Mese: aprile 2025

  • Decreto Flussi: un sistema privo di integrazione che alimenta l’immigrazione economica senza regole

    Con i Decreti Flussi 2024–2025 l’Italia si prepara ad accogliere, in soli due anni, oltre 332.450 lavoratori stranieri, ai quali si aggiungeranno ulteriori ingressi “fuori quota” attraverso la conversione dei permessi stagionali in permessi di lavoro subordinato.
    Un numero impressionante, reso ancor più preoccupante dalla totale assenza di qualsiasi vincolo di integrazione.


    Un modello superato e pericoloso

    La logica che governa il sistema dei Decreti Flussi è rimasta la stessa degli ultimi decenni: l’immigrazione è concepita come mera forza lavoro, come una riserva economica da mobilitare secondo le esigenze contingenti del mercato.
    Non si richiede, né si prevede, che chi entra in Italia:

    • conosca la lingua italiana,
    • comprenda le regole fondamentali della convivenza civile,
    • aderisca realmente ai valori della società che lo ospita.

    L’ingresso è subordinato esclusivamente a un’offerta di lavoro. Nessun controllo, nessuna verifica sull’effettiva capacità di integrarsi.
    Così, anno dopo anno, si crea una massa crescente di persone presenti solo in funzione di necessità economiche, senza alcun vero progetto di integrazione.


    Le conseguenze di questa visione economicista

    Questo approccio produce gravi effetti collaterali:

    • Marginalizzazione sociale: chi non si integra resta ai margini della società, alimentando tensioni, disagio e insicurezza.
    • Precarietà: legare il soggiorno unicamente a un rapporto di lavoro crea condizioni di vita instabili, prive di reali prospettive di inclusione.
    • Crisi della coesione sociale: senza un percorso di integrazione reale, si minano le basi stesse della comunità nazionale.

    È evidente che un modello puramente economico dell’immigrazione è destinato a fallire, lasciando macerie sia per i migranti sia per la società ospitante.


    La necessità di un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

    È ora di abbandonare definitivamente questa logica miope e sterile.
    Bisogna adottare un nuovo paradigma:
    Integrazione o ReImmigrazione.

    L’Italia deve:

    • accogliere solo chi è disposto a integrarsi pienamente, lavorando, imparando la lingua e rispettando le regole fondamentali della convivenza civile;
    • accompagnare verso la ReImmigrazione chi rifiuta di integrarsi o si dimostra incompatibile con i valori della nostra società.

    Non si tratta di chiusura.
    Non si tratta di respingimento indiscriminato.
    Si tratta di responsabilità: verso gli italiani, verso gli stranieri che desiderano veramente diventare parte della nostra comunità, verso il futuro del nostro Paese.


    Conclusione: il coraggio di cambiare rotta

    Continuare a gestire l’immigrazione come semplice variabile economica significa tradire sia i diritti dei migranti sia la stabilità sociale italiana.
    L’Italia ha bisogno di una politica migratoria fondata sull’integrazione reale, non su sanatorie continue o flussi incontrollati.

    È tempo di voltare pagina.
    È tempo di scegliere: Integrazione o ReImmigrazione.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista in materia di Migrazione e Asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

  • “Integrazione o ReImmigrazione”: il nuovo paradigma conquista spazio anche nel mondo progressista

    La recente pubblicazione del mio articolo “Integrazione o ReImmigrazione” sulla rivista DuepiùDue (https://www.duepiudue.it/opinioni/integrazione-o-reimmigrazione/), voce vicina agli ambienti progressisti, segna un passaggio fondamentale:
    il nuovo paradigma dell’integrazione entra finalmente nel dibattito serio, superando le paure, i tabù e i filtri del politically correct.


    Quando il progresso accetta la sfida reale

    Per anni si è evitato di affrontare apertamente il tema di una integrazione autentica, temendo di ledere la sensibilità collettiva o di essere etichettati come “restrittivi”.
    Oggi, il fatto che DuepiùDue — un luogo di riflessione attento ai diritti e alla solidarietà — ospiti una riflessione sul nuovo paradigma dimostra che non si può più confinare la questione alla teoria o ai margini del dibattito pubblico.

    Affrontare la realtà non significa abbandonare i valori progressisti, ma renderli concreti.


    Il cuore del nuovo paradigma: diritti e doveri

    Nel mio contributo, ho ribadito con forza che l’integrazione non può più essere vista come un evento automatico o scontato, ma come un percorso concreto, basato su:

    • Inserimento lavorativo stabile,
    • Conoscenza adeguata della lingua italiana,
    • Rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile.

    Chi si integra pienamente, diventa cittadino di fatto nella comunità che lo accoglie.
    Chi invece rifiuta volontariamente tale percorso, dovrà essere indirizzato, con rispetto e dignità, verso la ReImmigrazione.

    Il nuovo paradigma si fonda su un principio semplice: nessun diritto senza responsabilità.


