i valori su cui si fonda quella comunità politica. Lo Stato, dal canto suo, ha il dovere di verificare questo percorso e di intervenire quando non avviene. Non con misure punitive, ma con percorsi seri, ordinati e dignitosi di rientro nel Paese d’origine.
Questo nuovo paradigma non nasce contro qualcuno. Nasce contro il fallimento delle idee che hanno retto finora. Nasce contro la superficialità con cui abbiamo affrontato un tema troppo grande per essere lasciato alle emozioni del momento o alle narrazioni consolatorie. Nasce contro la rinuncia a governare il fenomeno migratorio, rinuncia che ha provocato tensioni sociali che oggi nessuno può più ignorare. E nasce, soprattutto, per costruire un equilibrio nuovo, fondato sull’integrazione reale, misurabile, e non sull’integrazione proclamata.
Lo scontro tra Musk e Open Society, alla fine, ci consegna una lezione semplice. Non è questione di scegliere da che parte stare in una lite tra attori privati. La vera scelta è un’altra: continuare a ripetere gli errori del passato oppure costruire un paradigma nuovo, fondato sulla responsabilità individuale, sulla capacità dello Stato di governare i flussi e sulla necessità di mantenere coesione e sicurezza. Questo non è un messaggio rivolto a una sola nazione; è un messaggio che riguarda tutto l’Occidente. Riguarda l’Europa, riguarda gli Stati Uniti, riguarda ogni Paese che si confronta con lo stesso problema: come mantenere una società aperta senza sacrificare la stabilità, la legalità e l’identità democratica.
È da qui che dobbiamo ripartire. Con lucidità, con rigore e senza paura di dire che un’epoca è finita e che ne sta iniziando un’altra. Io sono l’avvocato Fabio Loscerbo, e ti invito ad approfondire questi temi su www.reimmigrazione.com. Ci sentiamo nel prossimo episodio di “Integrazione o ReImmigrazione”.
Der Konflikt zwischen Musk und Open Society und das Ende des alten Migrationsmodells: Warum ein neues Paradigma notwendig ist
In den letzten Tagen haben wir erneut eine große mediale Auseinandersetzung zum Thema Migration erlebt. Dieses Mal stehen Elon Musk und die Open Society Foundations im Mittelpunkt, mit scharfen Stellungnahmen, sofortigen Reaktionen und einer Flut von Kommentaren in den sozialen Medien. Doch der eigentliche Kern liegt nicht in der Polemik selbst. Viel interessanter ist, was dieser Konflikt – fast unbeabsichtigt – über den Zustand der öffentlichen Debatte offenbart und über die Notwendigkeit, die Modelle endgültig hinter uns zu lassen, die unsere Politik in den letzten drei Jahrzehnten geprägt haben.
Ich möchte es gleich zu Beginn deutlich sagen: Es bringt nichts, ein Wortgefecht zwischen einem globalen Unternehmer und einer internationalen Stiftung zu einem Kampf zwischen Lagerbildungen zu machen. Es ist ebenso sinnlos, die Stiftungen anzugreifen, die einen bestimmten migrationspolitischen Ansatz unterstützt haben. Und es bringt uns nicht weiter, Musk so darzustellen, als ob er allein die Antwort auf die Probleme wäre, die wir heute in Europa und im gesamten Westen beobachten. Das eigentliche Problem besteht darin, dass das Paradigma, das die Migrationspolitik der letzten Jahrzehnte geprägt hat, an seine strukturellen Grenzen gestoßen ist. Es ist ein Modell, das auf der Annahme beruht, Mobilität sei grundsätzlich positiv, Integration geschehe von selbst und die Gesellschaft könne einen schnellen kulturellen Wandel ohne Plan, ohne Methode und insbesondere ohne Überprüfung verkraften.
Die Realität sieht heute ganz anders aus. Wir sehen Stadtteile, in denen kulturelle Distanz zu einer klaren Barriere geworden ist. Wir erleben Schulsysteme, die Schwierigkeiten haben, einen einheitlichen Bildungsweg zu gewährleisten. In vielen europäischen Gefängnissen ist der Anteil ausländischer Insassen inzwischen so hoch, dass das System deutlich überlastet ist. Rückführungsverfahren sind weitgehend wirkungslos geblieben, und das soziale Gefüge kann spontane Integrationsmodelle nicht mehr tragen. Dies ist nicht die Verantwortung eines einzelnen Akteurs, einer einzigen Stiftung oder Regierung. Es ist das kollektive Ergebnis eines Paradigmas, das mehr auf Hoffnung als auf Verantwortung gesetzt hat – mehr auf die Ideologie grenzenloser Aufnahme als auf den Aufbau realistischer und überprüfbarer Integrationswege.
