Mese: giugno 2025

  • Il Tribunale di Bologna riconosce la protezione speciale: chi si integra ha diritto a restare

    Il Tribunale di Bologna continua a tracciare una linea giurisprudenziale chiara: chi si è effettivamente integrato in Italia ha diritto a rimanere.

    Nei giorni scorsi, tre diverse pronunce hanno accolto i ricorsi di cittadini stranieri, accertando la sussistenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale ex art. 19, comma 1.1 del Testo Unico Immigrazione.

    Le decisioni, rese nelle cause iscritte ai numeri 14052/2023, 12984/2023 e 17192/2023, confermano l’approccio consolidato secondo cui il radicamento personale, familiare e lavorativo costituisce limite insuperabile al potere espulsivo dello Stato, in assenza di gravi motivi di ordine pubblico.

    Integrazione effettiva, non formale

    Il primo caso riguarda un cittadino nigeriano giunto in Italia nel 2006, con contratto a tempo indeterminato in un’azienda alimentare e con una moglie incinta regolarmente presente sul territorio. Il Tribunale ha sottolineato l’effettivo inserimento sociale, il possesso di titoli di studio e il radicamento economico. Di fronte a un simile percorso, l’allontanamento avrebbe costituito una lesione ingiustificata dei diritti fondamentali, protetti anche dall’art. 8 CEDU.

    Il secondo ricorso è stato proposto da un cittadino egiziano arrivato nel 2022, già impiegato in modo stabile in Italia. Anche in questo caso, il Collegio ha riconosciuto la solidità del percorso integrativo, pur a fronte di un soggiorno relativamente recente.

    La chiave è nella continuità lavorativa, nell’assenza di precedenti penali e nella rete sociale creata nel contesto italiano.

    Il terzo provvedimento ha infine accolto la domanda di una cittadina marocchina residente in Italia dal 2019, che ha partecipato alla sanatoria del 2020, ha intrapreso percorsi lavorativi regolari ed è oggi autonoma sul piano abitativo ed economico.

    Il Tribunale ha ribadito che la sua vita privata e familiare è ormai interamente costruita in Italia e che l’espulsione sarebbe contraria agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano.

    Una protezione “sociale”, non “umanitaria”

    La protezione speciale, così come delineata dal decreto legge n. 130/2020 e valorizzata dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 24413/2021, non è una misura discrezionale, ma un vero e proprio diritto soggettivo, attivabile ogniqualvolta vi sia un rischio di compromissione della vita privata e familiare del migrante, in caso di espulsione.

    È una forma di tutela che guarda non al pericolo nel Paese d’origine, ma all’integrazione in Italia.

    Non sostituisce lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria, ma si affianca ad esse, offrendo una risposta giuridica a situazioni consolidate e radicate nella nostra società.

    Integrazione o Reimmigrazione: la linea è tracciata

    Queste decisioni rafforzano il cuore del paradigma che sostengo: integrazione o reimmigrazione.

    Chi ha dimostrato con i fatti di voler diventare parte attiva della comunità italiana – attraverso il lavoro, l’educazione, il rispetto delle regole – deve poter restare, senza incertezza o precarietà giuridica.

    Ma è altrettanto vero che chi rifiuta consapevolmente di integrarsi, chi rimane ai margini per scelta, chi viola sistematicamente le regole del vivere civile, non può vantare un diritto assoluto alla permanenza.

    La protezione non può essere concessa per inerzia, né tollerata come pretesto. Deve essere il premio di un percorso, non una concessione automatica.

    Conclusione

    L’Europa non può più permettersi politiche migratorie senza criteri. Il diritto deve riconoscere chi si è radicato e al contempo prevedere forme ordinate di reimmigrazione per chi non ha alcun legame concreto con il territorio.

    Il Tribunale di Bologna, con queste pronunce, ha scelto la strada del diritto responsabile.

    È tempo che anche la politica europea raccolga il segnale e costruisca norme che garantiscano integrazione reale, sicurezza giuridica e rispetto reciproco.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36), in materia di Migrazione e Asilo

  • L’Italia guida il cambiamento europeo sull’immigrazione: Integrazione obbligatoria o ReImmigrazione

    Articolo a cura dell’Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36), in materia di Migrazione e Asilo

    Nel contesto europeo attuale, attraversato da tensioni sociali e crisi di fiducia nella capacità delle istituzioni di gestire i flussi migratori in modo ordinato ed equo, il recente mini‑summit sull’immigrazione promosso dall’Italia a Bruxelles il 26 giugno 2025 rappresenta un passaggio politico di rilievo. La partecipazione di numerosi Stati membri, tra cui Germania, Grecia, Polonia e Svezia, ha confermato che esiste una convergenza crescente su un’esigenza comune: porre fine alla gestione frammentaria e inefficace del fenomeno migratorio, in favore di un approccio unitario, pragmatico e rispettoso dei diritti.

    In tale scenario, l’Italia non si limita più al ruolo di Paese di primo ingresso, ma si propone come capofila nella costruzione di una nuova visione europea dell’immigrazione. Il Ministro Foti ha rilanciato una linea d’azione fondata sulla cooperazione rafforzata tra Stati membri, sul dialogo strutturato con i Paesi di origine e transito e, soprattutto, sulla necessità di regolare con fermezza l’ingresso e la permanenza sul territorio dell’Unione. Questo cambio di passo non può tuttavia esaurirsi in dichiarazioni politiche o tavoli negoziali, ma deve tradursi in un paradigma operativo e giuridico coerente con i principi dell’Unione e con le esigenze concrete dei cittadini europei.

    In questa prospettiva, il concetto che propongo da tempo – “integrazione o reimmigrazione” – trova finalmente un terreno di legittimazione. È un principio che si fonda su una premessa semplice e rigorosa: lo straniero che viene accolto ha il dovere, non la facoltà, di integrarsi nella comunità che lo ospita. Non si può più tollerare una permanenza indifferenziata e indeterminata sul territorio nazionale per soggetti che, anche dopo anni, non abbiano dato alcuna prova di inserimento, di rispetto delle regole, di partecipazione sociale o di autonomia economica.

    Questo non significa negare i diritti fondamentali. Significa condizionarli, in misura progressiva e proporzionata, al rispetto di un patto sociale implicito: da una parte lo Stato garantisce protezione, servizi e dignità; dall’altra il migrante deve impegnarsi a diventare parte attiva del tessuto collettivo. L’integrazione non può essere più solo un auspicio o una variabile culturale: deve essere un obbligo giuridico, valutabile in base a parametri oggettivi e, in caso di inadempienza strutturale e reiterata, deve poter legittimare misure di reimmigrazione assistita. Non parliamo di espulsioni arbitrarie, ma di un rientro ordinato, concordato, umanamente dignitoso per chi, pur avendo avuto l’opportunità, ha scelto di restare ai margini.

    L’Italia può e deve portare questa visione al centro del dibattito normativo europeo. La sua posizione geopolitica, il suo peso nei flussi mediterranei, la sua esperienza amministrativa e il suo recente protagonismo diplomatico la rendono il soggetto più adatto a farsi promotore di un’iniziativa legislativa che definisca in modo chiaro e vincolante cosa significhi oggi “integrazione” e come debba essere gestito chi, legittimamente, rifiuta di integrarsi.

    Non si tratta di introdurre un sistema punitivo, ma di rendere il diritto coerente con il principio di responsabilità. Il migrante non è solo portatore di bisogni, ma anche di doveri. E le politiche migratorie non possono continuare ad alimentarsi di emergenze, automatismi e illusioni umanitarie. È giunto il momento di fissare regole chiare, esigibili, eque, per tutti. La reimmigrazione, in questa visione, non è uno stigma, ma un atto razionale e necessario per restituire credibilità al sistema e stabilità alle nostre società.

    Il vertice del 26 giugno è stato un segnale. Ora serve un progetto. E il paradigma “integrazione o reimmigrazione” può essere la base normativa e culturale su cui costruirlo.

  • GERMANIA: STOP AI RICONGIUNGIMENTI IN ASSENZA DI INTEGRAZIONRE


    Di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    La Germania cambia passo sull’immigrazione.

    E lo fa nel segno della coerenza giuridica e della responsabilità politica.

    Con l’approvazione da parte del Bundestag della sospensione per due anni dei ricongiungimenti familiari per chi ha ottenuto la protezione sussidiaria, accompagnata dallo stop ai finanziamenti statali alle ONG impegnate nei soccorsi in mare, il governo guidato da Friedrich Merz lancia un messaggio netto, che merita attenzione e rispetto.

    La misura non deve essere letta come un atto punitivo, né tantomeno come una chiusura indiscriminata.

    Al contrario, si tratta di uno strumento equilibrato e razionale per ristabilire un ordine di priorità e offrire un tempo adeguato per l’effettiva integrazione a chi ha ottenuto una protezione che, ricordiamolo, è diversa per natura e finalità dalla protezione complementare.

    La protezione sussidiaria, infatti, ha carattere residuale e temporaneo: è pensata per tutelare persone esposte a gravi rischi nel paese d’origine, ma non puo’ garantire automaticamente un radicamento familiare e sociale in Europa.

    Il principio è semplice e giusto: prima di estendere benefici durevoli come il ricongiungimento, è necessario valutare se vi sia stato un autentico percorso di inserimento sociale, linguistico, culturale e lavorativo.

