Mese: agosto 2025

  • Nessuna discrasia tra l’Avvocato dell’Immigrazione e il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”

    Nell’opinione pubblica circola talvolta l’idea che un avvocato che tutela i diritti degli stranieri non possa, allo stesso tempo, promuovere un paradigma che introduce il principio: chi si integra resta, chi non si integra torna.

    Si tratterebbe – secondo questa critica – di una contraddizione insanabile, quasi una forma di schizofrenia professionale.

    In realtà, questa presunta discrasia non esiste.

    Anzi: è proprio l’esperienza quotidiana di un avvocato dell’immigrazione a dimostrare quanto sia urgente e necessario ridefinire le regole secondo il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”.

    1. La funzione dell’avvocato dell’immigrazione

    L’avvocato che si occupa di immigrazione non è un “avvocato di parte” nel senso politico del termine. È un garante del diritto:

    1) assicura che i provvedimenti delle Questure e delle Prefetture rispettino la legge,

    2) difende i migranti quando i loro diritti fondamentali vengono violati,

    3) invoca il rispetto delle norme costituzionali, internazionali e comunitarie.

    Questa funzione non significa promuovere una immigrazione illimitata e senza regole, ma esattamente l’opposto: far sì che le regole siano chiare, coerenti e applicate con giustizia.

    2. Il paradigma come evoluzione naturale

    Il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione” nasce da una constatazione giuridica ed empirica:

    A) l’integrazione non è opzionale,

    B) non può esserci diritto a restare in Italia senza un corrispondente dovere di aderire ai valori fondamentali della società ospitante.

    Chi meglio di un avvocato immigrazionista può osservare i casi concreti in cui integrazione e radicamento funzionano – lavoro, famiglia, vita sociale – e quelli in cui, invece, l’assenza di integrazione produce marginalità, devianza, conflitto?

    Il nuovo paradigma non nega la tutela dei diritti: la rende condizionata alla responsabilità individuale.

    3. La sintesi tra diritti e doveri

    Non vi è contraddizione tra il difendere i diritti degli stranieri e chiedere regole più stringenti. Al contrario:

    1) senza diritti, non vi è garanzia di dignità e legalità;

    2) senza doveri, i diritti diventano privilegio e si ritorce contro la coesione sociale.

    Un avvocato dell’immigrazione, che ogni giorno invoca l’art. 19 del TUI, la CEDU o l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, è lo stesso che può affermare: queste tutele hanno senso solo se accompagnate da un impegno reale di integrazione.

    4. La visione politica oltre la professione

    Promuovere “Integrazione o Reimmigrazione” significa spostare il dibattito dall’ideologia alla concretezza:

    A) non più “accoglienza indiscriminata” o “espulsione di massa”,

    B) ma un sistema fondato su parametri chiari, verificabili, misurabili.

    Chi vive quotidianamente i ricorsi, le istanze, le sospensive, conosce i limiti e le potenzialità del sistema.

    L’avvocato immigrazionista non è un “contraddittore del nuovo paradigma”: ne è il testimone più autorevole.

    Conclusione

    Non vi è discrasia, dunque, tra l’essere un avvocato che tutela i diritti degli stranieri e il promuovere il principio “Integrazione o Reimmigrazione”.

    Il primo ruolo è tecnico-giuridico: assicurare che nessuno venga privato di diritti fondamentali in modo illegittimo.

    Il secondo è politico-culturale: indicare una via futura, in cui i diritti si legano ai doveri e l’integrazione diventa obbligo e responsabilità.


    Sono due dimensioni diverse, ma complementari. E solo chi vive entrambe può tradurle in un paradigma credibile e innovativo per l’Italia e per l’Europa.

    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • La protezione complementare come laboratorio del paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”


    Il dibattito europeo sul governo delle migrazioni è oggi attraversato da una linea di frattura: da un lato chi difende un’accoglienza incondizionata, dall’altro chi invoca rimpatri di massa.

    Entrambe le posizioni, tuttavia, risultano incapaci di dare risposte coerenti con i principi costituzionali e con i bisogni reali delle società.

    In questo contesto, la disciplina italiana della protezione complementare (art. 19, commi 1 e 1.1, d.lgs. 286/1998), così come interpretata dalla giurisprudenza, offre un terreno di riflessione per l’attuazione del paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”.