Genau hier setzt das Paradigma an, das wir in diesem Podcast vorstellen: Integration oder ReImmigration. Eine Vision, die Extreme ablehnt und das grundlegende Prinzip der persönlichen und institutionellen Verantwortung wiederherstellt. Integration ist weder ein automatisches Recht noch ein spontaner Prozess; sie ist eine gegenseitige Verpflichtung. Wer in ein Land kommt, hat die Pflicht, dessen Regeln zu respektieren, die Sprache zu erlernen, zum gesellschaftlichen Leben beizutragen und die Werte anzuerkennen, auf denen diese politische Gemeinschaft beruht. Der Staat wiederum hat die Pflicht zu prüfen, ob dieser Prozess tatsächlich stattfindet, und einzugreifen, wenn dies nicht der Fall ist. Nicht mit strafenden Maßnahmen, sondern mit ernsthaften, geordneten und würdevollen Rückkehrwegen in das Herkunftsland.
Dieses neue Paradigma richtet sich gegen niemanden persönlich. Es entsteht aus dem Scheitern der Ideen, die uns bisher geleitet haben. Es entsteht aus der Oberflächlichkeit, mit der wir ein Phänomen behandelt haben, das zu groß ist, um es mit emotionalen Reflexen oder beschwichtigenden Parolen zu steuern. Es entsteht aus dem institutionellen Rückzug, der das Migrationssystem in Ineffizienz und soziale Spannungen abgleiten ließ. Und vor allem entsteht es aus dem Bedürfnis, ein neues Gleichgewicht zu schaffen – eines, das auf realer, messbarer Integration beruht, nicht auf bloßen Absichtserklärungen.
Der Konflikt zwischen Musk und Open Society liefert uns letztlich eine klare Lektion. Die Frage ist nicht, auf welcher Seite zweier privater Akteure man steht. Die wahre Frage lautet, ob wir weiterhin die Fehler der Vergangenheit wiederholen wollen oder ob wir bereit sind, ein neues Paradigma zu entwickeln – eines, das auf Verantwortung beruht, auf der Fähigkeit des Staates, die Migrationsströme zu steuern, und auf der Notwendigkeit, sozialen Zusammenhalt und öffentliche Sicherheit zu schützen. Diese Frage betrifft nicht nur ein einziges Land; sie betrifft die gesamte westliche Welt. Sie betrifft Europa, die Vereinigten Staaten und jedes Land, das vor demselben grundlegenden Problem steht: Wie bewahrt man eine offene Gesellschaft, ohne Stabilität, Rechtsstaatlichkeit und demokratische Identität zu gefährden?
Genau hier müssen wir ansetzen. Mit Klarheit, mit Konsequenz und ohne Angst davor, auszusprechen, dass eine Epoche zu Ende geht und eine neue beginnt. Ich bin Rechtsanwalt Fabio Loscerbo und lade Sie ein, diese Themen auf www.reimmigrazione.com zu vertiefen. Wir hören uns in der nächsten Folge von „Integration oder ReImmigration“.
La sentenza R.G. 613/2025 del Tribunale di Bologna offre uno spunto di analisi particolarmente utile per comprendere come la protezione complementare, nella sua configurazione attuale, rappresenti il laboratorio più efficace per misurare la tenuta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” (la sentenza è anche consultabile al link https://www.calameo.com/read/0080797755af03a685536 )
Il caso esaminato nasce da un rigetto del permesso di soggiorno fondato sul parere sfavorevole della Commissione territoriale, che aveva ritenuto non sufficientemente provato l’inserimento dello straniero nella società italiana.
Il Tribunale, però, ricostruendo con rigore il percorso personale e familiare dell’interessato, evidenzia come la protezione complementare sia lo strumento attraverso cui l’ordinamento riesce a distinguere in modo netto tra chi si sta radicando responsabilmente nel Paese e chi, invece, non intraprende alcun cammino di integrazione.
Il cuore della pronuncia sta proprio nella lettura dell’art. 19, comma 1.1, del Testo Unico Immigrazione.