    Questa sospensione, dunque, non nega un diritto, ma dà tempo al sistema e agli individui per verificare se vi siano i presupposti per una permanenza stabile e responsabile.

    L’Italia e l’Europa intera devono prendere esempio. Serve una riflessione profonda che porti ad abbandonare la logica emergenziale e assistenzialista, per costruire un modello migratorio fondato sull’equilibrio tra doveri e diritti.

    È tempo di introdurre il nuovo paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione”, che si fonda su tre pilastri:

    1. Chi si integra può restare: attraverso lavoro regolare, conoscenza della lingua, adesione ai valori costituzionali.


    2. Chi non si integra, deve rientrare nel proprio Paese: con dignità, ma anche con fermezza.

    La solidarietà non può più essere disgiunta dal principio di responsabilità. L’immigrazione non è un diritto incondizionato, ma un processo che deve essere gestito nel rispetto delle comunità ospitanti e dei principi dello Stato di diritto.

    Non si tratta di respingere, ma di ristabilire un equilibrio.

    Di dire finalmente che l’accoglienza non è un automatismo, ma un percorso che deve avere un senso, una direzione e – se necessario – anche un termine.

  • GERMANIA: STOP AI RICONGIUNGIMENTI IN ASSENZA DI INTEGRAZIONRE


    Di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    La Germania cambia passo sull’immigrazione.

    E lo fa nel segno della coerenza giuridica e della responsabilità politica.

    Con l’approvazione da parte del Bundestag della sospensione per due anni dei ricongiungimenti familiari per chi ha ottenuto la protezione sussidiaria, accompagnata dallo stop ai finanziamenti statali alle ONG impegnate nei soccorsi in mare, il governo guidato da Friedrich Merz lancia un messaggio netto, che merita attenzione e rispetto.

    La misura non deve essere letta come un atto punitivo, né tantomeno come una chiusura indiscriminata.

    Al contrario, si tratta di uno strumento equilibrato e razionale per ristabilire un ordine di priorità e offrire un tempo adeguato per l’effettiva integrazione a chi ha ottenuto una protezione che, ricordiamolo, è diversa per natura e finalità dalla protezione complementare.

    La protezione sussidiaria, infatti, ha carattere residuale e temporaneo: è pensata per tutelare persone esposte a gravi rischi nel paese d’origine, ma non puo’ garantire automaticamente un radicamento familiare e sociale in Europa.

    Il principio è semplice e giusto: prima di estendere benefici durevoli come il ricongiungimento, è necessario valutare se vi sia stato un autentico percorso di inserimento sociale, linguistico, culturale e lavorativo.

    Questa sospensione, dunque, non nega un diritto, ma dà tempo al sistema e agli individui per verificare se vi siano i presupposti per una permanenza stabile e responsabile.

    L’Italia e l’Europa intera devono prendere esempio. Serve una riflessione profonda che porti ad abbandonare la logica emergenziale e assistenzialista, per costruire un modello migratorio fondato sull’equilibrio tra doveri e diritti.

    È tempo di introdurre il nuovo paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione”, che si fonda su tre pilastri:

    1. Chi si integra può restare: attraverso lavoro regolare, conoscenza della lingua, adesione ai valori costituzionali.


    2. Chi non si integra, deve rientrare nel proprio Paese: con dignità, ma anche con fermezza.

    La solidarietà non può più essere disgiunta dal principio di responsabilità. L’immigrazione non è un diritto incondizionato, ma un processo che deve essere gestito nel rispetto delle comunità ospitanti e dei principi dello Stato di diritto.

    Non si tratta di respingere, ma di ristabilire un equilibrio.

    Di dire finalmente che l’accoglienza non è un automatismo, ma un percorso che deve avere un senso, una direzione e – se necessario – anche un termine.

  • Perché la detenzione amministrativa è (ancora) necessaria nel nuovo paradigma della Reimmigrazione

    Mentre alcune organizzazioni – come le ACLI Nazionali nel webinar del 27 giugno 2025 “In viaggio con Marco Cavallo” – propongono l’abolizione totale dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e della detenzione amministrativa, è necessario affermare con chiarezza una posizione differente: la detenzione amministrativa non solo è legittima, ma resta uno strumento indispensabile in un sistema migratorio fondato sul binomio integrazione o Reimmigrazione.

    Uno strumento di necessità, non di abuso

    La detenzione amministrativa degli stranieri irregolari o non cooperanti con le procedure di rimpatrio non va letta come una forma di repressione, ma come un passaggio tecnico e giuridico per dare efficacia concreta ai provvedimenti di allontanamento. Senza una misura coercitiva legittima, lo Stato rimane paralizzato nella sua funzione essenziale di garantire l’ordine giuridico, i confini e la sovranità decisionale.

    Il rimpatrio volontario è sempre auspicabile, ma la Reimmigrazione richiede anche strumenti obbligatori, quando l’interesse pubblico prevale.

    Diritti sì, ma senza negare la funzione dello Stato

    Chi propone l’abolizione dei CPR dimentica che la detenzione amministrativa è prevista e regolata sia dalla normativa nazionale (art. 14 del D.Lgs. 286/1998) sia da quella europea (Direttiva 2008/115/CE – c.d. “direttiva rimpatri”).

    La Corte di Giustizia dell’UE ha più volte affermato la legittimità della detenzione ai fini del rimpatrio, purché proporzionata, motivata, soggetta a controllo giurisdizionale e rispettosa dei diritti fondamentali.

    Nel paradigma della Reimmigrazione, questa detenzione assume un nuovo significato: è l’estrema ratio per chi, dopo aver avuto accesso a misure di integrazione, ha rifiutato il percorso, ha commesso gravi violazioni o ha mostrato inadempienza strutturale. In tali casi, non è lo Stato a fallire, ma lo straniero a sottrarsi al patto d’integrazione.

    Il giusto processo come pilastro di garanzia

    Chi teme derive autoritarie dimentica che la detenzione amministrativa è già sottoposta a controllo giurisdizionale del Giudice di Pace entro 48 ore, con possibilità di difesa e assistenza legale.

    Una riflessione da chi ha vissuto anche “dall’altra parte”

    Parlo con cognizione di causa: ho collaborato per anni come consulente per il Patronato ACLI Immigrazione di Bologna, dove ho assistito centinaia di stranieri nei percorsi di regolarizzazione, ricongiungimento familiare e protezione. Proprio questa esperienza diretta mi ha insegnato che il sistema può funzionare solo se è chiaro, esigente e giusto per tutti, anche nei momenti più delicati come il trattenimento amministrativo.

    Conclusione: non abolire, ma riformare in chiave responsabilizzante

    La proposta di abolizione tout court dei CPR e della detenzione amministrativa è ideologica e scollegata dalla realtà.

    Non tiene conto dell’urgenza di riordinare il sistema migratorio italiano secondo criteri di giustizia sociale, sicurezza e responsabilità.

    Nel paradigma della Reimmigrazione, la detenzione amministrativa resta uno strumento necessario e legittimo, da mantenere e riformare, per garantire l’effettività delle decisioni di rimpatrio e per tutelare un’immigrazione fondata sull’impegno e il rispetto reciproco.

    L’alternativa è l’impunità amministrativa e l’illegalità strutturale.

    Chi rifiuta l’integrazione, deve poter essere riaccompagnato nel proprio Paese – anche coattivamente – nel rispetto delle regole e della dignità umana.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

  • Il dossier riservato sull’immigrazione: come i servizi segreti italiani percepiscono il fenomeno

    Di Fabio Loscerbo – Avvocato in materia di immigrazione e lobbista registrato (EU Transparency Register ID: 280782895721-36)

    Sicurezza e immigrazione: un legame spesso sottovalutato

    In Italia, il dibattito sull’immigrazione è troppo spesso limitato a una contrapposizione tra accoglienza e respingimento, senza approfondire il livello più delicato: quello della sicurezza nazionale. Eppure, i servizi di intelligence italiani lo monitorano costantemente, come confermato dalle relazioni annuali del DIS, dalle audizioni davanti al COPASIR (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) e dai dossier dell’AISI (Agenzia per la Sicurezza Interna).


    Le relazioni del DIS: cosa dicono

    Le relazioni pubbliche annuali disponibili sul sito del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica (SISR) segnalano regolarmente che i flussi migratori irregolari rappresentano un ambito di attenzione strategica. In particolare, viene evidenziato:

    • l’infiltrazione di reti criminali internazionali nelle rotte migratorie (Libia, Tunisia, Balcani);
    • la strumentalizzazione del fenomeno migratorio da parte di organizzazioni terroristiche;
    • il fallimento dei meccanismi di integrazione, che può creare sacche di marginalità sociale vulnerabili alla radicalizzazione.

    Fonte:
    Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2023
    https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2024/03/Relazione-2023-SICUREZZA.pdf


    Audizioni riservate e conferme politiche

    Nel corso delle audizioni tenute dal COPASIR, i vertici dell’intelligence hanno confermato che le autorità italiane sono in possesso di informazioni dettagliate sulla natura dei flussi, inclusi:

    • i canali di reclutamento;
    • i costi pagati dai migranti alle organizzazioni criminali;
    • le modalità di sfruttamento nei Paesi di arrivo.