    1. La protezione complementare come categoria giuridica

    La protezione complementare nasce come clausola di salvaguardia: impedire l’espulsione dello straniero quando il rimpatrio comporterebbe la violazione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, dalla CEDU e dal diritto internazionale (vita privata e familiare, tutela della salute, radicamento sociale).
    Non si tratta di una “sanatoria generalizzata”, ma di un meccanismo caso per caso, che valuta non l’appartenenza etnica o culturale, bensì le condizioni individuali e il grado di integrazione.

    2. Il legame con il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”

    Il paradigma da me proposto si fonda su tre pilastri: lavoro, lingua e rispetto delle regole.
    La protezione complementare, nella sua applicazione concreta, già integra questi elementi:

    1) Lavoro: i tribunali riconoscono il valore del percorso lavorativo regolare come indice di radicamento e di rispetto del principio di dignità.

    2) Lingua e vita sociale: la giurisprudenza valorizza la partecipazione a corsi, attività di volontariato, reti di relazione, segni tangibili di inserimento.

    3) Rispetto delle regole: condanne penali gravi o comportamenti devianti sono valutati negativamente, perché incrinano il rapporto di fiducia con la collettività ospitante.


    Così la protezione complementare non si limita a “proteggere”, ma diventa strumento di selezione positiva: resta chi dimostra di aderire al modello sociale; torna chi rifiuta di integrarsi.


    3. Una procedura che traduce in pratica il nuovo paradigma

    La procedura relativa alla protezione complementare è un esempio di come sia possibile attuare giuridicamente il principio di “integrazione o reimmigrazione”:

    A) Accesso regolato: lo straniero deve formalizzare una domanda e produrre documentazione probatoria (contratti, certificati, relazioni sociali).

    B) Valutazione individuale: l’autorità amministrativa e giudiziaria verifica se sussistono elementi di integrazione concreti e non meramente dichiarati.

    C) Esito binario: se gli elementi sono positivi → rilascio di un titolo di soggiorno; se negativi → rimpatrio, senza ambiguità.

    Questa struttura procedurale si avvicina perfettamente al paradigma: integrazione come obbligo verificabile, reimmigrazione come conseguenza in caso di inadempienza.

    4. Prospettiva europea

    L’esperienza italiana dimostra che il discorso sulla “remigrazione” può essere riportato su un piano costituzionalmente legittimo e socialmente accettabile.
    Il paradigma “Integrazione o Reimmigrazione” si distingue infatti:

    1) dalla retorica etnico-identitaria della destra radicale (che evoca espulsioni collettive),

    2) ma anche dall’approccio lassista di chi trasforma ogni titolo di soggiorno in una sanatoria di fatto.


    L’Europa, nel costruire il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo, potrebbe mutuare dal modello della protezione complementare una logica di bilanciamento: protezione dove vi è integrazione, rimpatrio dove manca.

    Conclusioni

    La protezione complementare rappresenta oggi un laboratorio giuridico per l’attuazione del paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”.
    Non più slogan, ma diritto:

    1) integrazione obbligatoria, verificata con criteri oggettivi;

    2) ReImmigrazione come conseguenza necessaria della mancata adesione al patto sociale.

    Un meccanismo che consente di superare la contrapposizione sterile tra accoglienza senza condizioni e rimpatri indiscriminati, per affermare un principio nuovo, saldo e giuridicamente fondato.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Integrazione o Reimmigrazione: il paradigma giuridico-sociale oltre la retorica della “Remigration” tedesca



    Il dibattito politico tedesco degli ultimi mesi ha riportato alla ribalta la parola Remigration, termine adottato e poi ridimensionato dall’Alternative für Deutschland (AfD).

    Il concetto, nella sua formulazione originaria, evocava scenari di rimpatri di massa, estesi persino a cittadini naturalizzati o a persone con radicamento decennale.

    Non a caso, nel 2023 la giuria linguistica tedesca lo ha definito Unwort des Jahres (“parola-mostro dell’anno”), proprio per la sua carica eversiva e per l’eco di deportazioni che la storia europea conosce fin troppo bene.

    Di fronte a critiche istituzionali e timori di incostituzionalità, l’AfD ha parzialmente eliminato il termine dal proprio manifesto politico nel luglio 2025, preferendo un linguaggio più prudente.