    Un’apertura culturale che cambia il dibattito

    Il fatto che una rivista progressista dia spazio a questa visione è il segnale di una presa di coscienza più matura:
    l’integrazione autentica è l’unica forma di vera inclusione.

    Non si tratta di respingere. Non si tratta di discriminare.
    Si tratta di costruire una società dove chi entra partecipa e chi partecipa ne condivide le regole.

    Solo così si tutelano davvero i valori di uguaglianza, dignità e giustizia sociale che il progressismo ha sempre rivendicato.


    Conclusioni: la fine dei silenzi

    La pubblicazione su DuepiùDue dimostra che il nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” ha ormai superato il confine della discussione teorica:
    è diventato un’opzione concreta, una necessità culturale e politica.

    L’epoca dei silenzi, delle paure e dei compromessi verbali è finita.
    È iniziato il tempo della chiarezza, della responsabilità e della costruzione di una società dove diritti e doveri camminano insieme.


    Avv. Fabio Loscerbo
    Lobbista in materia di Migrazione e Asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

    • Rimpatriare tutti gli stranieri irregolari? Un’impresa da 800 anni (anche con i centri in Albania), ma con il nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” sarà più facile rimpatriare chi fallisce l’integrazione o chi non è compatibile con la società italiana

      Ogni volta che si parla di immigrazione, prima o poi salta fuori la stessa proposta: “Rimpatriamo tutti gli irregolari”.

      Un’affermazione che suona forte, decisa, a tratti anche rassicurante per chi crede che il problema si possa risolvere con un semplice biglietto di sola andata.

      Ma la domanda vera è un’altra: è davvero possibile?

      Per capirlo, dobbiamo partire dai numeri.

      Secondo la Fondazione ISMU, al 1° gennaio 2024, in Italia erano presenti circa 321.000 stranieri irregolari (Fonte:
      https://anci.lombardia.it/dettaglio-news/20252191028-rapporto-sulle-migrazioni-ismu-presentata-la-trentesima-edizione/ ).

      Un numero in calo rispetto agli anni precedenti, anche grazie alla conclusione delle sanatorie e alla diminuzione degli sbarchi.

      Fin qui tutto chiaro.

      Ma quanti di questi irregolari vengono effettivamente espulsi ogni anno?

      I dati parlano chiaro: nel 2024 sono stati rimpatriati 5.389 cittadini stranieri (Fonte:
      https://www.facebook.com/Viminale.MinisteroInterno/photos/sono-5389-i-cittadini-stranieri-rimpatriati-nel-loro-paese-dorigine-nel-2024-un-/558583753818776/).

      Sembra un buon risultato, ma lo è davvero?

      Consideriamo anche che ogni anno, tra sbarchi e ingressi irregolari via terra o per scadenza dei documenti, arrivano in media almeno 5.000 nuovi irregolari.

      Se il ritmo dei rimpatri resta quello attuale, il saldo netto è di appena 389 persone in meno ogni anno.

      Facendo un rapido calcolo:
      321.000 / 389 = circa 825 anni.

      Hai letto bene: più di otto secoli per azzerare la presenza di irregolari, sempre che nel frattempo nessun altro arrivi in Italia senza documenti validi.

      Se anche ipotizzassimo flussi completamente fermi, e mantenessimo i 5.389 rimpatri annui, ci vorrebbero comunque quasi 60 anni.

      A tutto questo si aggiungono le ben note difficoltà operative: identificazione dei soggetti, mancanza di documenti, assenza di accordi bilaterali con i paesi di origine, costi elevati e una macchina burocratica spesso lenta e inefficiente.
      E infatti, secondo ActionAid, dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio nel 2023 è stato eseguito solo il 10% degli ordini di espulsione (Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/10/25/dai-cpr-rimpatriati-solo-il-10-dei-migranti-con-ordine-di-espulsione_9b76ea57-1cff-4359-8450-7ef5ee04829b.html )

      E i nuovi CPR in Albania?

      Con il Protocollo firmato tra Italia e Albania, il governo ha annunciato la creazione di strutture extraterritoriali italiane in territorio albanese, con la possibilità di trattenere fino a 3.000 migranti contemporaneamente (Fonte:
      https://i2.res.24o.it/pdf2010/S24/Documenti/2024/11/14/AllegatiPDF/PROTOCOLLO-ITALIA-ALBANIA-in-materia-migratoria%20GRIGIO.pdf ).

      In teoria, quindi, si ampliano gli spazi e la logistica, ma da sola questa misura non risolve l’enigma del rimpatrio.

      Il Consiglio dei Ministri ha approvato a marzo 2025 un decreto per destinare quei centri anche ai migranti presenti nei CPR italiani in attesa di espulsione (Fonte:
      https://lespresso.it/c/politica/2025/3/28/governo-meloni-cpr-albania-consiglio-dei-ministri/53512

      Ma l’efficacia è ancora tutta da verificare.

      Perché allora il nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può davvero fare la differenza?

      La risposta è semplice: perché lo attuiamo attraverso la procedura della protezione complementare.

