Mese: settembre 2025

  • La conversione del permesso da minore età a lavoro: un esempio di “integrazione o ReImmigrazione” già nel nostro ordinamento

    Quando si parla di ReImmigrazione, qualcuno potrebbe pensare a un concetto nuovo o ancora tutto da inventare.

    In realtà, il nostro ordinamento già conosce una forma concreta di questo paradigma: la conversione del permesso di soggiorno rilasciato ai minori stranieri in un permesso per lavoro al compimento della maggiore età.

    La disciplina, infatti, prevede che il giovane non possa semplicemente trasformare automaticamente il proprio titolo di soggiorno.

    Per ottenere la conversione, è necessario un parere favorevole del Comitato per i minori stranieri presso il Ministero del Lavoro. Questo parere non si limita a un controllo burocratico, ma ha al centro una valutazione sostanziale: viene esaminato il percorso di integrazione del ragazzo in Italia.

    Scuola, formazione, eventuali esperienze lavorative, rispetto delle regole: tutti questi elementi servono a capire se il giovane abbia realmente costruito un percorso di vita nel nostro Paese.

    In caso positivo, la conversione è concessa e il ragazzo può continuare a vivere in Italia da adulto, entrando regolarmente nel mondo del lavoro.

    In caso contrario, il permesso non viene convertito e la conseguenza naturale è il rientro nel Paese di origine.

    Questa procedura dimostra come il principio “integrazione o ReImmigrazione” non sia un’invenzione ideologica, ma un meccanismo già previsto dalla legge.

    L’ordinamento riconosce il diritto a rimanere non come fatto automatico, ma come risultato di un’integrazione effettiva.

    È una regola che tutela la società, responsabilizza i giovani migranti e stabilisce un equilibrio tra accoglienza e necessità di coesione.

    Il futuro delle politiche migratorie potrebbe partire proprio da qui: estendere un modello già esistente, basato sull’integrazione concreta come condizione per restare, e sulla ReImmigrazione come esito naturale quando quell’integrazione manca.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Remigrazione: tra slogan ideologici e la necessità di un nuovo paradigma (Integrazione o ReImmigrazione)

    Negli ultimi mesi, soprattutto a partire da settembre 2025, la parola “remigrazione” è entrata con forza nel dibattito pubblico, diventando virale su X (ex Twitter) e comparendo in striscioni affissi in molte città italiane.

    A livello comunicativo, è un termine che colpisce: evoca l’idea di un ritorno immediato dei migranti nei Paesi d’origine, viene presentato come soluzione semplice a problemi complessi e si carica di un forte valore identitario.

    Ma proprio la sua forza retorica rivela anche il suo limite. La “remigrazione” così come viene proposta in rete e nei manifesti non trova alcun riscontro nel diritto positivo né nelle dinamiche reali dei flussi migratori.

    Non esiste in Italia, né in Europa, un istituto che consenta un rimpatrio collettivo su base etnica o culturale: si tratterebbe di misure incompatibili con la Costituzione, con le Convenzioni internazionali e con i principi fondamentali dell’Unione Europea. Espulsioni, respingimenti e rimpatri volontari assistiti sono gli strumenti concreti a disposizione, e si applicano caso per caso, non in maniera indiscriminata.

    Di fronte a questa distanza tra slogan e realtà, rischiamo di alimentare un dibattito sterile, che produce consenso immediato ma non soluzioni.

    È qui che diventa necessario un cambio di paradigma. Il modello che propongo, “Integrazione o ReImmigrazione”, nasce proprio dall’esigenza di dare una cornice giuridica e politica praticabile a quella che altrimenti resta una parola vuota.

    “Integrazione” significa riconoscere che chi arriva in Italia deve rispettare un patto chiaro con la società che lo accoglie. Non basta vivere sul territorio: occorre inserirsi nel tessuto sociale, imparare la lingua, lavorare regolarmente, rispettare le regole comuni. Sono tre pilastri semplici e concreti – lavoro, lingua, legalità – che definiscono l’appartenenza e la possibilità di costruire un futuro stabile.