    Fonte:
    Resoconto stenografico audizione del Direttore generale del DIS, Ambasciatore Belloni – 18 aprile 2023
    https://www.camera.it/leg19/126?tab=&leg=19&idDocumento=35&sede=&tipo=


    Quando l’integrazione fallisce, la sicurezza vacilla

    L’elemento più preoccupante – e meno discusso – è quello che collega integrazione e sicurezza. I servizi segreti italiani non parlano solo di “sbarchi” o “numeri”: segnalano la debolezza strutturale delle politiche di inserimento sociale, con particolare riferimento:

    • alla mancata conoscenza della lingua italiana;
    • al rifiuto di norme e valori costituzionali;
    • alla creazione di comunità chiuse e impermeabili.

    In questo contesto, il paradigma proposto (“Integrazione o ReImmigrazione“) non è solo una strategia di inclusione, ma una risposta sistemica ai rischi segnalati dalle istituzioni.


    ReImmigrazione: da principio sociale a strumento di prevenzione

    Il modello “Integrazione o ReImmigrazione” propone un approccio in linea con quanto emerso nelle relazioni istituzionali: chi vuole restare deve dimostrarlo concretamente, attraverso:

    • l’acquisizione della lingua italiana;
    • la frequenza di percorsi formativi e civici obbligatori;
    • l’adesione esplicita ai principi della Costituzione;
    • la piena osservanza delle leggi italiane.

    La permanenza sul territorio non può essere garantita a chi rifiuta ogni forma di integrazione o rappresenta un fattore destabilizzante per l’ordine pubblico e la sicurezza collettiva.


    Conclusione

    I servizi di intelligence italiani non indicano mai soluzioni politiche: si limitano ad analizzare i rischi. Ma il messaggio è chiaro: senza una regolazione rigorosa dell’integrazione, l’immigrazione si trasforma in un fattore di insicurezza.

    Integrazione o ReImmigrazione” rappresenta oggi l’unica proposta coerente con queste analisi, offrendo una risposta giuridica, civile e democratica a una sfida complessa.

  • Germania: quando i migranti diventano anti-migranti. Il paradosso che svela l’integrazione fallita

    Di Fabio Loscerbo – Avvocato immigrazionista e lobbista registrato (EU Transparency Register ID: 280782895721-36)

    In Germania, il dibattito sull’immigrazione ha prodotto negli ultimi anni un fenomeno paradossale. Secondo quanto riportato da Deutsche Welle (“Why one in four immigrants leaves Germany”, 2024) e WeaveNews (“Refugees for Remigration? When immigrants echo the far-right”, giugno 2024), alcuni cittadini con background migratorio hanno manifestato posizioni favorevoli a politiche di remigrazione selettiva, ovvero il ritorno nei Paesi di origine per determinati gruppi di stranieri.

    Si tratta, a tutti gli effetti, di migranti o figli di migranti che assumono posizioni ostili verso altri migranti, invocando la necessità di tutelare la società tedesca da ulteriori arrivi o di distinguersi da coloro che – a loro dire – non si integrano.


    Assimilazione reattiva: il riflesso di un’integrazione debole

    Queste prese di posizione non rappresentano il risultato di un’integrazione riuscita, bensì il sintomo di un’integrazione incompiuta, superficiale o formalmente acquisita ma non sostanziale. In molti casi, la spinta a “prendere le distanze” dagli altri stranieri deriva da:

    • isolamento sociale,
    • percezione di marginalità culturale,
    • frustrazione esistenziale o lavorativa,
    • bisogno di legittimazione pubblica e differenziazione individuale.

    Il risultato è una forma di assimilazione che non radica la persona nei valori democratici, ma la porta ad assumere posizioni iperadattive, reattive o talvolta ideologicamente radicali.


    La proposta ReImmigrazione: un percorso obbligato, non facoltativo

    La soluzione a questa distorsione non può essere né il silenzio né la tolleranza passiva.
    Il paradigma della ReImmigrazione offre una prospettiva diversa:
    non selettiva sul piano culturale, ma rigorosa sul piano della condotta civica.

    Chi desidera restare in Europa, e in particolare in Italia, ha il dovere giuridico e morale di integrarsi.
    L’integrazione è un obbligo, non una scelta discrezionale.

    ReImmigrazione significa:

    • apprendere la lingua nazionale,
    • rispettare le leggi del Paese ospitante,
    • aderire ai principi costituzionali,
    • dimostrare concretamente volontà di inserimento.

    Non è esclusione. È condizionalità civile.


    Una lezione per l’Italia e per l’Europa

    Ciò che oggi accade in Germania deve essere colto come un campanello d’allarme per tutta l’Unione Europea. Anche in Italia emergono, seppur episodicamente, segnali di disorientamento identitario tra giovani di seconda generazione o migranti integrati solo nominalmente.

    Il vuoto normativo e culturale lasciato da un modello di accoglienza privo di vincoli ha generato una coesistenza instabile, fondata più su tolleranza passiva che su reale condivisione.
    È il momento di ricostruire un paradigma fondato su regole certe, percorsi chiari, responsabilità reciproche.

    Solo la ReImmigrazione può offrire questo quadro:
    una via giuridica, politica e culturale per ripensare la cittadinanza non come concessione automatica, ma come esito meritato di un percorso autentico d’integrazione.

  • ReImmigrazione vs. Remigration: A Civil Response to a Radical Problem

    Authored by Fabio Loscerbo, Immigration Lawyer and Registered Lobbyist (EU Transparency Register ID: 280782895721-36)

    In today’s European debate on immigration, dominated by extremes, clarity is urgently needed.
    On one side, we find defenders of unconditional multiculturalism. On the other, rising voices call for mass remigration, often based on ethnic or religious criteria.

    But there is a third path — one that is civil, legal, and coherent with the rule of law:
    It is called ReImmigrazione.


    What is ReImmigrazione?

    ReImmigrazione is a political and legal paradigm built on a simple and democratic principle:

    Those who want to stay must integrate. Those who refuse integration must return to their country of origin.

    Integration is not a cultural preference. It is a legal, linguistic, and civic obligation.
    ReImmigrazione holds that residency and citizenship rights must be conditional upon the effective fulfillment of integration duties.


    Why Remigration is not the solution

    The concept of remigration, promoted by identitarian movements in France, Germany and elsewhere, is often based on collective logic: removing entire groups of immigrants, regardless of their individual behavior.

    This approach:

    • violates constitutional principles,
    • makes no distinction between integrated and non-integrated individuals,
    • and fuels social division and polarization.

    Mass deportation is not only unrealistic — it is also morally and legally unacceptable in democratic societies.


    ReImmigrazione: A legal, not ideological model

    Unlike remigration, ReImmigrazione is not based on ethnicity or religion. It relies on verifiable legal criteria:

    • Proven knowledge of the national language
    • Respect for the Constitution and the law
    • Genuine employment and tax contribution
    • Demonstrated social participation

    Those who reject these duties cannot demand the rights that come with long-term residence.
    ReImmigrazione therefore proposes a return — assisted, legal, and proportionate — for those who refuse or fail to integrate.


    Conclusion: Rights must come with responsibilities

    ReImmigrazione is not extremism.
    It is a proposal of balance, responsibility, and democratic consistency, one that defends national cohesion and republican values.
    It is the civil response to a real problem.

    Because where integration fails, ReImmigrazione is the only alternative.

  • Quando governava Berlusconi: l’unico tentativo normativo serio di regolare l’integrazione

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Nel dibattito sull’immigrazione in Italia, è frequente – e spesso fondato – criticare i governi del passato per aver adottato politiche emergenziali, securitarie e frammentate.

    Tuttavia, un dato storico e normativo rilevante sfugge spesso al racconto pubblico: è stato proprio durante il IV Governo Berlusconi (2008–2011) che venne introdotto l’unico strumento giuridico nazionale strutturato con intento sistemico di regolamentare l’integrazione degli stranieri.

    Parlo del cosiddetto Accordo di Integrazione, approvato con D.P.R. 179/2011, su proposta del Ministro dell’Interno Roberto Maroni.


    L’Accordo di Integrazione: struttura e principi

    Introdotto ai sensi dell’art. 4-bis del Testo Unico Immigrazione (D.lgs. 286/1998), l’Accordo di Integrazione è entrato in vigore nel 2012.
    Ha rappresentato – almeno sulla carta – il primo tentativo di condizionare il soggiorno legale non soltanto alla disponibilità di un lavoro o a requisiti economici, ma alla dimostrazione di un impegno culturale e civico.

    Cosa prevede:

    • Sistema a crediti: ogni straniero con più di 16 anni che chiede un permesso superiore a 12 mesi riceve 16 punti iniziali.
    • I punti possono essere persi o guadagnati in base a:
      • livello di conoscenza della lingua italiana (A2),
      • conoscenza della Costituzione e delle istituzioni pubbliche,
      • adempimento di obblighi scolastici per i figli minori,
      • rispetto della legalità e del contratto di soggiorno.
    • Se al termine del periodo di validità i crediti sono insufficienti, può essere negato il rinnovo del permesso di soggiorno.

    Riferimento normativo:
    Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 179


    Un atto di governo contraddittorio, ma rilevante

    Il dato più interessante, anche dal punto di vista politico, è che questo strumento fu varato da un esecutivo politicamente orientato a contenere e limitare l’immigrazione, non certo a favorirne l’integrazione indiscriminata.