    Ma la questione resta aperta: l’opinione pubblica tedesca esprime una forte richiesta di regole chiare sull’immigrazione, mentre le soluzioni radicali vengono respinte come incompatibili con lo Stato di diritto.

    La differenza sostanziale: paradigma identitario vs paradigma giuridico

    La Remigration dell’AfD si fonda su presupposti etnico-culturali: non chi si comporta, ma chi si è. La minaccia dell’espulsione prescinde dal rispetto delle leggi o dal grado di integrazione individuale, per legarsi invece a una visione di “appartenenza originaria” alla comunità nazionale.

    Il paradigma di “Integrazione o Reimmigrazione”, al contrario, nasce da una logica giuridico-costituzionale:

    1) lo straniero che entra in Italia (o in Europa) ha un obbligo positivo di integrazione,

    2) integrazione significa lavoro, lingua, rispetto delle regole,

    3) chi non si integra, pur avendone la possibilità, deve tornare nel proprio Paese d’origine (Reimmigrazione).

    Non è una questione di etnia, ma di comportamento conforme ai valori della società ospitante. Non un destino collettivo, ma una responsabilità individuale.

    Il ridimensionamento tedesco come conferma della validità del paradigma

    Il fatto che l’AfD abbia dovuto attenuare la propria retorica sulla Remigration dimostra che:

    1. Le istituzioni democratiche non tollerano soluzioni radicali che richiamano a discriminazioni collettive.

    2. Rimane, tuttavia, una forte domanda sociale di condizionalità e responsabilità nei percorsi migratori.

    È in questo spazio vuoto che il paradigma Integrazione o Reimmigrazione si inserisce come terza via:

    A) rifiuta le deportazioni di massa,

    B) evita il lassismo di chi considera l’integrazione una scelta opzionale,

    C) propone una via costituzionalmente orientata e politicamente praticabile.

    Verso un nuovo mainstream europeo

    Il concetto di “potenza civile” che ha guidato la Germania nel dopoguerra è oggi in crisi, così come lo sono le vecchie politiche di accoglienza senza condizioni. L’Europa ha bisogno di un linguaggio nuovo e credibile, capace di coniugare diritti e doveri, inclusione e responsabilità.

    “Integrazione o Reimmigrazione” può divenire il paradigma di riferimento:

    diritti fondamentali garantiti,

    obblighi di integrazione verificabili,

    reimmigrazione come conseguenza giuridica della mancata adesione ai valori condivisi.


    Un principio che non divide su base etnica, ma che rafforza la coesione sociale e restituisce fiducia al cittadino.




    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Integrazione mancata: il vero nodo delle seconde generazioni

    In questi giorni sto leggendo il volume di Maurizio Ambrosini, Sociologia delle migrazioni (Il Mulino, 2020).

    È un testo che affronta con grande rigore, tra l’altro, il tema delle cosiddette seconde generazioni, i figli degli immigrati nati o cresciuti nei Paesi di arrivo. La lettura mi ha spinto a una riflessione che va oltre l’analisi accademica, perché tocca direttamente il futuro della società italiana.

    Non si tratta infatti di una questione marginale o di dettaglio sociologico, ma del vero banco di prova delle politiche migratorie.

    Il modello classico di assimilazione, che prevedeva l’abbandono della cultura d’origine e l’adozione totale di quella della società ospitante, appare ormai superato.

    Ambrosini sottolinea come i processi siano in realtà più complessi e relazionali: non si riducono a una cancellazione delle differenze, ma piuttosto a una continua negoziazione tra appartenenze. Le ricerche sociologiche evidenziano percorsi diversi, alcuni favorevoli all’integrazione, altri invece destinati a produrre conflitti e marginalità.

    È particolarmente interessante il concetto di acculturazione selettiva, ossia la capacità di mantenere legami culturali con il paese d’origine senza rinunciare alla piena partecipazione nella società ricevente.

    Questo modello, più di altri, sembra garantire ai giovani migliori prospettive scolastiche e professionali, ma resta minoritario e fragile, spesso ostacolato da discriminazioni e da politiche poco lungimiranti.