    “ReImmigrazione” diventa, allora, non un sinonimo di deportazione, ma la conseguenza per chi rifiuta quel patto o lo viola gravemente. Chi non lavora e non cerca di integrarsi, chi non rispetta la legge, chi rifiuta di imparare la lingua del Paese ospitante non può pretendere di godere indefinitamente degli stessi diritti di chi invece si impegna. Il ritorno nel Paese d’origine non è una misura punitiva ideologica, ma il naturale risultato del mancato rispetto di un dovere reciproco.

    Un laboratorio di questo paradigma esiste già e lo troviamo nella protezione complementare. Questa forma di tutela riconosce che l’integrazione sociale, lavorativa e relazionale raggiunta dal richiedente in Italia rende sproporzionato e lesivo un rimpatrio forzato. Non si guarda soltanto al rischio oggettivo nel Paese d’origine, ma soprattutto al radicamento concreto della persona nel tessuto sociale italiano. In altre parole, il legislatore ha già aperto una strada: se sei integrato, hai diritto a restare; se non lo sei, viene meno la ragione della protezione.

    Questo approccio consente di superare due rischi opposti: da un lato l’illusione che basti uno slogan come “remigrazione” per affrontare un fenomeno globale e complesso; dall’altro l’idea che l’accoglienza possa essere illimitata e indipendente dai comportamenti individuali.

    La proposta “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca in uno spazio costituzionalmente compatibile, perché fonda diritti e doveri su basi chiare e verificabili, e nello stesso tempo offre un terreno politico su cui maggioranza e opposizione potrebbero misurarsi senza ricadere nelle contrapposizioni ideologiche.

    Per arrivarci, però, serve un tavolo di confronto che vada oltre le tifoserie. Non bastano i thread su X o le dichiarazioni da comizio: serve un lavoro serio tra giuristi, istituzioni, forze politiche e società civile, capace di distinguere ciò che è realizzabile da ciò che resta solo propaganda.

    Il fenomeno migratorio, con la sua dimensione economica, sociale e culturale, merita un approccio responsabile, che tenga insieme sicurezza e diritti, identità nazionale e coesione sociale.

    Solo così si può passare dal rumore degli slogan a un progetto politico credibile, capace di dare risposte concrete a cittadini e migranti.

    La sfida non è scegliere tra accoglienza incondizionata e espulsioni di massa, ma costruire un modello che premi chi si integra e stabilisca un percorso chiaro di rientro per chi invece rifiuta di farlo.

    È questa la vera differenza tra la “remigrazione” gridata sui social e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: da un lato un simbolo identitario senza basi giuridiche, dall’altro un criterio operativo già sperimentato nella protezione complementare, che può trasformarsi in politica pubblica.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Remigrazione vs. ReImmigrazione: La Differenza che l’Europa Deve Capire

    Chi oggi propone la remigrazione lo fa con l’intento dichiarato di proteggere le nostre società da tensioni che sembrano ormai croniche.

    È un tema che merita rispetto, perché nasce da paure reali e da un bisogno di sicurezza e coesione che non può essere liquidato come ideologico.

    Tuttavia, proprio per la sua carica emotiva e per il suo carattere di parola d’ordine, la remigrazione rischia di diventare un atto isolato, uno slogan più che una strategia.

    Rimandare indietro chi non si integra può sembrare una scorciatoia, ma senza un impianto giuridico condiviso e senza strumenti concreti finisce per produrre nuove fratture invece che sanarle.

    Per questo credo che serva fare un passo in avanti. Il paradigma che chiamo “Integrazione o ReImmigrazione” non vuole sostituirsi alla remigrazione come concetto, né negarne le ragioni profonde. Vuole piuttosto tradurre quella preoccupazione in una cornice giuridica chiara e sostenibile, che tenga insieme il principio di coesione sociale con la tutela dei diritti fondamentali.