    Eppure, proprio quel governo seppe cogliere un’intuizione giuridica fondamentale: non può esserci convivenza duratura senza un quadro normativo che ponga obblighi positivi di integrazione a carico dello straniero.

    L’Accordo di Integrazione, pur con limiti operativi evidenti (scarsa applicazione, monitoraggio carente, formazione inadeguata), è l’unica misura normativa che ha provato a rendere l’integrazione una condizione giuridica verificabile, e non una generica intenzione.


    Un passo verso il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Chi oggi promuove, come noi, il paradigma Integrazione o ReImmigrazione, non può ignorare che le premesse giuridiche sono già contenute proprio in quel decreto del 2011.
    Il modello a crediti, la centralità della lingua e della legalità, la valutazione progressiva della permanenza sul territorio, rappresentano elementi oggi più attuali che mai.

    La differenza è che, rispetto a ieri, oggi occorre:

    • estendere l’Accordo di Integrazione a tutti gli stranieri, non solo ai nuovi arrivati;
    • renderlo vincolante anche per l’accesso alla cittadinanza;
    • prevedere la revoca del soggiorno per chi non rispetta gli obblighi formativi, civici e comportamentali;
    • introdurre un contratto di integrazione multilivello, con obblighi chiari per il migrante.

    Conclusione

    Sotto il IV Governo Berlusconi è stato introdotto il solo strumento giuridico con una visione strutturata dell’integrazione.
    Nonostante il contesto politico restrittivo, si è affermato un principio chiave: restare in Italia non può dipendere solo dal lavoro o dal tempo, ma da un impegno civico misurabile.

    Oggi, a distanza di più di un decennio, è tempo di riattualizzare quell’impianto: non più integrazione facoltativa, ma integrazione come condizione giuridica della permanenza.
    In assenza di ciò, la via deve essere chiara: ReImmigrazione, volontaria o legalmente assistita.

  • La moschea di Bologna e l’imam di TikTok: il caso che svela l’integrazione fallita

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Il 22 giugno 2025 il quotidiano Il Tempo ha pubblicato un articolo dal titolo: “Omar Mamdouh, l’imam su TikTok: ‘L’Islam arriverà in tutte le case’”.
    Il pezzo descrive la figura di Omar Mamdouh, noto influencer religioso attivo sui social con il nome “Il vero Islam”, recentemente nominato imam della moschea IQRAA di Bologna. Si tratta di un episodio che va ben oltre il folklore religioso e che impone una riflessione seria sullo stato dell’integrazione in Italia.

    📎 Fonte: Il Tempo, 22/06/2025
    https://www.iltempo.it/attualita/2025/06/22/news/omar-mamdouh-il-vero-islam-tiktok-imam-maranza-fatwa-religione-moschea-bologna-43092568/


    “L’Islam arriverà in tutte le case”: una predicazione incompatibile con la convivenza

    Dalle dichiarazioni riportate nell’articolo emergono affermazioni sconcertanti: Mamdouh invita i musulmani a non celebrare il Natale, definito “una bestemmia”, auspica una separazione netta tra uomini e donne, rigetta apertamente il femminismo e afferma che “l’Islam arriverà in tutte le case”.

    Si tratta di enunciati che non possono essere ridotti a semplici opinioni religiose. Veicolati in modo sistematico e autorevole – ora anche attraverso una posizione di guida spirituale all’interno di una moschea – questi contenuti potrebbero assumere rilevanza penale, soprattutto se letti alla luce degli articoli 604-bis e 604-ter c.p., che puniscono l’istigazione all’odio e alla discriminazione per motivi religiosi.

    Anche qualora non integrassero pienamente una fattispecie delittuosa, resta il fatto che sono profondamente incompatibili con i principi fondamentali della Costituzione italiana, tra cui la parità di genere, la libertà religiosa, la laicità dello Stato, la dignità della persona.


    Dalla cittadinanza alla disgregazione: quando lo Stato rinuncia a integrare

    Il caso della moschea IQRAA di Bologna dimostra quanto sia fragile l’attuale modello di “integrazione italiana”: si fonda spesso su un’idea puramente documentale, in cui si acquisisce un titolo giuridico – permesso di soggiorno o cittadinanza – senza alcuna verifica sostanziale della condivisione dei valori comuni.

    Ma il problema non riguarda solo i “nuovi cittadini”: riguarda tutti gli stranieri presenti sul territorio nazionale, anche regolarmente soggiornanti, che non abbiano mai intrapreso un percorso di integrazione effettiva.
    E mentre la Repubblica abdica al proprio compito educativo, nascono figure che – dall’interno delle nostre istituzioni religiose – diffondono visioni parallele, etnicamente chiuse, contrarie al patto costituzionale.


    Il paradigma necessario: Integrazione o ReImmigrazione

    Per questo, su reimmigrazione.com da tempo proponiamo una riforma radicale: Integrazione o ReImmigrazione.
    Chi vuole risiedere stabilmente in Italia, cittadino o straniero che sia, deve dimostrare concretamente:

    1. Inserimento lavorativo legale e continuativo
    2. Adeguata conoscenza linguistica e culturale
    3. Adesione sostanziale ai principi costituzionali

    Non si tratta di discriminare, ma di ristabilire la reciprocità dei doveri, condizione imprescindibile per la convivenza in una società democratica.


    Cosa deve fare lo Stato

    Il caso Mamdouh impone scelte chiare. Tra le misure necessarie:

    • Introduzione di contratti di integrazione vincolanti, anche per i rappresentanti religiosi;
    • Controlli sui contenuti diffusi nei luoghi di culto, soprattutto quando entrano in contrasto con l’ordinamento;
    • Trasparenza obbligatoria dei finanziamenti esteri alle strutture religiose;
    • Previsioni di revoca della cittadinanza o del permesso di soggiorno in caso di gravi violazioni dell’ordine costituzionale.

    Conclusione: la convivenza non è automatica

    L’imam di TikTok rappresenta una sfida concreta alla coesione nazionale. Non perché professa una fede diversa, ma perché la interpreta in senso assolutista, ideologico, separativo.
    L’Italia ha il dovere di garantire la libertà religiosa, ma anche quello – non meno importante – di impedire che tale libertà venga usata per minare le basi della Repubblica.

    Se l’integrazione viene ignorata, resta una sola via per tutelare la comunità: la reimmigrazione volontaria o assistita di chi rifiuta di condividere i valori comuni.

  • Non è xenofobia, è stanchezza sociale. Il vero problema è l’integrazione assente

    di Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    Il 13 giugno 2025, sulle colonne di la Repubblica, Luigi Manconi firma un articolo dal titolo emblematico: “Cittadinanza, come ci siamo svegliati xenofobi”. Un testo che, come spesso accade nei circoli intellettuali progressisti, attribuisce alla società italiana un rigurgito di razzismo di massa, insinuando che l’opinione pubblica sia affetta da un crescente rifiuto ideologico dello straniero. Il bersaglio è chiaro: chiunque sollevi dubbi o critiche sulla gestione dell’immigrazione viene tacciato di intolleranza.

    Ma la realtà, purtroppo per Manconi, è ben più concreta e difficile da liquidare con etichette morali.


    Il nodo non è la cittadinanza, ma ciò che (non) avviene dopo

    L’assunto implicito dell’articolo è che il riconoscimento formale della cittadinanza sia sufficiente a determinare l’integrazione. Ma ciò che si osserva quotidianamente sul territorio italiano è esattamente l’opposto: il passaggio formale non corrisponde a un cambiamento sostanziale nei comportamenti, nei valori condivisi e nel senso di appartenenza alla società.

    Il vero nodo – ignorato nell’articolo – è che i “nuovi cittadini” sono troppo spesso tali solo su carta. Non parlano la lingua in modo adeguato, non si riconoscono nei valori fondanti della Repubblica, non accettano i principi costituzionali su cui si basa la convivenza democratica. La cittadinanza, senza un percorso serio e verificabile di integrazione civica e culturale, rischia di diventare un atto puramente burocratico, svuotato di senso.


    L’integrazione non è un’opzione: è un dovere

    Il paradigma che proponiamo su reimmigrazione.comIntegrazione o ReImmigrazione – parte da un principio semplice ma cruciale: il diritto a rimanere deve poggiare sul dovere di integrarsi.
    Tre sono i pilastri imprescindibili:

    1. Lavoro legale e continuativo
    2. Conoscenza effettiva della lingua italiana
    3. Rispetto delle regole dello Stato e dei suoi valori

    Senza questi tre elementi, nessun modello di cittadinanza è sostenibile. Al contrario, la permanenza si trasforma in disgregazione sociale, con riflessi che colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione italiana: periferie, scuole, sanità pubblica, sicurezza urbana.


    La verità che molti non vogliono dire: la coesistenza è fragile

    I cittadini italiani non si sono “svegliati xenofobi”. Si sono svegliati consapevoli. Dopo trent’anni di accoglienza indiscriminata e integrazione lasciata al caso, iniziano a cogliere i costi di una scelta politica sbagliata: insediamenti etnici, criminalità di strada, ghettizzazione culturale, radicalizzazione.

    Quando il vicino non saluta, il compagno di banco non capisce la lingua, e l’operatore che assiste un genitore anziano non rispetta le norme igieniche o contrattuali, non si genera razzismo, ma esasperazione.