    A pesare in modo decisivo sono la famiglia e la scuola. La prima, quando è stabile e coesa, rappresenta un sostegno fondamentale, ma se fragile o isolata può diventare un limite. La seconda, la scuola, dovrebbe essere il principale strumento di mobilità sociale, e invece in Italia troppo spesso si trasforma in un luogo di esclusione: ritardi scolastici, abbandoni precoci, percorsi formativi ridotti a canali professionali poco qualificanti.

    Non si può quindi parlare di integrazione automatica: anzi, senza adeguati strumenti e percorsi, molte seconde generazioni finiscono per scivolare in quella che la letteratura chiama assimilazione verso il basso, ossia un’integrazione apparente che porta in realtà a precarietà, marginalità e talvolta devianza.

    La riflessione che mi nasce leggendo Ambrosini è chiara: le seconde generazioni non sono semplicemente un gruppo sociale tra gli altri, ma la cartina di tornasole di un intero sistema.

    Esse rappresentano la scelta collettiva che la società italiana deve compiere: o diventano cittadini a pieno titolo, o saranno la prova di un fallimento.

    È qui che si colloca il paradigma della ReImmigrazione. L’integrazione deve fondarsi su tre pilastri precisi – lingua, lavoro e rispetto delle regole – e deve essere un percorso reale, non solo dichiarato.

    Chi vuole integrarsi deve trovare gli strumenti per riuscirci, chi invece rifiuta questa prospettiva non può rimanere in una condizione sospesa che danneggia sé stesso e l’intera collettività.

    L’integrazione mancata non può più essere tollerata come un male minore: o si realizza pienamente, oppure occorre avere il coraggio della ReImmigrazione.

    Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36) nella materia “Migrazione e Asilo”

  • Why the “Integration or ReImmigration” Paradigm Can Become a Model in the United States

    The Trump administration, which returned to the White House in January 2025, has once again placed immigration policy at the center of the American agenda with a series of measures that have drawn international attention.

    The suspension of the refugee program, decided through an executive order immediately after inauguration, blocked thousands of pending applications, leaving families and host communities in uncertainty. Shortly afterward, the Department of Homeland Security reactivated the Migrant Protection Protocols, better known as Remain in Mexico, forcing non-Mexican asylum seekers to stay in Mexico throughout the entire examination of their claims.

    In June, Presidential Proclamation No. 10949 introduced a new travel ban, restricting or prohibiting entry from nineteen countries, a clear return to nationality-based policies. At the same time, an order issued on April 28 targeted so-called “sanctuary cities,” requiring them to comply with federal immigration demands under threat of losing funding and facing criminal action.

    These measures are consistent with a firm line that prioritizes closing borders and expelling those who have no legal right to stay. Yet this approach, while producing immediate numerical effects, does not create a sustainable model.

    The United States today appears to swing between indiscriminate admission and mass deportation, without defining what should happen to those who remain legally on its territory. It is precisely here that space opens up for a new paradigm.

    “Integration or ReImmigration” means moving from a policy that merely says “no” to entry, to a more structured vision that requires those admitted to follow a binding path of integration. It is not just about deterring irregular flows, but about tying the right to remain to concrete obligations: learning English, participating in civic education programs, entering the labor market, and respecting the fundamental rules of coexistence.

    Those who demonstrate integration consolidate their stay; those who refuse or evade this obligation are directed toward a process of reimmigration—organized and dignified, but firm in principle.

    Trump’s measures—whether the travel ban, the suspension of the refugee program, or the confrontation with sanctuary cities—show a growing awareness of the need to restore order to the immigration system.

    However, they remain rooted in a purely defensive logic. What is missing is the dimension of mandatory integration, the one element that can transform migrants from a potential problem into a verifiable resource.

    This is precisely where the “Integration or ReImmigration” paradigm can become a model for the United States: not only rejecting, but also selecting, binding, and, when necessary, returning.

    A country that built its identity on the integration of generations of immigrants cannot rely on emergency solutions. Walls, deportations, and bans may contain flows, but they cannot govern them.

    America now has the historic opportunity to shift to a system where rights are not granted automatically but are conditional on a serious path of responsibility and obligations.

    Only in this way can it transform its tradition as a “nation of immigrants” into a modern project of mandatory integration and, when necessary, reimmigration.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbyist in migration and asylum – Transparency Register of the European Union, ID 280782895721-36

  • Naufragi a Lampedusa e scontri nel Regno Unito: due facce della stessa emergenza migratoria

    Il mese di agosto 2025 ci consegna due immagini emblematiche della crisi migratoria contemporanea: da un lato, il Mediterraneo teatro di ennesime tragedie; dall’altro, le piazze britanniche percorse da tensioni sociali sempre più accese.