      Questa procedura prevede che lo straniero consegni il passaporto alla Questura al momento della domanda.

      Un elemento che può sembrare secondario, ma che in realtà è fondamentale: con il passaporto già in mano, lo Stato può eseguire rapidamente ed efficacemente il rimpatrio di chi fallisce il percorso di integrazione o si rende incompatibile con i principi della convivenza civile.

      Non solo. Questo paradigma ribalta la logica attuale.

      Oggi si parte da un’assenza di controllo, da una situazione di irregolarità a tempo indeterminato.

      Con “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, l’immigrazione è condizionata: lavoro, lingua italiana, rispetto delle regole. Chi si integra, resta. Chi non si integra, torna.

      È la prima volta che in Italia si propone un modello di permanenza fondato su criteri chiari e verificabili.

      Un sistema che non si limita a tollerare la presenza dello straniero, ma la condiziona a un effettivo percorso di integrazione, misurato su elementi oggettivi: il lavoro, la lingua, il rispetto delle regole.

      Non più una permanenza passiva e indefinita, ma un soggiorno attivo e responsabilizzante, che restituisce allo Stato la possibilità di gestire l’immigrazione in modo ordinato, trasparente e sostenibile.

      Conclusione

      I numeri parlano chiaro: rimpatriare tutti gli irregolari è un obiettivo impossibile, almeno con gli strumenti attuali.

      Ma questo non significa che dobbiamo rassegnarci all’anarchia migratoria. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” apre una nuova strada, giuridicamente fondata, tecnicamente praticabile, politicamente realistica.

      Una strada che può finalmente conciliare accoglienza e sovranità, diritti e sicurezza.

      Avv. Fabio Loscerbo
      Lobbista in materia di Migrazione e Asilo
      Registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

    • Remigrazione è futile. Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione

      Ho scelto con attenzione le parole che accompagnano lo slogan del mio sito. “Remigrazione è futile. Serve un nuovo paradigma: Integrazione o ReImmigrazione” non è una provocazione, né una presa di distanza ideologica da chi propone la “remigrazione” come soluzione.
      Non è nemmeno una critica nel senso polemico del termine.
      Al contrario, vuole essere un invito alla riflessione, rivolto anche a quegli ambienti che in buona fede, e spesso per reazione a un’immigrazione mal gestita, hanno fatto della remigrazione il fulcro del loro approccio.

      Io credo che il problema sia a monte: sta nel modo in cui abbiamo concepito e raccontato l’immigrazione negli ultimi trent’anni. L’abbiamo letta quasi esclusivamente in termini economicisti, come se lo straniero potesse essere accolto solo se “serve” al mercato. Lo abbiamo ridotto a forza lavoro, a numeri da calcolare in base al PIL, ignorando che prima ancora dell’utilità, viene la compatibilità sociale, il senso di appartenenza, la capacità di vivere insieme secondo regole comuni.

      Ed è qui che il concetto di ReImmigrazione si distingue e si propone come nuovo paradigma.
      Non come alternativa alla remigrazione, ma come suo superamento civile, strutturato, regolato.
      Un modello che non respinge per principio, ma che accoglie chi si integra e prevede il ritorno per chi rifiuta di farlo.
      Un modello che non si fonda sull’identità etnica o religiosa, ma sulla volontà di condivisione, sul rispetto della lingua, delle leggi, della convivenza.

      Perché “remigrazione è futile”

      Quando dico che la remigrazione è “futile”, non voglio dire che sia sbagliata nelle intenzioni.
      Molti che la invocano lo fanno mossi da un’esigenza legittima: ristabilire ordine, tutelare la coesione sociale, arginare gli abusi.
      Il punto è che, nella forma in cui viene proposta, non è attuabile. Non tiene conto della realtà giuridica, dei legami familiari e lavorativi creati nel tempo, delle tutele costituzionali e internazionali. Non risolve il problema, lo sposta.

      Per questo la considero futile: perché è una risposta che non regge alla prova dei fatti, e perché rischia di rimanere confinata in un orizzonte di reazione, anziché aprire a una visione di sistema.

      ReImmigrazione: una proposta per chi vuole davvero cambiare

      Il mio invito è semplice, e rivolto a tutti, anche — e forse soprattutto — a chi oggi sostiene la necessità della remigrazione: cambiamo insieme il paradigma.
      Se vogliamo che l’immigrazione diventi finalmente gestibile e sostenibile, dobbiamo costruire regole chiare, basate su responsabilità reciproche, non su automatismi o ideologie.

      Chi si integra, resta.
      Chi non si integra, torna.

      Questo è il cuore del principio di ReImmigrazione. Non è un espediente ideologico, non è una teoria astratta. È una proposta pragmatica, fondata sul rispetto dei diritti, ma anche sulla tutela della comunità nazionale.

      L’integrazione deve tornare ad essere il centro della politica migratoria, non un effetto collaterale.
      Solo così possiamo superare l’approccio economicista, affrontare il nodo culturale, e ricostruire un patto civico tra cittadini italiani e stranieri.