    Non si tratta di deportazioni di massa, ma di un percorso regolato, trasparente, nel quale l’integrazione diventa un vero e proprio obbligo. Lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole non sono solo auspicabili, ma diventano criteri verificabili e vincolanti. Chi si impegna a rispettarli trova nello Stato un alleato; chi rifiuta, dopo un percorso equo e garantito, affronta la reimmigrazione come ritorno assistito, non come punizione.

    Un simile paradigma offre anche garanzie giuridiche. Penso, ad esempio, al deposito del passaporto in Questura come strumento che assicura certezza e responsabilità reciproca, senza criminalizzare nessuno. Penso al ruolo decisivo dei giudici e degli avvocati, chiamati a valutare non in base a simpatie politiche ma a regole condivise. Penso agli accordi bilaterali che possono trasformare il ritorno in un processo ordinato, dignitoso e sostenibile. È un modello che, invece di generare conflitto, può aprire spazi di dialogo, perché non si limita a dire “fuori chi non ci piace”, ma stabilisce regole chiare per tutti.

    In Europa il dibattito su questi temi è polarizzato: da un lato chi invoca rimpatri di massa, dall’altro chi difende uno status quo che spesso riduce l’immigrazione a questione puramente economica. Io credo che la verità stia nel mezzo. L’Europa ha bisogno di migranti che scelgano di integrarsi, che contribuiscano davvero alla vita collettiva, e al tempo stesso ha bisogno di strumenti legali per accompagnare chi non riesce o non vuole a rientrare nel proprio Paese. È questo l’equilibrio che la ReImmigrazione cerca di costruire.

    Non propongo dunque uno scontro tra visioni opposte, ma un tavolo comune di lavoro.

    Possiamo discutere insieme – politici, giuristi, società civile – se la remigrazione, intesa come atto di forza, sia sufficiente o se invece serva un paradigma più completo, capace di trasformare l’integrazione da auspicio a obbligo.

    L’importante è non fermarsi allo slogan, ma dare alle nostre società europee strumenti concreti per restare coese, libere e sicure.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

  • Passaporto in Questura: la garanzia del nuovo paradigma integrazione o reimmigrazione

    Sottotitolo
    Dal fallimento del modello economicista alla nuova regola del passaporto trattenuto: così l’Italia sperimenta un sistema che lega la permanenza degli stranieri al successo del percorso di integrazione.


    Il Decreto Flussi 2026-2028 ha messo in evidenza tutti i limiti di una politica migratoria basata solo sui numeri: quasi mezzo milione di ingressi autorizzati, ma appena il 12% degli stranieri che riesce a trovare un lavoro.

    È l’ennesima conferma del fallimento del modello economicista, che riduce l’immigrazione a una variabile di PIL e fabbisogno demografico.

    In questo scenario prende forma una novità dirompente: la consegna del passaporto in Questura da parte di chi presenta domanda di protezione complementare.

    Non si tratta di un dettaglio burocratico, ma di una misura di garanzia che cambia radicalmente la prospettiva.

    Il meccanismo è semplice: finché lo straniero costruisce un percorso di integrazione – lingua, lavoro, rispetto delle regole – la sua permanenza viene tutelata. Se invece l’integrazione fallisce, la Questura dispone già dello strumento operativo per il rimpatrio immediato.

    Una scelta che trasforma il permesso da diritto astratto a patto concreto di responsabilità reciproca.
    È qui che si delinea il nuovo paradigma: integrazione o reimmigrazione.

    Non più l’illusione che basti importare manodopera per sostenere il sistema economico, ma la consapevolezza che la tenuta sociale del Paese dipende dalla capacità di integrare chi resta e dal rimpatrio effettivo di chi non si integra.