    Italia: la tragedia di Lampedusa

    Il 13 agosto, due naufragi al largo di Lampedusa hanno provocato la morte di almeno 26 migranti, con numerosi dispersi ancora da rintracciare. L’episodio si colloca in un contesto di apparente calo complessivo degli arrivi: secondo Frontex, nei primi sette mesi del 2025 le frontiere esterne dell’Unione Europea hanno registrato una diminuzione del 18% degli attraversamenti irregolari rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi a circa 95.200.

    La riduzione numerica, tuttavia, non basta a mascherare la gravità delle singole vicende umane. I naufragi continuano a ripetersi, dimostrando che l’attuale modello di gestione non riesce a coniugare efficacia operativa e tutela della dignità delle persone. L’Italia resta così schiacciata tra il dovere umanitario e l’impossibilità materiale di sostenere flussi che non trovano più corrispondenza in una logica di integrazione strutturata.

    Fonte:

    Europa: le piazze britanniche in tensione

    Sul fronte europeo, il Regno Unito ha vissuto nelle prime settimane di agosto una serie di scontri tra manifestanti anti-immigrazione e gruppi anti-razzisti. A Falkirk, in Scozia, le contrapposizioni si sono consumate davanti a un hotel destinato all’accoglienza dei richiedenti asilo. Episodi analoghi hanno interessato anche Londra, Manchester e Newcastle, con almeno 25 arresti complessivi per disordini pubblici.

    Questi fatti rappresentano il segnale tangibile di un clima sociale sempre più polarizzato. L’assenza di politiche chiare e coerenti sull’immigrazione alimenta il malcontento, lasciando spazio a derive estremiste e conflitti di piazza. La società britannica mostra in maniera evidente ciò che attende l’Europa intera se non si saprà passare a un modello di gestione basato sulla responsabilità, sulla selettività e sull’integrazione obbligatoria.

    Fonte:

    Integrazione o ReImmigrazione come unica alternativa

    Le due vicende – i corpi senza vita recuperati nel Mediterraneo e le strade britanniche trasformate in luoghi di scontro – sono la fotografia di un’Europa che non ha ancora saputo elaborare un paradigma migratorio coerente.

    La proposta di Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio da questa constatazione. L’idea è semplice e radicale: non esiste più spazio per un’immigrazione slegata da un percorso di inserimento obbligatorio.

    • Integrazione come obbligo: chi entra in Europa deve accettare di imparare la lingua del Paese ospitante, di inserirsi in un percorso lavorativo regolare e di rispettare le regole fondamentali della convivenza civile. L’integrazione non è più una scelta individuale, ma un dovere giuridico e sociale.
    • ReImmigrazione come conseguenza: chi rifiuta, ostacola o si dimostra incapace di rispettare questo percorso deve essere accompagnato in un programma di rientro nel Paese d’origine, con garanzie di dignità ma con la fermezza necessaria a tutelare la società ospitante.
    • Equilibrio tra diritti e doveri: i diritti non sono cancellati, ma subordinati all’adempimento dei doveri di integrazione. Questo rovesciamento della prospettiva consente di superare la sterile contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e chiusura totale.

    Solo un modello di questo tipo può evitare che l’Italia continui a contare i morti in mare e che il Regno Unito – o altri Paesi europei – continuino a vedere le proprie strade trasformarsi in terreno di conflitto sociale.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista in materia di migrazione e asilo – Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36

  • Senza integrazione, niente accoglienza: il cambiamento della mentalità europea e il rischio di nuove derive


    di Fabio Loscerbo – Lobbista in materia di migrazione e asilo, iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    Il recente episodio avvenuto su una spiaggia andalusa, dove un gruppo di bagnanti ha fisicamente bloccato dei migranti appena sbarcati da una barca veloce, segna un punto di svolta simbolico e sostanziale nel rapporto tra società europee e fenomeno migratorio. Non si tratta più solo di “mancata accoglienza” o di rigetto istituzionale, ma dell’emergere di una risposta spontanea e viscerale da parte della popolazione civile. Fino a qualche anno fa, episodi simili avrebbero suscitato empatia, mobilitazione umanitaria, perfino solidarietà attiva. Oggi, in sempre più casi, prevalgono reazioni di rifiuto, allarme o perfino ostilità.