      La remigrazione come unica risposta è sterile.
      La ReImmigrazione, invece, è una visione strutturata, che riconosce la complessità, ma non si arrende al caos.

      È tempo di scegliere.
      Non tra destra e sinistra, non tra chi accoglie tutto e chi espelle tutto.
      Ma tra chi vuole gestire con serietà, e chi si limita a denunciare.
      Io scelgo la responsabilità.

      Integrazione o ReImmigrazione. È da qui che possiamo ricominciare.

      Avv. Fabio Loscerbo
      Lobbista in materia di Migrazione e Asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36

    • Remigrazione o integrazione? Il caso Fersina e la necessità di un nuovo paradigma

      di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID: 280782895721-36


      Il fatto

      Nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2025 (https://www.ildolomiti.it/cronaca/2025/remigrazione-subito-blitz-notturno-di-casapound-alla-residenza-fersina-attaccato-uno-striscione-allingresso-non-vogliamo-ne-accoglienza-diffusa-ne-accentrata ) , militanti di CasaPound hanno affisso uno striscione con la scritta “Remigrazione subito” all’ingresso della Residenza Fersina di Trento, struttura che ospita richiedenti asilo.

      L’azione è stata motivata da recenti episodi di tensione all’interno della struttura, tra cui l’incendio doloso di alcuni bidoni. CasaPound ha dichiarato di non volere né accoglienza diffusa né accentrata, ma l’emigrazione totale e senza compromessi di tutti gli immigrati irregolari presenti sul territorio.


      La risposta: il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”

      Di fronte a queste polarizzazioni, è necessario proporre un approccio razionale e costruttivo. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si fonda su due pilastri:

      1. Integrazione: per chi dimostra un effettivo radicamento nel tessuto sociale italiano attraverso lavoro, rispetto delle leggi e partecipazione alla vita comunitaria.
      2. ReImmigrazione: per coloro che, pur avendo avuto l’opportunità di integrarsi, scelgono di non rispettare le regole fondamentali della convivenza civile.

      Conclusioni

      Il caso della Residenza Fersina evidenzia la necessità di superare le dicotomie ideologiche e adottare un modello di gestione dell’immigrazione basato su criteri oggettivi e verificabili. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” offre una soluzione equilibrata, che tutela i diritti individuali e garantisce la sicurezza e la coesione sociale.


      Avv. Fabio Loscerbo
      Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36
      www.reimmigrazione.com

      • Il valore della protezione complementare nel nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”A proposito della sentenza del Tribunale di Bologna, R.G. 9465/2024, del 14 aprile 2025

        di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID: 280782895721-36


        Introduzione

        La sentenza n. 935/2025 del Tribunale Ordinario di Bologna (R.G. 9465/2024), emessa in data 14 aprile 2025, costituisce una tappa fondamentale nel processo di consolidamento della protezione complementare come strumento di attuazione del nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La pronuncia, emessa dalla Sezione specializzata in materia di immigrazione, ha riconosciuto il diritto al rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale, valorizzando il radicamento effettivo della ricorrente sul territorio nazionale.


        Un paradigma per la gestione razionale dei flussi migratori

        “Integrazione o ReImmigrazione” non è uno slogan, ma una proposta strutturale per riformulare l’intero approccio alle politiche migratorie. L’integrazione, fondata su lavoro, lingua e rispetto delle regole, deve costituire il perno attorno al quale ruotano tutte le forme di protezione. La sentenza in commento dimostra come la protezione complementare possa e debba essere applicata in funzione di un concreto inserimento dello straniero nella società italiana, nonché quale alternativa giuridica praticabile a fronte dell’assenza di requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria.


        Il caso deciso dal Tribunale di Bologna

        La ricorrente, cittadina albanese, aveva visto rigettata dalla Questura di Modena la propria domanda di protezione speciale. Il Collegio giudicante ha invece riconosciuto, sulla base di una valutazione attuale e approfondita, il diritto al rilascio del permesso, rilevando come:

        • la ricorrente abbia stabilmente radicato la propria vita in Italia da circa otto anni;
        • abbia intrapreso e mantenuto un’attività lavorativa regolare, con contratto a tempo indeterminato;
        • conviva con un partner titolare di protezione speciale, condividendo un vincolo affettivo stabile e duraturo;
        • abbia una condotta attuale conforme alla legge, con un percorso di progressiva integrazione anche economica.

        Il Tribunale ha ritenuto, in applicazione dell’art. 19, co. 1.1, TUI e dei principi elaborati dalla Corte EDU (in primis art. 8 CEDU), che l’allontanamento della ricorrente avrebbe comportato una lesione grave e ingiustificata della sua vita privata e familiare.