    Il passaporto trattenuto diventa così il simbolo di una politica migratoria diversa: meno fondata sui numeri e più ancorata a regole chiare, verificabili e costituzionalmente compatibili.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

  • Why Immigration Feels Like a Crisis: The Missing Key Is Integration

    In the United States, immigration is often described as a constant crisis. Many Americans ask: why does immigration always feel like an emergency? The answer is simple—because too many immigrants do not integrate.

    When newcomers do not work, do not learn the language, and do not respect the law, they remain outsiders. This creates insecurity in communities, fuels resentment among citizens, and turns immigration into a permanent political battlefield. The problem is not only how many people arrive, but also what happens after they arrive.

    Italy has developed a unique legal tool called complementary protection. It was created to recognize that integration itself generates rights. If a person works, speaks the language, and respects the rules, they are not a burden but a contributor. For such people, deportation would not only be unfair—it would weaken society. But for those who refuse to integrate, the answer is clear: return.

    This is the new paradigm I propose: integration or reimmigration. Immigration policy should no longer be reduced to “open borders” or “closed borders,” but should be based on measurable standards. Work, language, and lawfulness are the three pillars. If you meet them, you earn the right to stay. If you reject them, you must go back.

    And so the inevitable question is: could this paradigm also work in the United States?


    Fabio Loscerbo
    Lobbyist registered in the EU Transparency Register
    ID 280782895721-36

  • La protezione complementare come laboratorio del nuovo paradigma migratorio

    La protezione complementare, spesso liquidata come strumento “residuale”, oggi rivela un potenziale diverso: può diventare il laboratorio concreto del nuovo paradigma migratorio.

    Non è più soltanto il rimedio che interviene quando mancano i presupposti dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria; è lo spazio in cui il diritto riconosce valore alla vita reale costruita qui: relazioni, lavoro, lingua, appartenenza.

    Il baricentro si sposta dalla domanda “cosa ti accadrebbe se tornassi?” a “cosa stai perdendo se ti sradico adesso?”.

    È un passaggio silenzioso ma decisivo: dalla protezione dalla persecuzione alla protezione dello radicamento.

    Dentro questo cambio di prospettiva, tre pilastri diventano misurabili e quindi azionabili: lavoro come autonomia e partecipazione, lingua come capacità di relazione e responsabilità, legalità come patto sociale rispettato.

    Quando questi elementi sono presenti, la permanenza non è più una concessione politica ma l’esito di un percorso verificabile.

    E il bilanciamento con l’ordine pubblico non è un pretesto: è il filtro che rende credibile il modello, perché consente di distinguere nettamente tra chi contribuisce e chi no.

    In questa chiave, la protezione complementare funziona già oggi come un “prototipo” europeo: definisce criteri chiari, sposta il focus sulla vita effettiva in Italia, traduce l’integrazione da slogan in parametro giuridico.

    È qui che l’idea “integrazione o reimmigrazione” smette di essere solo formula e diventa metodo: tutelare i diritti fondamentali di chi è radicato, e al tempo stesso pretendere coerenza a chi rifiuta le regole del patto.

    Meno conflitto ideologico, più governance: la protezione complementare può essere l’officina in cui questo nuovo equilibrio prende forma, rendendo la politica migratoria uno strumento stabile di regolazione sociale e non un’emergenza permanente.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID 280782895721-36

  • Unite the Kingdom: il grido di Londra che invoca un nuovo paradigma

    Il 13 settembre 2025 il Regno Unito ha assistito a una delle più grandi manifestazioni di estrema destra degli ultimi decenni. A Londra, sotto la guida di Tommy Robinson, oltre centomila persone hanno preso parte alla marcia denominata “Unite the Kingdom”, che ha avuto un carattere fortemente anti-immigrazione e nazionalista.

    La protesta, accompagnata da simbologia patriottica e da slogan xenofobi, è sfociata in scontri violenti con le forze dell’ordine, che hanno riportato decine di feriti e proceduto a numerosi arresti.