    Conclusione: una cittadinanza fragile produce una società instabile

    È tempo di uscire dalla logica colpevolizzante che vorrebbe ridurre ogni critica all’integrazione a una manifestazione di odio.
    La vera responsabilità è costruire un modello in cui la cittadinanza sia un punto d’arrivo, non un punto di partenza. Dove chi vuole restare, deve dimostrare di voler condividere diritti e doveri. Dove l’accoglienza non è una resa ma una scommessa bilaterale.

    Integrazione o ReImmigrazione: questa è la scelta civile, non ideologica.
    Non è xenofobia. È richiesta di coerenza democratica.

  • Il diritto a restare passa dall’integrazione: l’esempio della Protezione Complementare

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato UE n. 280782895721-36

    Nel sistema attuale della protezione complementare si afferma un principio ormai giuridicamente consolidato: il diritto a restare in Italia è subordinato a un percorso individuale di integrazione, che deve essere dimostrato dal richiedente e sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria.

    Non si tratta più di una mera dichiarazione d’intenti né di un automatismo fondato sulla durata della presenza nel territorio nazionale.

    Al contrario, l’accesso alla protezione complementare richiede una verifica concreta, puntuale, approfondita, del livello effettivo di radicamento personale, familiare e sociale raggiunto dal cittadino straniero. Chi non dimostra di voler appartenere realmente alla comunità nazionale, non può rimanere.

    La giurisprudenza recente: quattro casi, quattro nazionalità, un solo principio

    Le sentenze emesse nel 2025 dal Tribunale Ordinario di Bologna – Sezione Immigrazione costituiscono un importante corpus giurisprudenziale utile a comprendere la direzione in cui si sta muovendo il diritto dell’immigrazione, e confermano in modo uniforme che l’integrazione costituisce condizione giuridica per l’accesso alla protezione.

    • Sentenza R.G. 15841/2023, emessa il 19 maggio 2025: riguarda un cittadino peruviano, il quale ha ottenuto il riconoscimento del diritto al rilascio del permesso per protezione complementare in forza di un radicamento lavorativo e personale ormai consolidato. Il tribunale richiama il principio secondo cui la comparazione tra la situazione in Italia e nel paese d’origine va condotta tenendo conto dell’effettivo inserimento sociale, non solo del lavoro.
    • Sentenza R.G. 12303/2023, emessa il 12 maggio 2025: riconosciuta la protezione complementare a un cittadino marocchino sulla base della sua permanenza pluriennale e del percorso di integrazione svolto, sebbene inizialmente sottovalutato dalla Commissione territoriale. Il giudice sottolinea che non è sufficiente la presenza fisica, ma serve una prova concreta della partecipazione alla vita sociale.
    • Sentenza R.G. 8632/2024, emessa il 28 gennaio 2025: il tribunale riconosce la protezione a un cittadino tunisino con lavoro stabile, buona conoscenza della lingua italiana, e un tessuto relazionale basato su frequentazioni e responsabilità familiari. La sua condizione personale viene valutata in relazione al rischio di sradicamento e deprivazione del diritto alla vita privata e familiare garantito dall’art. 8 CEDU.
    • Sentenza R.G. 8636/2023, emessa il 16 aprile 2025: riguarda una donna albanese, madre e coniuge, priva di occupazione ma stabilmente presente sul territorio e pienamente inserita nella rete scolastica e domestica familiare. Il tribunale valorizza la “vita familiare effettiva” come criterio autonomo e sufficiente, confermando l’orientamento per cui la protezione può essere concessa anche in assenza di requisiti lavorativi se ricorrono condizioni familiari significative.

    La protezione complementare come verifica giudiziale dell’integrazione

    A emergere da queste decisioni è l’immagine di un giudice della protezione che assume il ruolo di valutatore dell’integrazione individuale. Non si limita ad accertare la presenza di elementi formali o l’assenza di pericoli nel paese d’origine: verifica, caso per caso, il grado di inserimento reale del richiedente nel contesto sociale italiano.

    Tale verifica coinvolge:

    • la lingua parlata e compresa;
    • il lavoro svolto (anche irregolare, se sintomatico di autonomia);
    • le relazioni personali e familiari in Italia;
    • la durata della permanenza;
    • la assenza di legami significativi col Paese d’origine.

    Il parametro giuridico non è più l’astratta vulnerabilità, ma la concreta incompatibilità tra l’integrazione raggiunta e l’imposizione di un rimpatrio.

    Integrazione o ReImmigrazione: la nuova frontiera normativa

    La giurisprudenza mostra chiaramente che non si può più rimanere in Italia senza integrarsi. Questo implica una ridefinizione del concetto stesso di “diritto al soggiorno”.
    Non è più sufficiente vivere nel territorio nazionale: è necessario appartenere, secondo criteri valutabili, a una comunità sociale e giuridica.

    È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”:

    • chi percorre volontariamente un cammino di integrazione ha titolo per restare;
    • chi non lo fa o lo rifiuta, deve affrontare un rientro assistito o obbligato nel Paese d’origine.

    Non si tratta di discriminazione, ma di coerenza costituzionale: i diritti possono essere garantiti solo a chi rispetta i doveri fondamentali di partecipazione alla vita comune. L’integrazione non è un’astrazione: è un dovere civile.

    Conclusioni: un diritto condizionato alla responsabilità

    Le sentenze analizzate dimostrano che la protezione complementare, lungi dall’essere una scorciatoia amministrativa, è diventata lo spazio giuridico in cui si valuta la volontà concreta di integrarsi.
    Chi si inserisce, partecipa, rispetta le regole e costruisce legami ha diritto alla protezione.
    Chi non lo fa, non può più invocare una permanenza incondizionata.

  • Trent’anni di (non) integrazione: una lettura alternativa al 30° Rapporto ISMU

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato ID UE 280782895721-36

    Nel marzo 2025 è stato pubblicato il 30° Rapporto sulle Migrazioni della Fondazione ISMU (https://www.ismu.org/convegno-presentazione-30-rapporto-sulle-migrazioni-2024/) , un documento di straordinaria importanza per comprendere l’evoluzione dei flussi migratori e delle politiche di integrazione in Italia.

    Il Rapporto fotografa, con l’abituale rigore statistico, la realtà di un Paese che, da terra di emigrazione, è diventato polo attrattivo per milioni di cittadini stranieri. Ma proprio quella stessa fotografia impone una riflessione critica: a trent’anni dall’inizio dell’“immigrazione di massa”, possiamo davvero parlare di un’integrazione riuscita?

    La risposta, se si osserva la realtà senza paraocchi ideologici, è negativa.

    I dati confermano una presenza radicata e duratura, ma l’integrazione effettiva è rimasta spesso un miraggio.

    Ecco perché oggi è necessario proporre un nuovo paradigma: non più l’integrazione come promessa indefinita e ideologica, ma l’integrazione come dovere misurabile, il cui mancato assolvimento comporta l’alternativa: la ReImmigrazione.

    Il mito della crescita “strutturale”

    Secondo ISMU, al 1° gennaio 2024 gli stranieri regolarmente presenti in Italia erano circa 5,8 milioni, con un aumento netto di oltre 150.000 unità in un solo anno.

    L’analisi evidenzia che l’immigrazione è ormai strutturale, stabile, radicata nei territori.

    Ma ciò che il rapporto non approfondisce – o solo marginalmente – è il grado effettivo di integrazione culturale, civica e linguistica di queste persone.

    Perché se è vero che molti lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, è altrettanto vero che:

    • l’abbandono scolastico tra i minori stranieri è superiore alla media nazionale;
    • i reati in alcune fasce giovanili immigrate sono in crescita;
    • l’uso della lingua italiana in famiglia è spesso marginale anche dopo molti anni;
    • la partecipazione civica, politica e associativa resta bassa.

    L’errore è stato confondere la permanenza con l’integrazione.

    Una lunga storia di rimozione

    Dal 1990 in poi, ogni governo ha affrontato il tema dell’integrazione come emergenza burocratica, non come strategia culturale e istituzionale.

    La legge Turco-Napolitano (L. 40/1998) aveva introdotto il “contratto di soggiorno” e le prime forme di programmazione, ma mancava di obblighi reali. La successiva legge Bossi-Fini (L. 189/2002) ha irrigidito gli ingressi, ma senza dare un senso compiuto all’integrazione. Il “Pacchetto sicurezza” del 2009 e il D.L. 130/2020 (governo Conte II) hanno solo sfiorato il tema.

    Nel frattempo, si è preferito delegare l’integrazione al mondo del volontariato, delle scuole, dei sindaci, delle associazioni. Una politica assente che ha permesso una narrazione tossica: chiunque soggiorni stabilmente sarebbe “integrato” per definizione.

    Ma è proprio questa concezione che ha fallito. È il momento di riscrivere le regole del gioco.

    L’alternativa: integrazione come dovere, ReImmigrazione come conseguenza

    La proposta che porto avanti – anche come avvocato esperto in diritto dell’immigrazione e come lobbista registrato presso l’UE – è chiara: non può esserci integrazione senza criteri oggettivi e obblighi misurabili. L’integrazione non è un’opzione, ma un dovere civile e personale.

    Tre i pilastri:

    1. Lingua: obbligo di raggiungere un livello B1 in italiano entro un triennio.
    2. Lavoro: attività lavorativa regolare e continuativa o comprovata autosufficienza.
    3. Legalità e civismo: nessuna condanna penale, partecipazione ad attività formative o civiche.