    Ma cosa è cambiato? La risposta è semplice e al tempo stesso scomoda: è cambiato il paradigma.

    Il vuoto del “diritto a entrare” senza un “dovere a integrarsi”

    Per troppo tempo l’Europa ha gestito i flussi migratori secondo logiche emergenziali, rinunciando a costruire un modello normativo e culturale fondato sull’integrazione come precondizione per l’ingresso e la permanenza. In assenza di una visione coerente, si è lasciato spazio a una percezione diffusa di squilibrio, di accesso indiscriminato, di assenza di reciprocità.

    Non si può pretendere che la cittadinanza europea — già provata da trasformazioni sociali rapide, crisi economiche e tensioni culturali — continui ad accettare una narrativa che considera la migrazione come un fatto ineluttabile, da subire e non da regolare. Il concetto di “accoglienza incondizionata” è stato portato all’estremo, fino a diventare insostenibile nella percezione pubblica.

    Dall’empatia al sospetto: il cambio di percezione tra i cittadini

    Il passaggio da una mentalità solidaristica a una reattiva non è avvenuto in modo improvviso. È il frutto di anni di scollamento tra le norme e la realtà vissuta, tra la retorica dell’inclusione e l’assenza concreta di strumenti per garantire integrazione, sicurezza e coesione sociale.

    Quando lo Stato non seleziona, i cittadini selezionano da sé. Ed è qui che nasce il rischio. Il confine tra autodifesa collettiva e giustizia sommaria è labile. Se non si fissa un perimetro chiaro di regole, l’opinione pubblica può legittimare comportamenti che vanno ben oltre la legalità, in nome di una sicurezza “percepita” ma non regolamentata.

    Il rischio di derive pericolose

    Questa mutazione profonda del sentire collettivo può facilmente degenerare. Le immagini dei bagnanti che rincorrono i migranti sulla spiaggia non devono essere interpretate né come “buon senso popolare” né come atti di eroismo civile. Sono il sintomo di un fallimento strutturale, quello delle istituzioni europee e nazionali nel governare i flussi migratori secondo criteri di legalità, umanità e sostenibilità.

    Quando la politica abdica al suo ruolo, la piazza — reale o digitale — prende il suo posto. E lo fa con la legge del più forte, con la paura, con l’istinto. La storia ci insegna che questi processi portano a derive pericolose, a forme di vigilanza popolare, discriminazione sistemica, o addirittura violenza razzializzata. È un terreno scivoloso su cui nessuna democrazia dovrebbe permettersi di scivolare.

    La soluzione: un nuovo patto europeo sull’integrazione

    È tempo di affermare un nuovo paradigma: “integrazione o ReImmigrazione”. Un modello in cui:

    l’ingresso sia subordinato alla capacità di integrarsi concretamente;

    la permanenza sia valutata su parametri oggettivi (lavoro, lingua, rispetto delle regole);

    chi non si integra sia rimpatriato, in modo equo ma fermo.


    Solo così si potrà ricostruire il patto di fiducia tra cittadini, istituzioni e stranieri regolarmente presenti, e ridare legittimità al principio di accoglienza, svuotandolo però di ogni connotazione passiva o ideologica.

    Conclusione

    La scena della spiaggia in Spagna non è un’anomalia: è un segnale. Chi lo interpreta come isolato sbaglia. Chi lo giustifica in automatico, pure. Serve un cambio di passo, urgente e strutturale. Integrare chi merita, ri-immigrare chi rifiuta le regole: questa è la via per evitare il collasso del modello europeo e per impedire che le paure si trasformino in rabbia, e la rabbia in ingiustizia.

  • Dopo la sentenza della Corte UE, serve un nuovo paradigma: “Integrazione o ReImmigrazione”Una soluzione realistica, compatibile con il modello Albania come strumento di gestione migratoria globale

    di Fabio Loscerbo
    Avvocato – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)


    La pronuncia della Corte UE e le sue implicazioni

    La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-638/22), pubblicata il 1° agosto 2025, ha stabilito che la designazione legislativa di un Paese terzo come “sicuro” non può sottrarsi al vaglio giurisdizionale, anche laddove disposta da norme nazionali generali. Pur rispettando la funzione di garanzia propria del giudice, il provvedimento solleva interrogativi sul possibile indebolimento della capacità degli Stati di strutturare in modo coerente ed efficiente le proprie politiche migratorie.