    Parallelamente, un contro-corteo promosso da organizzazioni antifasciste come Stand Up to Racism ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini, confermando la polarizzazione profonda della società britannica.

    Il dato rilevante non è soltanto numerico, ma politico e culturale. Una mobilitazione di tale portata riflette un malessere che va oltre i confini della marginalità, rivelando come le tematiche legate all’immigrazione e alla sicurezza siano capaci di catalizzare consensi trasversali.

    L’adesione di figure pubbliche e la risonanza mediatica hanno trasformato la piazza in un laboratorio di egemonia culturale, con l’obiettivo di spostare il baricentro del dibattito nazionale.

    In questo quadro, il confronto europeo e internazionale non può ignorare le implicazioni di lungo periodo.

    Se l’estrema destra britannica punta a imporre una narrazione esclusivamente securitaria, la sfida per le democrazie liberali è mantenere un equilibrio tra garanzie fondamentali e gestione dei flussi migratori.

    È qui che si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: un modello che non nega la necessità di regole e responsabilità, ma che supera l’alternativa semplicistica tra accoglienza incondizionata e chiusura totale.

    Il caso britannico dimostra come l’assenza di un paradigma chiaro lasci spazio alla radicalizzazione.

    Quando l’integrazione viene percepita come fallita, il rischio è che la richiesta di ordine si traduca in piattaforme di esclusione e conflitto. Al contrario, un approccio che vincoli il diritto a rimanere a un dovere di integrazione — lavoro, lingua, rispetto delle regole — può fornire una risposta credibile tanto alle esigenze di sicurezza quanto alla coesione sociale.

    La manifestazione di Londra rappresenta dunque un campanello d’allarme per l’Europa intera: se le politiche migratorie non sapranno produrre integrazione reale, il discorso pubblico sarà inevitabilmente egemonizzato da forze che individuano nell’espulsione e nel rifiuto l’unica soluzione.

    È in questa tensione che la proposta “Integrazione o ReImmigrazione” acquista rilevanza non solo in Italia, ma come chiave di lettura transnazionale, capace di prevenire la deriva verso lo scontro permanente tra comunità.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Trump e la riscrittura del diritto d’asilo all’ONU

    L’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di proporre alle Nazioni Unite una revisione restrittiva del diritto d’asilo: una svolta che potrebbe ridimensionare decenni di evoluzione interpretativa della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo del 1967.

    L’orientamento trapelato punta a ricondurre l’asilo alla sola persecuzione individuale, tagliando fuori gran parte delle situazioni oggi considerate rilevanti (conflitti diffusi, collassi istituzionali, disastri ambientali).

    Le conseguenze sarebbero profonde: milioni di persone potrebbero non trovare più tutela internazionale, mentre il segnale politico alimenterebbe un approccio securitario che trasforma l’asilo da diritto universale a eccezione marginale.

    In Europa, il confronto resta aperto sul nuovo Patto migrazione-asilo e sull’equilibrio fra garanzie e gestione dei flussi; in Italia, la discussione chiama in causa la responsabilità concreta dell’integrazione.

    Qui si innesta il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: restare non è un automatismo, ma la risultante di un dovere positivo di integrazione — lavoro, lingua, rispetto delle regole — e, in difetto, del rientro assistito e dignitoso.

    La possibile riforma statunitense, pur discutibile nella sua durezza, costringe a chiarire confini e finalità della protezione: distinguere la persecuzione che necessita asilo da altre mobilità che richiedono strumenti diversi (corridoi umanitari, visti di lavoro, cooperazione allo sviluppo), collocando l’integrazione al centro delle politiche interne.

