Mese: luglio 2025

  • La BCE misura l’immigrazione in punti di PIL. Si superi la visione economicista dell’immigrazione e si persegua un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato nel Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID n. 280782895721-36), in materia di migrazione e asilo

    L’8 maggio 2025 la Banca Centrale Europea ha pubblicato sul proprio sito istituzionale un blog a firma di quattro economisti del proprio staff, intitolato Foreign workers: a lever for economic growth (https://www.ecb.europa.eu/press/blog/date/2025/html/ecb.blog20250508~897078ce87.en.html).

    Fin dalle prime righe, il tono del documento è inequivocabile: la presenza di lavoratori stranieri è descritta come un fattore determinante di stabilizzazione macroeconomica, in un’Eurozona dove la produttività langue e il capitale investito resta debole.

    Nel testo si legge chiaramente che, in assenza dell’aumento della popolazione lavorativa straniera, la crescita del PIL reale sarebbe stata molto più contenuta. Addirittura, si arriva ad affermare che “non è un’esagerazione dire che, in alcune delle maggiori economie europee, la crescita sarebbe stata molto più lenta senza i lavoratori stranieri”. Il blog si concentra solo sulla componente economica dell’immigrazione, ammettendo espressamente che “non vengono analizzate altre conseguenze economiche e sociali”. Ecco il primo grande limite dell’impostazione.

    Ridurre il fenomeno migratorio a una semplice funzione di riequilibrio demografico e produttivo rappresenta una visione estremamente parziale, e in ultima analisi pericolosa.

    Questa visione rafforza l’idea che il valore dello straniero dipenda unicamente dalla sua capacità di lavorare, produrre reddito, versare contributi. Ma cosa accade quando quella capacità viene meno? Quando l’età, la salute o la congiuntura economica lo rendono “inutile”? La logica sottesa è chiara: se non sei più produttivo, non sei più necessario. Una società fondata su questo principio non solo è disumana, ma è anche destinata a fallire sul piano della coesione e della stabilità interna.

    In secondo luogo, il documento della BCE presenta come “miglioramento” la crescente presenza di stranieri nei lavori più qualificati e la riduzione dell’overqualification rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, ammette che la maggior parte dei lavoratori stranieri rimane impiegata in occupazioni a bassa qualifica e con contratti temporanei. In altri termini, la “leva di crescita” su cui l’Europa si sta appoggiando è fatta ancora oggi di precarietà, sottoutilizzo delle competenze e fragilità contrattuale.

    È necessario ribaltare il paradigma.

    L’Europa non può costruire il proprio futuro sulla disponibilità di manodopera straniera da impiegare in condizioni spesso subalterne, né può tollerare un sistema in cui il diritto a restare sul territorio sia subordinato unicamente all’essere funzionali al sistema produttivo.

    Il lavoro, certo, è un indicatore importante, ma non può essere l’unico. Il criterio guida deve essere l’integrazione.

    Integrazione non come generico inserimento, ma come partecipazione effettiva e responsabile alla vita della comunità nazionale. Integrazione linguistica, sociale, culturale, giuridica. Il rispetto delle regole, la volontà di stabilirsi, la capacità di contribuire alla società nel suo complesso – non solo al PIL – devono diventare il vero metro di giudizio per la permanenza sul territorio europeo.

    È in questa prospettiva che propongo, ormai da tempo, il principio di Integrazione o Reimmigrazione.

    Chi dimostra di volersi integrare realmente va messo nelle condizioni di restare e di progredire.

    Chi invece rifiuta consapevolmente ogni percorso di integrazione, chi resta ai margini per scelta o ostilità verso i valori della società ospitante, deve essere accompagnato a un rientro dignitoso ma deciso nel Paese di origine.

    Continuare a leggere l’immigrazione soltanto in chiave economica significa ignorare ciò che rende sostenibile una democrazia. Le persone non sono ingranaggi.

    Le politiche migratorie devono essere orientate alla costruzione di comunità, non alla ricerca di forza lavoro usa e getta. La vera sfida europea non è “quanti migranti servono”, ma quanti migranti vogliono davvero far parte della nostra società.

    In conclusione, il blog della BCE dimostra con chiarezza come l’establishment europeo continui a guardare all’immigrazione con lenti contabili.