    Il Governo italiano ha espresso riserve, sostenendo che la sentenza attribuisce un potere eccessivo ai giudici ordinari nella valutazione sistemica delle politiche di rimpatrio, con potenziali effetti disomogenei su scala nazionale.

    Anche il prof. Sabino Cassese, intervenendo su Il Foglio, ha parlato di sentenza “inutile e suicida”, sottolineando l’incongruenza tra tale intervento giurisprudenziale e l’imminente entrata in vigore del nuovo Patto UE sull’immigrazione (2026), che affiderà alle istituzioni europee – e non più agli Stati – il potere di individuare i Paesi terzi sicuri.

    La necessità di un approccio equilibrato

    Va riconosciuto che la Corte ha inteso rafforzare le garanzie procedurali del singolo richiedente, evitando automatismi e presunzioni assolute. Tuttavia, in un contesto come quello migratorio, segnato da dinamiche globali e crescenti pressioni, è essenziale che la tutela dei diritti sia conciliata con l’esigenza di efficienza amministrativa e responsabilità politica.

    Serve un modello che non sacrifichi la funzione del giudice, ma che valorizzi la distinzione tra ruolo giurisdizionale e funzione legislativa, particolarmente quando è in gioco la sicurezza interna, la sostenibilità dei sistemi di accoglienza e il principio di sovranità regolata.


    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: la base di una riforma strutturale

    Alla luce di tali criticità, il paradigma elaborato su ReImmigrazione.com – “Integrazione o ReImmigrazione” – si conferma come una proposta sistemica in grado di coniugare inclusione e selettività, diritti e doveri, accoglienza e responsabilità.

    Il modello si fonda su tre requisiti essenziali:

    1. Occupazione regolare e stabile, come indice di autosufficienza e contribuzione;


    2. Conoscenza linguistica e culturale, verificata attraverso standard oggettivi;


    3. Osservanza delle regole, incluse quelle amministrative, penali e civiche.

    Chi soddisfa questi criteri ha titolo per restare. Chi invece rifiuta l’integrazione attiva o nega il patto di cittadinanza, deve essere incluso in un percorso di rientro ordinato, volontario o coattivo, nel proprio paese di origine o in uno Stato terzo sicuro.

    Il modello Albania come strumento di gestione migratoria generalizzata

    In quest’ottica, il modello Albania non va inteso come mero strumento per la gestione delle domande di asilo o delle “protezioni”. Al contrario, può – e deve – essere ricondotto all’interno di una strategia più ampia di governance migratoria, orientata a:

    1) filtrare e valutare le richieste di ingresso in chiave preventiva, fuori dal territorio nazionale;

    2) accogliere e trattenere temporaneamente i soggetti privi dei requisiti per l’integrazione;

    3) attuare misure rapide di allontanamento, nel pieno rispetto delle garanzie minime europee e internazionali.


    La detenzione amministrativa extraterritoriale, se regolata in modo chiaro, trasparente e proporzionato, può rappresentare uno strumento di regolazione legittimo e funzionale, inserito all’interno di accordi bilaterali e multilaterali.

    Ciò consente di rendere selettivo l’accesso al territorio italiano, ridurre i flussi irregolari e assicurare un uso coerente delle risorse pubbliche.


    Conclusione: un cambio di paradigma per una politica migratoria sostenibile

    La sentenza della Corte UE ha il merito di riaccendere il dibattito sull’equilibrio tra garanzie e sovranità. Tuttavia, la sola giurisdizione – per quanto necessaria – non può supplire all’assenza di una visione politica chiara, ordinata e lungimirante.

    Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” rappresenta un modello alternativo e pragmatico, capace di rimettere al centro la responsabilità individuale dello straniero e di promuovere una migrazione regolare, sostenibile e orientata all’integrazione reale.

    Il modello Albania, se ricondotto a una cornice di gestione multilivello del fenomeno migratorio, può trovare piena legittimità e funzionalità anche alla luce delle recenti pronunce europee.