        La protezione complementare come leva di civiltà giuridica

        Ciò che emerge con chiarezza è che la protezione complementare – nell’interpretazione datane dal Tribunale – rappresenta un meccanismo di bilanciamento tra le esigenze dello Stato e i diritti individuali dello straniero effettivamente integrato. Non si tratta di una concessione di favore, ma di un diritto soggettivo fondato su una rete di norme costituzionali, europee e internazionali.

        La sentenza riconosce che, quanto maggiore è il grado di radicamento in Italia, tanto più elevato è il rischio che un’espulsione provochi una violazione grave dei diritti fondamentali della persona, come chiarito anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Sent. n. 24413/2021).


        Conclusioni

        La decisione del Tribunale di Bologna costituisce un esempio virtuoso dell’applicazione coerente e teleologica della protezione complementare. Essa dimostra come tale strumento non solo garantisca una tutela efficace dei diritti umani, ma contribuisca anche alla stabilità sociale e alla coesione del territorio.

        È su questi casi che si deve costruire una nuova visione delle politiche migratorie: una visione che abbandona la logica emergenziale e premiale, e che si fonda invece sul principio di responsabilità e reciprocità. “Integrazione o ReImmigrazione” significa riconoscere i diritti a chi dimostra di rispettare le regole e voler essere parte attiva della comunità nazionale. La protezione complementare, in questo quadro, diventa uno strumento chiave per attuare il paradigma.


        Avv. Fabio Loscerbo
        Lobbista in materia di migrazione e asilo registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID: 280782895721-36
        www.reimmigrazione.com

      • Il Remigration Summit di Milano e la sfida di un nuovo paradigma: integrazione o ReImmigrazione


        Il Remigration Summit di Milano e la sfida di un nuovo paradigma: integrazione o ReImmigrazione

        di Avv. Fabio Loscerbo

        Il prossimo 17 maggio 2025, Milano potrebbe ospitare il primo “Remigration Summit” europeo, un incontro promosso da attivisti e movimenti dell’area identitaria e nazionalista. L’iniziativa ha generato un vivace dibattito pubblico, con reazioni forti da parte delle istituzioni, in primis il sindaco Beppe Sala (fonte: https://www.milanotoday.it/politica/sala-remigration-summit-raduno-estrema-destra.html ), che ha annunciato la volontà di richiederne l’annullamento al prefetto e al questore. L’opinione pubblica è divisa: c’è chi lo considera un evento da vietare in nome dell’antifascismo e dei valori costituzionali, e chi lo difende come espressione di libertà di pensiero, pur non condividendone i contenuti.

        Al di là della legittimità o meno del raduno, la vicenda rende evidente un nodo che non può più essere rimosso: l’assenza di un paradigma chiaro e condiviso sul tema dell’immigrazione. Ed è proprio qui che trova spazio il modello “Integrazione o ReImmigrazione”, un approccio razionale e civile che si propone come alternativa tanto agli estremismi identitari quanto all’accoglienza incondizionata.

        La remigrazione forzata non è la soluzione, ma l’immobilismo lo è ancor meno

        Il concetto di “remigrazione”, inteso come rimpatrio collettivo e indiscriminato degli stranieri, compresi i regolari e i loro discendenti, non è compatibile con l’ordinamento democratico e con i diritti fondamentali. Tuttavia, l’alternativa non può essere il mantenimento dello status quo, fatto spesso di irregolarità cronica, esclusione sociale, lavoro nero e frattura culturale.

        Occorre uscire dalla dialettica binaria “razzismo vs. accoglienza totale” e riconoscere che una società giusta si costruisce sulla base di doveri condivisi. In questo senso, la permanenza stabile sul territorio deve poggiare su un percorso chiaro di integrazione.

        Tre pilastri per restare: lavoro, lingua, rispetto delle regole

        Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non propone soluzioni drastiche né respingimenti ideologici, ma un patto civile: chi sceglie di vivere in Italia deve integrarsi. E l’integrazione non è un sentimento, ma un processo concreto, misurabile e bilanciato su tre assi portanti:

        1. Lavoro come forma di dignità e partecipazione;
        2. Lingua come strumento di cittadinanza attiva;
        3. Rispetto delle regole come base della convivenza democratica.

        Chi si integra, contribuisce, partecipa, ha diritto a rimanere. Chi rifiuta consapevolmente questo processo – e quindi si auto-esclude – potrà essere oggetto, nei limiti delle norme nazionali e internazionali, di una valutazione per il rientro assistito e dignitoso nel Paese d’origine: questo è il senso del termine ReImmigrazione.

        Un vuoto da colmare con idee, non con divieti

        La proposta di un Remigration Summit, per quanto divisiva, ha avuto un merito: ha riportato l’attenzione sul tema dell’integrazione. La reazione istituzionale è stata netta, ma al di là dei divieti o delle concessioni, ciò che manca nel dibattito è una proposta strutturata, realistica e giuridicamente sostenibile per governare il fenomeno migratorio.