    È tempo, invece, di una politica migratoria che metta al centro le persone, i valori, e l’identità democratica delle nazioni europee. Solo così l’immigrazione potrà smettere di essere un problema o una leva e diventare un’opportunità fondata sull’appartenenza.

  • La crisi migratoria francese: una riflessione sulle politiche assenti e sul bisogno di un nuovo paradigma

    Il contesto migratorio francese rappresenta oggi un banco di prova emblematico per comprendere le difficoltà strutturali che l’Europa affronta nel concepire una politica dell’immigrazione coerente, esigente e capace di generare integrazione autentica. La Francia, da decenni tra i principali paesi di destinazione per flussi migratori extraeuropei, ha attraversato varie stagioni politiche senza mai riuscire a consolidare un impianto normativo e amministrativo che tenga insieme principi di accoglienza, selettività e inclusione civica.

    Le cifre più recenti indicano la presenza stabile di oltre sette milioni di cittadini di origine extra-UE, una quota significativa della popolazione residente, accompagnata da un numero consistente di richieste di asilo. Si tratta di dati che, in assenza di un progetto politico organico, hanno alimentato dinamiche contraddittorie: da un lato, l’accoglienza diffusa e frammentata, talvolta orientata da logiche emergenziali; dall’altro, il moltiplicarsi di zone urbane socialmente segregate, dove il mancato assorbimento linguistico e culturale ha finito per radicalizzare l’emarginazione.

    La Francia è oggi priva di una visione strategica che metta al centro il dovere di integrazione come condizione necessaria del diritto al soggiorno. Le misure adottate nel tempo appaiono disarticolate e reattive.

    Non si è sviluppato un sistema di incentivi e controlli effettivi in grado di vincolare la permanenza nel paese all’adesione a percorsi strutturati di inserimento, né si è dato seguito a proposte legislative che avrebbero potuto riformare la materia in modo razionale.

    Il tentativo di riforma promosso nel 2023, durante il mandato del ministro Darmanin, ne è una prova emblematica: oscillante tra l’apertura selettiva al lavoro e la retorica della sicurezza, non è mai approdato a una sintesi politica condivisa, finendo per essere archiviato.

    La polarizzazione del dibattito ha contribuito a svuotare il campo della discussione razionale. Da un lato, la sinistra continua a difendere modelli multiculturali che si sono rivelati disfunzionali nel lungo periodo.

    Dall’altro, la destra nazionalista avanza risposte securitarie, prive però di efficacia strutturale. In mezzo, manca del tutto un’opzione capace di tenere insieme l’idea di inclusione con quella di responsabilità. L’integrazione, infatti, non può rimanere un’esortazione morale o un auspicio politico: deve diventare un obbligo giuridico, contrattualizzato, esigibile.

    La riflessione sulla Francia, dunque, va oltre il caso nazionale e investe l’Europa intera. Il disorientamento parigino, infatti, rispecchia quello dell’intera Unione Europea, dove ogni Stato membro continua a gestire i flussi secondo interessi propri, senza un paradigma condiviso. I fallimenti francesi – le rivolte urbane, la marginalità intergenerazionale, l’impossibilità di realizzare una cittadinanza coesa – sono un monito. Continuare a ignorare il legame tra diritti e doveri in materia migratoria significa rinunciare all’idea stessa di integrazione.

    È in questo contesto che si colloca la proposta di un nuovo approccio, definito “Integrazione o ReImmigrazione”, che mira a superare l’antitesi irrisolta tra accoglienza e respingimento.

    Il paradigma si fonda su un principio elementare ma trascurato: l’immigrazione può essere una risorsa solo se accompagnata da un percorso di responsabilizzazione, in cui il migrante accetta e dimostra di voler diventare parte attiva della società di arrivo, attraverso l’apprendimento della lingua, il rispetto delle regole comuni, il contributo al lavoro e alla coesione sociale. In assenza di tali requisiti, la permanenza non può essere indefinita.

    Una simile impostazione non è né punitiva né esclusiva, ma anzi mira a tutelare i percorsi virtuosi, distinguendo tra chi investe nel proprio inserimento e chi invece si limita a subire – o peggio a strumentalizzare – i margini dell’accoglienza.