    La domanda, allora, è se “Integrazione o ReImmigrazione” possa entrare nel dibattito americano come griglia di responsabilità reciproca — Stato e persona — capace di coniugare accoglienza, ordine pubblico e sostenibilità sociale, proprio mentre Washington valuta di riscrivere l’architettura globale dell’asilo.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Decreto Flussi 2025: le novità del 4 settembre e il grande assente, l’integrazione

    Le novità introdotte

    Il Consiglio dei Ministri del 4 settembre 2025 ha approvato nuove disposizioni in materia di ingresso regolare dei lavoratori stranieri.
    Tra i punti principali:

    • Nulla osta: il termine decorre non più dalla presentazione della domanda, ma dal momento dell’imputazione in quota, per accelerare le procedure.
    • Precompilazione a regime: diventa definitiva la precompilazione digitale delle richieste di nulla osta, con limite massimo di tre domande per datore, esteso anche al lavoro stagionale.
    • Controlli più ampi: le verifiche sulla veridicità delle dichiarazioni dei datori si estendono a nuove tipologie di ingressi (ricerca, volontariato, altamente qualificati).
    • Permanenza legittima: viene chiarito che lo straniero ha diritto a soggiornare e lavorare non solo in attesa del rilascio o rinnovo, ma anche durante la conversione del permesso.
    • Tutela delle vittime di sfruttamento: il permesso di soggiorno per le vittime di caporalato e sfruttamento passa da 6 a 12 mesi, con pari durata per i permessi per protezione sociale. Previsto anche l’accesso all’Assegno di inclusione.
    • Assistenza familiare fuori quota: l’ingresso per l’assistenza a disabili e grandi anziani viene stabilmente escluso dalle quote. Per i primi 12 mesi l’attività lavorativa resta vincolata e il cambio datore necessita di autorizzazione dell’ITL.
    • Ricongiungimenti familiari: il termine per il rilascio del nulla osta sale da 90 a 150 giorni, in linea con la normativa UE.

    Un pacchetto che modernizza le procedure, rafforza i controlli e amplia alcune tutele. Ma manca un tassello decisivo.

    L’integrazione dimenticata

    Nessuna delle misure approvate parla di integrazione.
    Non vi è traccia di percorsi di formazione linguistica, programmi di inserimento sociale, sostegno all’abitare, strumenti di coesione con i territori.

    Il Decreto Flussi continua a trattare l’immigrazione come questione di quote e procedure, dimenticando che l’integrazione è condizione essenziale per rimanere in Italia.
    Chi non si integra non può costruire un futuro stabile nel nostro Paese.

    La lezione della giurisprudenza

    Proprio in questi giorni, il Tribunale di Bologna ha ribadito questo principio.
    Con la sentenza del 29 agosto 2025 (R.G. 11352/2023), è stata riconosciuta la protezione speciale a una cittadina straniera stabilmente presente in Italia.

    I giudici hanno valorizzato:

    • un contratto di lavoro regolare,
    • l’autonomia economica,
    • la conoscenza della lingua italiana,
    • e le relazioni sociali e affettive consolidate.

    Il Collegio ha ritenuto che l’allontanamento avrebbe determinato una lesione della vita privata tutelata dall’art. 8 CEDU e dall’art. 19 TUI

    In altre parole, ciò che il decreto ignora, la giurisprudenza riconosce: l’integrazione è la base giuridica e sociale che giustifica la permanenza in Italia.

    Conclusione: il laboratorio della protezione complementare

    Il Decreto Flussi 2025 introduce miglioramenti procedurali e amplia le quote, ma non offre alcuna visione sull’integrazione.
    La giurisprudenza, invece, afferma chiaramente che integrazione significa diritto a rimanere.

    Per questo motivo sostengo che la protezione complementare possa diventare il laboratorio dove dare attuazione al nuovo paradigma:

    • premiare chi lavora, studia la lingua e rispetta le regole;
    • garantire stabilità a chi si integra;
    • orientare la politica migratoria italiana non solo sul numero di ingressi, ma sulla qualità dell’inserimento sociale.

    Integrazione o Reimmigrazione: questa è la scelta che l’Italia deve compiere, e la protezione complementare può esserne il terreno di sperimentazione più avanzato.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36