Il giudice ricorda che la tutela non dipende da automatismi né da appartenenze generiche, ma dalla verifica concreta del rischio che l’allontanamento provochi una violazione del diritto alla vita privata e familiare. Questo diritto, come chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione n. 24413/2021, comprende l’intera rete di relazioni costruite sul territorio: lavoro, rapporti sociali, legami familiari, stabilità abitativa.
Non si richiede un’integrazione “perfetta” o astrattamente modellata, ma un percorso reale, misurabile, costante. Conta la direzione del cammino, non la sua perfezione. E questo è esattamente il presupposto del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: rimanere in Italia richiede uno sforzo verificabile, mentre la mancata volontà di integrarsi conduce, in modo fisiologico, al rientro.
La decisione del Tribunale ribalta infatti l’impostazione che aveva portato al diniego amministrativo. Nonostante le perplessità espresse in fase amministrativa, la documentazione prodotta dimostra che lo straniero lavora nel settore edile, è titolare di un contratto, vive in un appartamento con la moglie e i figli, paga l’affitto, ha inserito i bambini nel sistema scolastico, non ha precedenti penali e, complessivamente, ha radicato la propria vita in Italia.
Questo intreccio di elementi non è marginale né meramente formale: definisce la sua identità sociale. Il Tribunale sottolinea come un nuovo sradicamento produrrebbe una compromissione grave dei suoi diritti fondamentali, anche perché il legame con il Paese d’origine risulta ormai attenuato, mentre la sua quotidianità – affetti, lavoro, educazione dei figli – si svolge interamente in Italia.
È interessante osservare come nella motivazione emerga con chiarezza un principio ormai consolidato dalla Cassazione: l’integrazione non richiede risultati eccezionali, ma “ogni apprezzabile sforzo” volto a inserirsi nel contesto sociale e lavorativo. È un criterio equilibrato, che respinge sia le richieste irrealistiche sia il permissivismo del passato.
È un criterio che coincide esattamente con il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, perché orienta la decisione verso una valutazione concreta e non ideologica: chi contribuisce, rimane; chi non costruisce nulla, torna nel proprio Paese.
La protezione complementare, così interpretata, diventa quindi uno strumento che non premia l’inattività, ma riconosce i percorsi autentici.
La sentenza dimostra anche un altro aspetto fondamentale: l’approccio integrativo non tutela solo lo straniero ma anche l’interesse dello Stato.
Riconoscere la protezione complementare a chi dimostra stabilità lavorativa, partecipazione sociale e radicamento familiare significa proteggere un investimento sociale già in corso, evitando di spezzare percorsi positivi che portano benefici al territorio.
Al contrario, negare la protezione in assenza di integrazione è perfettamente coerente con il principio di responsabilità: il sistema non può farsi carico all’infinito di situazioni prive di qualunque segno di partecipazione attiva.
Questa decisione permette quindi di cogliere un passaggio decisivo: la protezione complementare non è più – e non deve più essere percepita – come una valvola di sfogo o un’alternativa assistenziale. È, invece, una forma di tutela che valorizza la volontà di radicarsi, mettendo in relazione l’interesse individuale alla protezione con l’interesse collettivo alla coesione sociale. Proprio per questo motivo, rappresenta il contesto ideale per dare concretezza al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Da una parte, protegge chi ha costruito una vita in Italia e la cui identità personale è ormai legata al Paese; dall’altra, non crea alcun diritto automatico per chi non manifesta alcun impegno.
È un modello che favorisce l’integrazione responsabile, scoraggia l’immobilismo e offre una base giuridica chiara per orientare le politiche migratorie verso un equilibrio tra umanità e rigore.
La sentenza del Tribunale di Bologna conferma, in definitiva, che la protezione complementare, quando applicata correttamente, è già oggi il meccanismo più avanzato attraverso cui il diritto dell’immigrazione riesce a selezionare e valorizzare i percorsi di integrazione autentica.
Un laboratorio perfetto per tradurre il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” in una pratica coerente, trasparente e rispettosa tanto della persona quanto dell’ordinamento.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
In Italia continua a ripetersi la stessa dinamica: ogni volta che si tenta di discutere seriamente del rapporto tra immigrazione e sicurezza, il dibattito viene deviato dal piano dei fatti a quello delle intenzioni morali.
Non importa quali dati si portino, quali criticità emergano nei territori, quali effetti concreti abbiano i flussi migratori sulle comunità locali. Importa solo chi osa porre la questione.
È il modo più rapido per neutralizzare un confronto scomodo: trasformare il tema sicurezza in un sospetto etico.