    La Francia, oggi più di altri paesi europei, avrebbe bisogno di tale chiarezza concettuale, per uscire da una stagnazione normativa che alimenta disuguaglianze, tensioni e conflitti irrisolti.

    In ultima analisi, ciò che si rivela urgente non è l’adozione di misure estemporanee, ma la costruzione di una vera dottrina europea dell’immigrazione giusta, fondata su reciprocità, selettività, obblighi di integrazione e strumenti efficaci di rimpatrio.

    Solo così si potrà restituire credibilità alle istituzioni, coesione alle comunità e futuro a chi, davvero, sceglie di far parte di un nuovo paese.

    di Fabio Loscerbo
    Avvocato
    ID Registro Trasparenza UE: 280782895721-36

  • Decreto Flussi e obbligo di integrazione: una criticità strutturale nel sistema migratorio italiano

    Il recente Decreto Flussi triennale 2025–2028, adottato con DPCM, prevede l’ingresso regolare in Italia di centinaia di migliaia di cittadini stranieri per lavoro subordinato, autonomo e stagionale.

    Si tratta di uno strumento previsto dall’ordinamento, volto a regolare i flussi migratori in base alle esigenze del mercato del lavoro nazionale.

    Tuttavia, l’attuale disciplina solleva questioni sostanziali in ordine alla tenuta del sistema sotto il profilo dell’effettiva integrazione dei beneficiari.


    Una criticità evidente: 39 giornate per accedere al soggiorno biennale

    In base alla normativa vigente, è sufficiente aver svolto 39 giornate di lavoro agricolo per poter convertire un permesso di soggiorno per motivi stagionali in un permesso biennale per lavoro subordinato. Questa soglia, estremamente ridotta, costituisce un automatismo privo di reali garanzie sul piano della durata, continuità e serietà dell’inserimento lavorativo.

    A ciò si aggiunge il dato sistemico: non è previsto alcun obbligo formale di integrazione. Il passaggio da una condizione di soggiorno precaria a una stabilizzazione giuridica non è accompagnato da verifiche sul piano linguistico, culturale, comportamentale o civico.


    Il nodo giuridico: assenza di reciprocità tra diritto e dovere

    Il sistema migratorio italiano continua ad essere impostato secondo una logica unilaterale e concessoria. Si concede il titolo di soggiorno, si riconosce l’accesso al mercato del lavoro, ma non si richiede nulla in termini di doveri di integrazione strutturale.

    In questo quadro, l’assenza di un modello di permanenza condizionato al rispetto di parametri oggettivi produce effetti distorsivi:

    • difficoltà di monitoraggio effettivo dei percorsi individuali;
    • stabilizzazione di situazioni solo formalmente regolari;
    • ostacolo alla distinzione tra integrazione autentica e semplice presenza giuridica.

    Un possibile criterio correttivo: integrazione come presupposto della stabilizzazione

    È possibile immaginare un meccanismo differente, nel quale:

    • la conversione dei titoli di soggiorno sia subordinata, oltre che alla mera prova lavorativa, a verifiche su conoscenza della lingua italiana, assenza di condanne penali, adesione a percorsi di formazione civica;
    • la durata della permanenza sia legata al mantenimento di comportamenti conformi, con controlli periodici non solo formali ma sostanziali;
    • venga introdotto un principio di revisione attiva, secondo cui l’integrazione non è presunta, ma accertata.

    Si tratterebbe di passare da un sistema che presume l’integrazione dalla presenza a un sistema che presume la permanenza dall’integrazione.


    Considerazioni finali

    Il Decreto Flussi, nella sua attuale struttura, consente l’accesso e la stabilizzazione di lavoratori stranieri sulla base di parametri minimi e senza criteri di selezione qualitativa. Il rischio evidente è quello di una migrazione formalmente regolare ma socialmente disfunzionale, in cui il permesso di soggiorno diventa un titolo svincolato da ogni percorso di inserimento effettivo.

    Il sistema, così concepito, non premia l’integrazione, ma la presenza.

    Una riforma coerente con i principi di sostenibilità, sicurezza giuridica e coesione sociale dovrebbe introdurre verifiche obbligatorie e periodiche sul rispetto degli elementi fondamentali della convivenza civile.

    Non si tratta di chiudere. Si tratta, al contrario, di ordinare: integrare chi partecipa, riorientare chi si sottrae.