    Chi non raggiunge questi obiettivi, nonostante il sostegno pubblico, non può rimanere. Non per punizione, ma per coerenza. Questo è il senso della ReImmigrazione: un ritorno assistito, dignitoso, volontario o accompagnato, per chi rifiuta di integrarsi o ne è strutturalmente incapace.

    Una proposta per riformare l’approccio nazionale

    A trent’anni dal primo Rapporto ISMU, è giunto il tempo di:

    • modificare l’Accordo di Integrazione (art. 4-bis T.U. Immigrazione), rendendolo vincolante e valutato annualmente;
    • creare un Registro nazionale digitale degli adempimenti integrativi, interoperabile con Inps, Inail, Anagrafe e Ministero dell’Interno;
    • prevedere meccanismi di ReImmigrazione, fondati su accordi bilaterali con i Paesi d’origine, mirati e controllati.

    Questo non è estremismo. È buon senso giuridico. È responsabilità democratica. È la sola alternativa a una convivenza imposta e disfunzionale, che produce marginalità, criminalità e insicurezza.

    Conclusione

    Il Rapporto ISMU racconta trent’anni di numeri. Ma l’Italia non ha bisogno solo di dati. Ha bisogno di regole chiare, di responsabilità condivise, di una visione che metta al centro la coerenza tra diritti e doveri.

    L’integrazione può funzionare solo se diventa condizione per la permanenza, non automatismo. E per chi non rispetta questa condizione, deve esistere una via d’uscita ordinata, umana, ma obbligatoria: la ReImmigrazione.

  • Dall’asilo alla selezione: il tramonto dei diritti e la proposta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

    Negli ultimi mesi, l’Europa ha assistito a un irrigidimento delle politiche d’asilo. Austria, Germania, Francia e Italia stanno prendendo in considerazione misure restrittive: limiti alla ricongiunzione familiare, procedure accelerate di respingimento e persino centri offshore. Il riferimento esplicito è al “modello britannico”, poi abbandonato per via degli ostacoli legali e costituzionali. A questo si aggiunge il modello italiano dell’accordo con l’Albania. Ma la vera domanda è: dove stiamo andando?

    1. Il modello britannico e il contagio europeo

    Nel Regno Unito, il “Rwanda Scheme” – che prevedeva la deportazione forzata dei richiedenti asilo verso uno Stato terzo – è stato smantellato dalla Corte Suprema, che lo ha ritenuto contrario al diritto internazionale. Nonostante ciò, molti Paesi europei stanno replicando quell’impostazione: dalla moltiplicazione dei Paesi sicuri ai respingimenti immediati, fino all’esternalizzazione delle domande d’asilo fuori dal territorio UE.

    La Commissione Europea, con il nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, promuove un sistema di rimpatri automatizzati e centri trattenuti di frontiera. Ma le Corti nazionali e la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE hanno già espresso forti riserve.

    2. Le iniziative nei singoli Paesi

    • Austria: sospensione temporanea dei ricongiungimenti familiari per migranti a causa della saturazione del sistema di accoglienza.
    • Germania: proposta di blocco alle ricongiunzioni per beneficiari di protezione sussidiaria.
    • Francia: tentativi di riforma restrittiva, parzialmente annullati dal Consiglio costituzionale.
    • Italia: adozione di misure accelerate e valutazioni su accordi bilaterali (come con l’Albania), in un clima di progressivo svuotamento delle garanzie.

    3. Il problema di fondo: da diritto a utilità

    Il passaggio è evidente: dal diritto soggettivo di chi fugge a un conflitto o a una persecuzione, si passa al criterio della “funzionalità sociale”. Se sei “utile”, puoi restare; altrimenti no. Una logica inaccettabile sul piano costituzionale e pericolosa sul piano sociale.

    La protezione non può essere condizionata da valutazioni economiche, né ridotta a permesso premio per chi produce reddito.

    4. Integrazione o ReImmigrazione: un paradigma necessario

    L’alternativa è il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: un modello che si basa su un patto bilaterale tra migrante e Stato ospitante. Il diritto a rimanere in Europa dovrebbe dipendere da:

    • Apprendimento della lingua e dei principi costituzionali;
    • Rispetto delle norme e delle istituzioni;
    • Dimostrazione concreta di voler partecipare alla vita della comunità.

    Chi non soddisfa questi elementi non va criminalizzato, ma va accompagnato con dignità in un percorso strutturato e ordinato di ritorno nel Paese d’origine. Questa è la ReImmigrazione, come alternativa civile al caos dell’irregolarità o alla rigidità dell’espulsione cieca.

    5. Le restrizioni viste con occhi diversi: il modello Albania come opportunità condizionata

    Non tutte le esternalizzazioni vanno respinte in blocco. Il cosiddetto modello Albania, ad esempio, può rappresentare una soluzione di gestione alternativa, purché rispettosa delle garanzie procedurali, del diritto di difesa e del principio di non-refoulement. L’importante è che sia inserita in un quadro bilaterale chiaro, trasparente e verificabile.

    Tuttavia, senza un sistema interno che favorisca e monitori l’integrazione, e senza un meccanismo di ReImmigrazione ben articolato, simili modelli rischiano di diventare strumenti isolati e iniqui. Non è l’accordo con Tirana ad essere di per sé sbagliato: è l’assenza di una politica strutturale che distingue tra chi si integra e chi rifiuta di farlo, a minare la legittimità complessiva del sistema.

    6. Conclusione: quale futuro per l’asilo?

    Il diritto d’asilo ha senso solo se inserito in un progetto politico coerente, dove accoglienza e doveri si bilanciano. Oggi l’Europa vive una crisi di coerenza, più che una crisi migratoria. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire una bussola giuridica, politica e civile. Non si tratta di chiudere le porte, né di spalancarle senza criterio: si tratta di scegliere chi vuole davvero far parte della nostra comunità, e accompagnare chi non intende farlo verso un ritorno umano, regolato, dignitoso.


    🔗 Fonti utili:


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato – ID Trasparenza UE: 280782895721‑36

  • Quando l’economia ferma le espulsioni: cosa ci insegna il caso USA

    Negli Stati Uniti, nei giorni scorsi, è accaduto qualcosa che merita attenzione.

    L’amministrazione Trump – contrariamente alla linea dura più volte annunciata – ha ordinato una sospensione temporanea dei raid dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) nei luoghi di lavoro. In particolare, la pausa riguarda tre settori strategici: l’agricoltura, la ristorazione e l’industria alberghiera.

    Perché questa inversione di rotta? Non per motivi umanitari. E nemmeno per un cambiamento nella visione della gestione dei flussi migratori. Semplicemente, si è riconosciuto che l’economia americana non può permettersi di perdere quella parte – silenziosa ma indispensabile – di forza lavoro costituita da milioni di immigrati irregolari.

    In altre parole: si bloccano le espulsioni perché “servono braccia”.

    Questo episodio, che si presta a molte letture, rappresenta un caso emblematico dei limiti strutturali del paradigma utilitarista in tema di immigrazione.

    Se l’unico criterio con cui si regola la presenza degli stranieri sul territorio è quello della produttività, si crea un sistema profondamente ipocrita e instabile.

    Da un lato si dichiarano principi di legalità, ordine pubblico e lotta all’immigrazione illegale. Dall’altro, si sospendono i controlli quando queste stesse persone diventano necessarie per far funzionare i campi, le cucine e le reception degli hotel.

    È un doppio standard che mina alla base la coerenza dello Stato di diritto. Perché in questo modo i diritti diventano mobili, temporanei, reversibili. E non si parla solo di diritti dei migranti: si parla del diritto di tutti a vivere in un sistema trasparente, equo, affidabile.

    Il problema, però, non è solo americano. Anche in Europa – e in Italia – si assiste da anni allo stesso fenomeno. A fronte di campagne repressive e normative rigide, si tollera in realtà un’enorme quota di irregolarità “funzionale” al sistema produttivo. Poi, ciclicamente, si aprono finestre di regolarizzazione per sanare ciò che si è volutamente lasciato crescere nell’ombra.

    Questa logica va superata.

    Sul sito www.reimmigrazione.com, ho da tempo proposto un paradigma alternativo: “Integrazione o ReImmigrazione”.

    In altre parole: non si resta in Italia perché si è “utili”, ma perché si è integrati.

    E non si viene rimandati indietro perché “non serviamo più”, ma perché non si rispettano le regole, non ci si radica, non si costruisce un patto con la società ospitante.

    Il lavoro è certamente un elemento fondamentale. Ma da solo non può bastare. Occorre un criterio giuridico, etico e identitario. Integrazione significa lingua, rispetto delle leggi, partecipazione civile.

    E chi non si integra, deve tornare nel proprio Paese, secondo un modello di ReImmigrazione regolato, dignitoso, fondato su scelte consapevoli e non su emergenze o tornaconti elettorali.

    L’episodio americano, per quanto possa apparire distante, ci riguarda da vicino.

    Perché dimostra che il sistema attuale, basato sulla convenienza, è insostenibile.

    E perché rafforza la necessità di una visione nuova, fondata sulla reciprocità e sulla responsabilità.