        “Integrazione o ReImmigrazione” non è una provocazione, ma una visione costruttiva che rifiuta tanto l’odio quanto il buonismo sterile. È tempo di ridefinire i criteri della cittadinanza sostanziale, partendo dalla responsabilità di ciascuno, italiano o straniero, nella costruzione di un tessuto sociale coeso.

        Conclusione

        Milano si conferma ancora una volta terreno di confronto simbolico sui grandi temi sociali. La sfida non è impedire o consentire un evento, ma proporre un’alternativa culturale credibile, che non si nasconda dietro l’emotività né si lasci trascinare dalla radicalizzazione.

        Integrazione o ReImmigrazione è il paradigma per affrontare il futuro dell’immigrazione con coraggio, razionalità e coerenza. Perché i diritti non possono esistere senza doveri, e nessuna società può resistere senza un progetto comune.


        Avv. Fabio Loscerbo

      • ReImmigrazione non è Remigrazione: serve chiarezza

        ReImmigrazione non è Remigrazione: serve chiarezza

        Nel dibattito pubblico recente, sempre più spesso sentiamo parlare di “remigrazione”.

        Il termine è ormai associato a proposte radicali e identitarie, promosse da ambienti politici estremisti che lo utilizzano come parola d’ordine per invocare espulsioni generalizzate e ritorni forzati nei paesi d’origine.

        In questo contesto, può nascere confusione con il concetto di ReImmigrazione, che tuttavia ha un significato completamente diverso, tanto nella forma quanto nella sostanza.

        ReImmigrazione, con la “I” maiuscola, è parte di un nuovo paradigma, riformista e civile, che ho chiamato “Integrazione o ReImmigrazione”.

        In questa visione, non si parla di deportazioni né di discriminazioni etniche, ma di responsabilità. L’idea è semplice e fondata su un principio di equità: il diritto a restare in un Paese deve essere legato all’impegno concreto a far parte della comunità che accoglie.

        L’integrazione non può essere una possibilità facoltativa o lasciata al caso. Deve essere un percorso, un dovere reciproco.

        Il sistema attuale si limita spesso a valutare la permanenza dello straniero sulla base della sua capacità lavorativa, senza chiedere altro. Non è previsto alcun obbligo effettivo di integrazione linguistica, culturale o normativa. Questo approccio, oltre a essere insufficiente, rischia di produrre isolamento sociale, ghettizzazione e sfiducia collettiva.

        In questo contesto, la ReImmigrazione non rappresenta un atto punitivo, ma l’esito naturale e regolato di un percorso che non si è compiuto. Se una persona rifiuta in modo sistematico di integrarsi – non impara la lingua, non rispetta le regole, non entra in relazione con la società ospitante – allora è legittimo e giusto che lo Stato si interroghi sul senso della sua permanenza. ReImmigrazione è, quindi, una forma di coerenza civica, non un gesto ideologico.

        Per questo è importante non confondere i due termini. “Remigrazione” è una parola che ha assunto connotazioni rigide, legate a visioni politiche chiuse, spesso estranee alla cultura democratica. “ReImmigrazione”, invece, nasce all’interno di una proposta riformista che vuole superare tanto l’accoglienza incondizionata quanto il rigetto indiscriminato. Propone una terza via: quella dell’equilibrio tra diritti e doveri, tra accoglienza e appartenenza.

        È tempo di restituire serietà e profondità al linguaggio dell’immigrazione. Ed è tempo di affermare con chiarezza che ReImmigrazione non è esclusione etnica, ma responsabilità condivisa. Non serve per dividere, ma per costruire, su basi giuste, la convivenza di domani.


        Avv. Fabio Loscerbo

      • ReImmigrazione non è esclusione etnica, ma coerenza civica

        Nel suo articolo del 24 febbraio 2025, intitolato “REmigrazione, il nuovo mantra della destra estremista” (https://www.cronachediordinariorazzismo.org/remigrazione-il-nuovo-mantra-della-destra-estremista/), il sito Cronache di ordinario razzismo propone una lettura ideologicamente orientata del concetto di ReImmigrazione, associandolo in blocco all’estrema destra, alla xenofobia e alla cosiddetta “teoria della sostituzione etnica”.

        Una narrazione che risulta non solo fuorviante, ma profondamente miope rispetto al dibattito serio e riformista che si sta aprendo in Italia e in Europa.

        Il termine ReImmigrazione, come utilizzato nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, non ha nulla a che vedere con forme discriminatorie o visioni identitarie.

        Al contrario, si inserisce in un modello di coesione sociale e civica, che parte da un presupposto essenziale: non può esistere un diritto alla permanenza senza un dovere all’integrazione.

        Ciò che l’articolo di Cronache di ordinario razzismo ignora deliberatamente è che l’attuale sistema migratorio italiano si fonda su una logica puramente economicista, che lega la legittimità della permanenza quasi esclusivamente alla presenza di un lavoro.

        In questo modello, manca completamente una previsione di obbligo all’integrazione, intesa come adesione linguistica, culturale e normativa alla società che accoglie.