Questa distorsione non è teorica. Negli ultimi mesi una serie di dichiarazioni pubbliche lo ha reso evidente.
In un’intervista pubblicata daLeft il 10 ottobre 2025 (link: https://left.it/2025/10/10/antonella-bundu-la-sicurezza-non-si-costruisce-con-le-telecamere-ma-con-il-welfare/), viene sostenuta una posizione che ricorre spesso nel discorso pubblico: l’idea che la sicurezza non debba essere affrontata attraverso strumenti di controllo, ma esclusivamente tramite politiche di welfare. È un’impostazione che tende a trasformare qualsiasi riferimento ai temi dell’ordine pubblico in un potenziale segnale di ostilità verso gli immigrati, come se prendere atto delle criticità fosse di per sé una forma di discriminazione.
Una cornice culturale affine emerge anche da un intervento televisivo trasmesso da La7 il 15 ottobre 2025 (link: https://www.la7.it/laria-che-tira/video/toscana-rossa-parla-antonella-bundu-smantellare-la-bianchezza-vuol-dire-decostruire-il-razzismo-non-15-10-2025-615701), in cui si ricorre a categorie identitarie come la “bianchezza” per interpretare i rapporti sociali contemporanei. Anche in questo caso, ciò che conta non è la persona che parla, ma la struttura del discorso: un linguaggio fortemente simbolico che tende a relegare la sicurezza a un problema narrativo, più che a un ambito di policy da affrontare con strumenti concreti.
Il risultato è sempre lo stesso: la sicurezza diventa un tabù. Qualsiasi osservazione sulle criticità viene percepita come un cedimento alla retorica dell’allarme, e ogni tentativo di distinguere tra integrazione riuscita e integrazione fallita viene immediatamente spostato sul piano morale.
È una paralisi culturale che impedisce di vedere ciò che accade realmente nei territori. Se un quartiere vive un aumento della microcriminalità, descriverlo come un problema non è razzismo: è responsabilità. Se alcuni percorsi migratori non funzionano perché manca l’integrazione, dirlo non è ostilità: è la premessa necessaria per intervenire.
L’Italia paga ogni giorno il prezzo di questa rimozione. Tutto ciò che ha a che fare con il controllo, la valutazione, il rispetto delle regole e la gestione operativa dei flussi viene percepito come “tema di destra”, mentre tutto ciò che richiama inclusione e welfare viene presentato come automaticamente progressista. È una divisione artificiale che produce politiche deboli e incapaci di rispondere alla complessità del fenomeno migratorio.
È esattamente in questo contesto che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” assume un significato politico e culturale concreto.
Questo modello non si fonda sulla contrapposizione identitaria, ma su un principio elementare: chi entra in Italia deve intraprendere un percorso di integrazione verificabile, fondato su lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle norme. Quando questo percorso funziona, la permanenza è naturale; quando fallisce, non può trasformarsi in un diritto automatico. È un principio di coerenza istituzionale, non un riflesso ideologico.
A differenza delle letture simboliche o moralistiche, “Integrazione o ReImmigrazione” propone un impianto di governo basato sulla misurazione, sulla responsabilità individuale e sulla trasparenza delle decisioni.
Restituisce allo Stato la capacità di distinguere, di premiare i percorsi virtuosi e di intervenire quando il patto sociale viene disatteso. Ed è proprio questa capacità che spesso manca quando il dibattito viene schiacciato sulla categoria del razzismo, trasformando l’analisi dei problemi in un terreno proibito.
Citare le posizioni presenti nello spazio pubblico non significa alimentare conflitti personali. Significa riconoscere quali cornici culturali stanno limitando la possibilità stessa di affrontare il tema sicurezza in modo adulto. E senza un confronto adulto non esiste una politica migratoria credibile.
L’Italia non può continuare a muoversi tra rimozioni e slogan. Ha bisogno di recuperare il coraggio della realtà: analizzare i dati, osservare i territori, distinguere tra integrazione e non integrazione. Solo così potrà costruire un modello solido, equilibrato, capace di garantire diritti ma anche doveri.
Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista (ID EU Transparency Register: 280782895721-36)
Lo scambio polemico tra Elon Musk e la Open Society Foundations ha attirato l’attenzione dei media internazionali perché mette in scena un conflitto simbolico tra due visioni opposte della società. Ma per comprenderne il significato più profondo occorre abbandonare da subito la tentazione di personalizzare il dibattito. Non ha alcun senso trasformare il confronto tra un imprenditore globale e una fondazione filantropica in una battaglia “pro o contro Soros”, come se il futuro delle politiche migratorie si decidesse sulle simpatie individuali.