    Fonti consultate:

    https://www.axios.com/2025/06/12/trump-immigration-enforcement-farms-hotels

    https://www.reuters.com/world/us/us-immigration-officials-told-largely-pause-raids-farms-hotels-nyt-reports-2025-06-14/

    https://www.reuters.com/world/us/us-immigration-officials-told-largely-pause-raids-farms-hotels-nyt-reports-2025-06-14/


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato – ID Registro per la Trasparenza UE: 280782895721-36

  • Il fenomeno “maranza”: denuncia di un sistema allo sbando e necessità di un nuovo paradigma

    1. Descrizione del fenomeno

    Il termine “maranza”, di origine gergale, indica giovani – spesso di seconda generazione con origini nordafricane – che ostentano comportamenti esibizionistici, provocatori e trasgressivi, con tratti ricorrenti come l’uso di linguaggio volgare, l’abbigliamento vistoso e atteggiamenti minacciosi.

    Nel giugno 2025, una serie di episodi verificatisi in diverse città italiane ha riportato con forza l’attenzione su questo fenomeno. Le segnalazioni più preoccupanti provengono da Verona, dove bande di adolescenti hanno lanciato veri e propri appelli allo scontro, invitando allo scontro con gli ultras locali e annunciando nuove “chiamate” per l’11 giugno:

    2. La prova audiovisiva: i video TikTok

    A documentare la gravità del fenomeno vi sono anche video diffusi su TikTok, alcuni dei quali sono stati salvati per uso documentale e giuridico. In particolare:

    • Un video mostra un gruppo di giovani che incita pubblicamente allo scontro con i tifosi scaligeri, urlando slogan di stampo intimidatorio e invocando la violenza fisica.
    • In un secondo video, uno dei partecipanti lancia una minaccia esplicita e diretta: «stavolta veniamo anche per le vostre figlie», con un linguaggio che trascende l’intimidazione e sconfina in una minaccia sessuale di natura collettiva, lesiva della sicurezza pubblica e dei diritti fondamentali.
    • Un terzo filmato riprende scene di esibizione e provocazione ostentata, con toni di sfida e una retorica di occupazione del territorio urbano da parte di un gruppo etnicamente connotato, che rifiuta apertamente le regole della convivenza.

    Questi contenuti, apparentemente “virali”, rivelano in realtà una strategia di costruzione dell’identità attraverso la sfida all’autorità e la glorificazione della forza, in un contesto dove il controllo istituzionale appare completamente assente.

    3. Fallimento del sistema attuale

    3.1. Impunità e risposta inadeguata

    Le autorità si limitano a dichiarazioni generiche e a controlli estemporanei. Nessun presidio stabile, nessuna strategia coordinata. L’effetto? I protagonisti di queste “chiamate” si sentono intoccabili e agiscono in piena luce, davanti a telecamere e passanti.

    3.2. Disintegrazione educativa

    L’assenza di una cultura condivisa e di un’autorità educativa riconosciuta produce individui scollegati dal contesto in cui vivono. La scuola abdica, le famiglie non riescono, i servizi sociali tacciono.

    4. Il ritorno delle ronde: sintomo e non soluzione

    La reazione spontanea di alcuni cittadini, che organizzano ronde nei quartieri o presidiano le stazioni, è l’inevitabile conseguenza di un vuoto istituzionale. Tuttavia, come segnalato anche a Monza:

    questo tipo di risposta è pericolosa e inaccettabile in uno Stato di diritto: rischia di degenerare in giustizia sommaria o scontro etnico.

    5. Serve un nuovo paradigma: integrazione o ReImmigrazione

    Il sistema attuale ha fallito. Serve un paradigma giuridico e politico nuovo, che superi l’ideologia permissiva e affronti i fatti con lucidità:

    • Integrazione come obbligo concreto, verificabile attraverso scuola, lavoro, rispetto delle leggi.
    • ReImmigrazione come conseguenza, per chi viola sistematicamente le regole, rigetta i valori costituzionali, pone in pericolo la sicurezza pubblica o persiste in condotte antisociali.

    Solo così si potrà garantire:

    • Sicurezza per tutti, italiani e stranieri realmente integrati.
    • Dignità alle istituzioni.
    • Responsabilità a chi vive sul territorio.

    6. Conclusione

    Il “maranza” non è folklore urbano, ma manifestazione di un disagio degenerato in minaccia.

    I video parlano chiaro. Le parole usate – minacce, sessismo, inviti allo scontro – sono inaccettabili in un Paese civile. Il tempo delle scuse è finito.

    Ora servono norme chiare, pene certe e un progetto sociale che dica, senza ambiguità: o ci si integra, o si torna indietro.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea
    ID: 280782895721-36

  • Los Angeles sotto assedio: raid generalizzati e crisi migratoria senza strategia

    Quando manca un paradigma capace di coniugare integrazione e ReImmigrazione

    a cura dell’Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36

    La città di Los Angeles è diventata, in questi giorni, l’epicentro di uno scontro durissimo tra autorità federali e istituzioni locali sul tema dell’immigrazione. A partire dal 6 giugno 2025, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), con il supporto operativo di HSI, ATF e DEA, ha lanciato una serie di raid coordinati su larga scala in tutto il territorio metropolitano.

    Non si tratta di operazioni mirate contro singoli soggetti in posizione irregolare. Al contrario: siamo di fronte a retate estese, indiscriminate, condotte in settori economici ad alta densità migrante, come il Fashion District, i magazzini della logistica, i cantieri edili e i centri per il reclutamento giornaliero di manodopera.

    Testimonianze video: la realtà documentata

    Si riportano tre video diffusi su TikTok che documentano l’intensità dei blitz e la militarizzazione del tessuto urbano:


    Il conflitto istituzionale
    Il presidente Trump ha disposto il dispiegamento di 2.000 soldati della National Guard sotto autorità federale, ignorando l’opposizione del governatore Gavin Newsom.
    È uno scontro tra sovranità statale e potere federale che evidenzia l’assenza di una visione strategica comune.


    La crisi di paradigma
    Questi eventi dimostrano l’assenza di un modello migratorio capace di distinguere e decidere:

    chi vuole integrarsi va accompagnato e sostenuto;

    chi rifiuta le regole deve essere riportato nel proprio Paese in modo dignitoso, ma fermo.

    Integrare e rimpatriare non sono opzioni alternative: sono funzioni complementari.
    Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce per dare struttura, direzione e legittimità a questa distinzione, colmando il vuoto attuale che genera confusione nei diritti e abusi nei controlli.


    Un messaggio anche per l’Europa

    L’Unione Europea è a rischio di replicare dinamiche analoghe.

    Senza un quadro normativo capace di combinare responsabilità e garanzie, l’alternativa sarà tra l’abbandono del controllo o la repressione irragionevole.


    Conclusione

    Los Angeles ci consegna un’immagine chiara: dove manca una visione, resta solo il disordine.
    Il modello ReImmigrazione è l’unico in grado di tenere insieme:

    legalità e umanità,

    diritti e doveri,

    accoglienza e fermezza.

  • Attuare davvero l’Accordo di Integrazione: da documento formale a strumento strategico

    di Fabio Loscerbo – lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)

    L’Accordo di integrazione, previsto dall’art. 4-bis del Testo Unico Immigrazione (D.lgs. 286/1998), rappresenta uno dei pochi strumenti normativi che traduce in obblighi reciproci il principio per cui lo straniero che entra in Italia ha il dovere di integrarsi.

    Si tratta, almeno sulla carta, di un patto tra lo Stato e il cittadino straniero che condiziona il rilascio e la permanenza del permesso di soggiorno alla dimostrazione concreta di avvenuta integrazione: lingua italiana, conoscenza delle istituzioni, obblighi fiscali, educazione scolastica dei figli, rispetto della legge.

    Tuttavia, l’esperienza giuridica e la prassi amministrativa dimostrano che questo strumento è rimasto in larga parte inapplicato o utilizzato in modo meramente simbolico. È giunto il momento di cambiare.


    Un meccanismo potenzialmente efficace, mai pienamente attuato

    La logica dell’Accordo è chiara: lo Stato attribuisce inizialmente 16 crediti allo straniero, e si riserva di verificarne l’incremento o la decurtazione nel corso del tempo, sulla base di comportamenti virtuosi o inadempienze.

    A fronte di:

    • condanne penali,
    • mancanza di partecipazione alla formazione civica,
    • evasione fiscale o mancata scolarizzazione dei figli,

    lo straniero può perdere crediti, fino a vedersi dichiarato inadempiente e dunque espellibile.

    Ma in concreto:

    • quanti prefetti avviano effettivamente le verifiche biennali?
    • quante decurtazioni vengono realmente notificate e seguite da conseguenze?
    • quante espulsioni sono motivate da inadempimento all’accordo?

    La risposta è impietosa: pressoché nessuna. L’Accordo è stato trasformato da strumento di politica dell’integrazione a foglio da firmare in Questura.


    L’Accordo deve contenere la clausola della Reimmigrazione

    Se si vuole dare piena attuazione al paradigma “Integrazione o Reimmigrazione”, occorre modificare l’Accordo di integrazione affinché non resti un impegno vuoto, ma diventi un contratto giuridicamente efficace.

    Deve essere chiaramente previsto – in forma esplicita e vincolante – che:

    Il mancato soddisfacimento dei requisiti di integrazione previsti dall’Accordo comporta la Reimmigrazione, cioè il ritorno obbligatorio nel Paese d’origine.