        La ReImmigrazione proposta nel paradigma è l’antitesi del respingimento cieco: non è espulsione etnica, non è deportazione, non è uso politico della paura.

        È, invece, la conseguenza ordinata e residuale del mancato rispetto del patto di integrazione. È lo strumento attraverso cui lo Stato può ristabilire equilibrio tra diritti e doveri, in coerenza con il principio che ogni comunità democratica ha il diritto di preservare coesione, sicurezza e inclusione reale.

        L’articolo contesta la ReImmigrazione in quanto “slogan normalizzante”, ma ignora che in molti Paesi europei esistono già politiche di rimpatrio volontario assistito, di rientro monitorato, e perfino di decadenza di permesso per chi rifiuta sistematicamente ogni forma di inserimento.

        Non si tratta di pratiche discriminatorie, bensì di politiche pubbliche legittime, adottate in contesti democratici e spesso sostenute da agenzie internazionali.

        Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione è esattamente questo: una terza via, lontana dall’estremismo repressivo quanto dal permissivismo passivo. Una visione fondata su valori repubblicani, dove l’integrazione non è concessione ma responsabilità. E dove la ReImmigrazione non è mai un obiettivo, ma una conseguenza residuale e necessaria nei casi in cui l’integrazione venga volontariamente rifiutata.

          Continuare a demonizzare ogni proposta che preveda limiti alla permanenza significa rinunciare al principio di reciprocità, alimentare ghettizzazione e sfiducia sociale, e abbandonare l’idea stessa di integrazione come processo bilaterale.

          La ReImmigrazione non è un “mantra estremista”, ma un concetto riformista, civile e costituzionalmente fondato, che restituisce equilibrio e serietà al dibattito migratorio.

          Avv. Fabio Loscerbo

        • “ReImigrazione”: non una sconfitta etica, ma un principio di responsabilità civile

          Nel suo recente articolo intitolato “Remigrazione, la parola che certifica una sconfitta etica” (https://www.avvenire.it/attualita/pagine/remigrazione-la-parola-che-certifica-una-sconfitta-etica ), il quotidiano Avvenire propone una lettura fortemente critica – e a tratti ideologica – del concetto di ReImigrazione, associandolo in modo semplicistico a derive estreme, a pratiche disumane e a scenari da deportazione forzata.

          Una lettura che, tuttavia, ignora deliberatamente la possibilità di considerare la ReImigrazione come uno strumento legittimo, ordinato e coerente di politica pubblica, inserito in una visione più ampia di gestione del fenomeno migratorio.

          Chi scrive ha sviluppato e promosso un paradigma alternativo e profondamente civico chiamato “Integrazione o ReImmigrazione”, che si fonda su tre pilastri chiari: lavoro, lingua e rispetto delle regole.

          Secondo questo approccio, chi dimostra di integrarsi nel tessuto sociale, culturale e normativo del Paese ospitante ha pieno diritto a restare.

          Ma, al tempo stesso, non può esistere un diritto automatico e incondizionato alla permanenza per chi rifiuta sistematicamente di integrarsi.

          Questo non ha nulla a che vedere con deportazioni, catene, repressioni o discriminazioni.

          Si tratta, invece, di una visione di equilibrio tra diritti e doveri, in linea con le migliori tradizioni democratiche e costituzionali europee.

          Parlare di ReImigrazione non significa adottare un linguaggio autoritario, ma riconoscere che la permanenza in uno Stato non può prescindere da una forma minima di appartenenza attiva e responsabile.

          L’articolo di Avvenire commette un errore fondamentale: quello di leggere la ReImigrazione esclusivamente attraverso la lente deformante della storia più oscura del Novecento o delle odierne derive estremiste, senza considerare che esistono forme giuridicamente legittime e moralmente giustificate di ritorno assistito e volontario, attivate in tutto il mondo da governi democratici, organizzazioni internazionali e perfino associazioni umanitarie.

          C’è una differenza profonda tra chi invoca la ReImigrazione come strumento di “pulizia etnica” e chi, come nel paradigma Integrazione o ReImmigrazione, la propone come conseguenza logica del fallimento (o del rifiuto) dell’integrazione, sempre nel rispetto della dignità umana e dei principi dello Stato di diritto.

          Inoltre, l’idea che la ReImigrazione rappresenti una “sconfitta etica” è fuorviante: la vera sconfitta etica è tollerare passivamente il degrado dell’integrazione, l’illegalità diffusa, le sacche di isolamento culturale, senza avere il coraggio di dire che l’immigrazione non è un fatto neutro, ma una sfida che richiede reciprocità.

          La ReImigrazione non nega i diritti; riconosce i limiti dell’accoglienza in assenza di doveri.

          E infine, è un errore anche sul piano linguistico. Come ricordato dallo stesso Avvenire, il verbo “remigrare” è attestato già nel Cinquecento con il significato neutro di “tornare al luogo d’origine”.