La vera domanda non è chi abbia ragione nello scontro fra Musk e Open Society, bensì se il modello migratorio occidentale che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni sia ancora in grado di sostenere la realtà che stiamo vivendo.
Ed è proprio qui che si vede la vera frattura. Per decenni l’Occidente ha adottato una visione della migrazione fondata sull’idea che la mobilità fosse un’opportunità intrinseca, che l’integrazione sarebbe avvenuta in modo spontaneo e che la diversità culturale non comportasse necessariamente un prezzo sociale da gestire.
In molte società europee si è dato per scontato che bastasse riconoscere diritti formali perché si generassero automaticamente appartenenza, coesione e rispetto reciproco. Questo approccio non è nato per caso: è stato il risultato di scelte politiche, pressioni culturali, ricerca accademica e anche dell’attività delle grandi fondazioni internazionali che, nel loro orizzonte valoriale, hanno sempre privilegiato l’apertura dei confini e la diffusione di una cittadinanza più ampia e meno regolata.
Il punto, però, non è attribuire colpe a chi quel modello l’ha sostenuto. Il punto è verificare se abbia funzionato. E la realtà è che oggi, alla prova dei fatti, emergono limiti evidenti. Basta osservare il sovraffollamento delle carceri europee, dove in molti Paesi la presenza di detenuti stranieri supera spesso la metà della popolazione; le tensioni nelle periferie francesi, dove intere generazioni non si riconoscono più nei valori della Repubblica; la difficoltà cronica nel garantire rimpatri effettivi anche in presenza di provvedimenti giudiziari; le fratture linguistiche e culturali nel sistema educativo; la fatica dei servizi sociali nel rispondere a bisogni sempre più complessi. Non sono allarmi ideologici: sono indicatori concreti di un modello che fatica a garantire integrazione, sicurezza e coesione.
È in questo contesto che lo scontro tra Musk e Open Society diventa rilevante. Non perché Musk sia l’interprete della verità e le fondazioni no, ma perché illumina una questione essenziale: chi decide davvero le politiche migratorie?E con quale legittimazione democratica? L’immigrazione riguarda la sicurezza, la sostenibilità economica, la stabilità culturale e persino la fiducia collettiva nello Stato. Per questo non può essere delegata né a attori privati globali, né a singoli miliardari, né alle piattaforme digitali. Deve necessariamente rientrare nel perimetro della decisione pubblica, che significa responsabilità dello Stato e controllo democratico dei cittadini.
Ma per rientrare nella sfera pubblica occorre prima riconoscere che il modello precedente non funziona più. E, soprattutto, serve una vera alternativa. Non una stretta securitaria di corto respiro, né un ritorno al multiculturalismo passivo che ha già mostrato tutti i suoi limiti. Serve un paradigma nuovo, capace di tenere insieme valori, responsabilità e realismo.
“Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa esigenza. Non parte da un pregiudizio ideologico, ma da un’idea elementare: l’integrazione non è un processo spontaneo e nemmeno un diritto automatico; è un percorso che richiede impegno personale, adesione leale alle regole dello Stato ospitante, conoscenza della lingua, inserimento lavorativo e rispetto delle istituzioni.
Lo Stato, a sua volta, non può limitarsi a proclamare principi generici: deve verificare che questo percorso avvenga realmente, con strumenti chiari e criteri uniformi. E quando l’integrazione non si realizza, non per colpa ma per incapacità o rifiuto, allora deve intervenire accompagnando la persona verso il rientro nel Paese d’origine. Non come punizione, ma come conseguenza naturale di un modello fondato sulla responsabilità reciproca.
La lezione che possiamo trarre dallo scontro tra Musk e Open Society è che il tempo delle contrapposizioni ideologiche sta finendo.
Il vero terreno su cui si gioca il futuro dell’immigrazione in Europa è la capacità di costruire un modello credibile, sostenibile e rispettoso sia dei diritti sia dei doveri. Un modello che non si affida più alle illusioni del passato, ma alla concretezza del presente. Un modello che non cerca colpevoli, ma soluzioni. Un modello che rimette la coesione sociale al centro del patto democratico.
Oggi abbiamo l’occasione di ripensare l’intero sistema. E questa occasione non può essere sprecata. Il paradigma è pronto: integrazione obbligatoria e verificabile, oppure ReImmigrazione.
Il resto è rumore di fondo.
Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)