    Non si tratta di una minaccia né di un arbitrio, ma di una clausola di responsabilità: chi entra in Italia accetta consapevolmente un impegno. Se lo onora, diventa parte della comunità. Se lo disattende, decade dal diritto di restare.


    Integrazione come dovere: il cuore del nuovo paradigma

    Nel modello “Integrazione o Reimmigrazione”, l’Accordo di integrazione deve essere il perno dell’intera strategia migratoria.

    Non più un documento simbolico, ma un meccanismo contrattuale periodicamente verificato, fondato su tre pilastri:

    1. Lingua italiana: livello A2 effettivo e certificato.
    2. Lavoro legale e contributivo: segno di autonomia economica.
    3. Rispetto delle regole: fedeltà al patto di convivenza civile.

    Proposte operative per rilanciare l’accordo

    Per dare contenuto e forza all’Accordo, è necessario:

    • inserire la clausola obbligatoria di Reimmigrazione per inadempienza;
    • automatizzare le verifiche biennali e creare un’anagrafe nazionale dei crediti;
    • coinvolgere le istituzioni scolastiche, sanitarie e fiscali nella valutazione dell’integrazione;
    • sospendere il rinnovo del permesso in caso di punteggio insufficiente, salvo casi documentati di forza maggiore;
    • legare il permesso di lungo periodo e la cittadinanza al pieno rispetto dell’Accordo.

    Conclusione: regole chiare per una società coesa

    Attuare davvero l’Accordo di integrazione significa superare la visione emergenziale e passiva dell’immigrazione, per costruire un modello in cui integrazione e responsabilità siano le basi del diritto a restare.

    Lo straniero che firma l’Accordo deve sapere che quel documento non è una formalità, ma un impegno solenne:

    integrare o tornare.

    Solo così l’Italia potrà avere una politica migratoria seria, giusta e sostenibile.

  • Il modello Albania tra critica e realismo: una via concreta per attuare la ReImmigrazione

    di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36)

    La recente decisione della Corte di Cassazione italiana di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione europea due questioni pregiudiziali riguardanti il Protocollo Italia-Albania sui CPR ha acceso nuovamente il dibattito sul cosiddetto modello Albania. Questo schema, pensato per trasferire migranti irregolari e richiedenti asilo in attesa di decisione o rimpatrio in centri situati sul territorio albanese, è stato duramente criticato da alcune forze politiche e da parte del mondo giuridico.

    Ma siamo sicuri che rappresenti un “pericolo per i diritti fondamentali”?

    O potrebbe invece costituire una prima applicazione reale del paradigma della ReImmigrazione?

    Una logica coerente: il ritorno governato dopo il fallimento dell’integrazione

    Non mi oppongo al modello Albania. Al contrario: ne intravedo una possibile funzione di concreta attuazione della ReImmigrazione, intesa come fase terminale di un percorso migratorio fallito, e non come strumento punitivo.

    In un sistema che voglia finalmente superare la dicotomia sterile tra accoglienza illimitata ed espulsione inefficace, è legittimo — anzi necessario — dotarsi di strumenti operativi per accompagnare chi non si è integrato verso un ritorno ordinato e assistito. In quest’ottica, i centri esterni al territorio nazionale possono svolgere un ruolo logistico e funzionale determinante.

    Diritti fondamentali e quadro normativo: sì al modello, ma con adeguamenti

    Detto questo, non possiamo ignorare la necessità di coordinare questo strumento con il nostro ordinamento costituzionale e con il diritto dell’Unione europea.

    Le due questioni sollevate dalla Cassazione non sono di poco conto:

    1. La compatibilità con la Direttiva Rimpatri (2008/115/CE) in assenza di garanzie effettive di ritorno;
    2. La conformità con la Direttiva Accoglienza (2013/33/UE) nei casi di richiedenti asilo trattenuti in Albania senza una piena tutela giurisdizionale.

    Il rischio è che il trasferimento albanese venga usato in modo improprio come prolungamento del trattenimento, senza garanzie sufficienti.

    Occorre quindi, senza ambiguità, rafforzare i meccanismi di controllo giurisdizionale, informazione legale e accesso al ricorso.

    Anche dal punto di vista costituzionale, sarà essenziale chiarire quale autorità italiana mantiene giurisdizione sui centri esteri, e come assicurare che il trattenimento rispetti i limiti dell’art. 13 della Costituzione.

    Uno strumento deterrente, se ben costruito

    Al di là dei rilievi giuridici, l’elemento più spesso ignorato è l’effetto deterrente che questo modello può generare.

    Sapere che un ingresso irregolare può comportare un immediato trasferimento in un centro fuori dal territorio europeo cambia radicalmente la percezione del rischio per chi intende aggirare le regole.

    In questo senso, il modello Albania rappresenta un’inversione di tendenza culturale prima ancora che normativa.

    È un segnale: l’Europa non è più un “non-luogo” dove si resta a prescindere; è una comunità giuridica dove si resta se ci si integra.

    Conclusione: migliorare, non smontare

    Il modello Albania è imperfetto, ma non va demolito.

    È un prototipo operativo di ciò che la ReImmigrazione può diventare: non uno slogan ideologico, ma una struttura concreta, inserita in un quadro bilaterale, rispettosa delle garanzie e funzionale a un ritorno ordinato.

    Va certamente migliorato – sul piano procedurale, giurisdizionale e costituzionale – ma rappresenta una risposta concreta alla paralisi del sistema europeo dei rimpatri.

    Se integrato con un serio obbligo di integrazione e criteri oggettivi per valutare il fallimento di tale percorso, potrebbe diventare uno dei pilastri del nuovo paradigma migratorio: Integrazione o ReImmigrazione.

  • Dagli Stati Uniti un segnale forte: nasce l’Ufficio per la Reimmigrazione. Ma senza Integrazione, che senso ha?

    di Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID: 280782895721-36)

    Il 30 maggio 2025 il sito Axios (https://www.axios.com/2025/05/30/state-department-office-of-remigration-restructure) ha pubblicato una notizia che ha attirato immediatamente la mia attenzione.

    L’amministrazione americana, in vista di una riorganizzazione del Dipartimento di Stato, avrebbe in programma la creazione di un Office of Remigration — un Ufficio per la Reimmigrazione.

    È un passaggio tutt’altro che simbolico: per la prima volta un Paese occidentale utilizza esplicitamente il termine reimmigrazione in un contesto istituzionale.

    Come sostenitore del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, non posso che accogliere con interesse questo sviluppo. Ma allo stesso tempo, non posso fare a meno di sottolineare ciò che manca in questa iniziativa: il riferimento esplicito all’obbligo di integrazione come presupposto e giustificazione della ReImmigrazione stessa.

    Cos’è questo nuovo Ufficio?

    Secondo Axios, l’Ufficio verrebbe istituito all’interno del Bureau of Population, Refugees and Migration, ma con una finalità radicalmente diversa: non più accogliere e reinsediare, ma rimuovere. L’obiettivo è chiaro: coordinare in modo più efficace le espulsioni, facilitare i rimpatri attraverso accordi bilaterali, e riorientare le politiche migratorie verso un equilibrio più sostenibile. È una svolta. Ma è solo metà del discorso.

    La ReImmigrazione senza Integrazione non ha senso

    Da tempo sostengo che parlare di ReImmigrazione ha senso solo se prima si afferma chiaramente che ogni migrante ha un dovere di integrazione: imparare la lingua, rispettare le regole, inserirsi in modo attivo nella società che lo accoglie.

    La ReImmigrazione non è una punizione, ma una conseguenza naturale del fallimento o del rifiuto di questo percorso.

    Se manca questo presupposto – se non si definisce cosa si intende per integrazione, se non si stabilisce un quadro normativo che renda misurabile e verificabile tale obbligo – allora la ReImmigrazione rischia di diventare solo un sinonimo elegante di espulsione. Ed è un rischio che non possiamo correre.

    Un segnale da non ignorare in Europa

    La notizia statunitense arriva in un momento in cui in Europa il dibattito è bloccato: da un lato chi invoca accoglienza illimitata, dall’altro chi grida alla chiusura dei confini.

    Entrambe le posizioni, a mio avviso, sono sterili.

    Serve un terzo paradigma, fondato su un patto chiaro tra straniero e Stato ospitante: accoglienza e diritti in cambio di integrazione e doveri. E se il patto viene meno, si deve poter parlare senza tabù di ritorno.

    L’iniziativa americana dimostra che questo approccio è politicamente possibile. Resta da vedere se sarà giuridicamente sostenibile, culturalmente accettabile, e – soprattutto – coerente. E qui entra in gioco l’Europa.

    Conclusione: non basta copiare, serve una visione

    Non basta importare il termine Remigration negli ordinamenti occidentali. Bisogna costruirci intorno un impianto giuridico coerente, eticamente fondato e politicamente presentabile.

    La ReImmigrazione non può essere un’eccezione alla regola: deve essere parte integrante di un nuovo contratto migratorio, in cui si riconosce che lo straniero ha sì dei diritti, ma anche precisi obblighi. E che se questi vengono disattesi, il ritorno diventa una conseguenza logica e legittima.

    Io continuerò a promuovere questo paradigma con forza, nel dialogo con le istituzioni italiane ed europee, affinché la ReImmigrazione sia finalmente riconosciuta non come una parola scomoda, ma come una necessità giuridica e culturale per garantire equilibrio e futuro alle nostre società.