          Non è la parola in sé ad essere violenta: è l’uso politico e il contesto applicativo a determinarne il valore. Ed è qui che sta la responsabilità della classe dirigente, non nel censurare un termine, ma nel orientarne correttamente il significato e le implicazioni operative.

          In conclusione, chi liquida la ReImigrazione come “inaccettabile” rinuncia a pensare in modo realistico, riformista e giusto il fenomeno migratorio.

          Occorre invece uscire dalla logica dei tabù e iniziare a costruire un modello fondato sulla integrazione come dovere e sulla ReImigrazione come conseguenza residuale e regolata, nel caso in cui l’integrazione venga rifiutata.

          Non è una sconfitta etica. È una scelta di responsabilità politica e di coerenza sociale.

          Avv. Fabio Loscerbo

        • “Integrazione o ReImmigrazione”: il paradigma entra nel dibattito riformista

          È stato recentemente pubblicato sulla rivista DuepiùDue.it il mio contributo dedicato al nuovo paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il testo è disponibile a questo link: https://www.duepiudue.it/opinioni/integrazione-o-reimmigrazione/.

          Si tratta di un passaggio importante per il percorso di diffusione di questa proposta. DuepiùDue.it non è infatti una testata qualsiasi, ma uno spazio di riflessione serio e approfondito, che raccoglie voci provenienti da un’area culturale liberale, progressista e riformista.

          È una rivista che si distingue per l’apertura intellettuale, la capacità di analisi e l’indipendenza di giudizio, lontana da slogan ideologici o derive semplificatorie.

          Che proprio in questo contesto sia stato accolto e pubblicato un articolo sul paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” è un segnale che il dibattito sull’immigrazione può finalmente uscire dalle contrapposizioni sterili e ideologiche, per approdare a una riflessione più ampia, responsabile e razionale.

          Significa che esiste uno spazio pubblico disposto a confrontarsi su proposte che mettono al centro la coerenza delle politiche migratorie, il rispetto dei diritti ma anche dei doveri, e il ruolo decisivo dell’integrazione come strumento di stabilità sociale.

          Il paradigma che propongo si fonda sull’idea che l’integrazione non sia una scelta facoltativa, ma un percorso obbligato, basato sulla partecipazione attiva alla vita del Paese ospitante.

          Chi si integra, dimostrando volontà e capacità di inserirsi pienamente nella società, ha diritto di restare.

          Chi invece rifiuta sistematicamente ogni forma di integrazione, compromette il patto implicito che sta alla base della convivenza civile. Da qui il principio della ReImmigrazione, inteso non come punizione, ma come logica conseguenza di una mancata adesione a un progetto di coesistenza fondato su regole condivise.

          L’apertura dimostrata da DuepiùDue.it nell’ospitare questo confronto è un passo significativo.

          Significa che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può trovare ascolto anche tra coloro che non provengono dai tradizionali ambiti del dibattito sull’immigrazione, ma che condividono la necessità di una visione nuova, capace di tenere insieme inclusione, responsabilità e sostenibilità.

          Proprio perché lontano da derive populiste o semplificazioni repressive, questo approccio può parlare a tutti coloro che vogliono un’Italia capace di accogliere, ma anche di chiedere. Capace di offrire opportunità, ma anche di pretendere rispetto.

          In questo senso, la pubblicazione su DuepiùDue.it non è solo un riconoscimento, ma anche un invito a portare avanti questa proposta con ancora maggiore convinzione.

          Il mio auspicio è che si possa continuare su questa strada: portare il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” dentro il dibattito pubblico, nelle aule parlamentari, nei consigli comunali, nei luoghi della formazione e della cultura.

          Perché l’Italia ha bisogno di un nuovo patto sociale sull’immigrazione, e questo patto può nascere solo se si ha il coraggio di cambiare prospettiva.

          Avv. Fabio Loscerbo

        • La protezione complementare come strumento per attuare il paradigma “integrazione o reimmigrazione”

          Nel dibattito giuridico e politico sull’immigrazione, la protezione complementare – disciplinata principalmente dall’art. 19 del Testo Unico Immigrazione – rappresenta una delle vie più coerenti per garantire non solo tutela, ma anche un percorso effettivo e misurabile di integrazione per lo straniero che intende stabilirsi regolarmente in Italia.

          Due recenti pronunce di merito – una del Tribunale di Torino (sentenza del 28 marzo 2025, R.G. n. 12437/2024) e una del Tribunale di Bologna (sentenza del 30 marzo 2025, R.G. n. 8654/2024) – offrono uno spunto importante per comprendere come questa forma di protezione possa rappresentare l’applicazione concreta del paradigma da me proposto: “integrazione o reimmigrazione”.

          Nel caso torinese, il Tribunale ha riconosciuto la protezione speciale a un cittadino straniero valorizzando il suo inserimento nel contesto sociale italiano: convivenza familiare stabile, attività lavorativa documentata, conoscenza della lingua italiana, assenza di condanne e contributo concreto alla vita della comunità. L’autorità giudiziaria ha evidenziato che un eventuale rimpatrio avrebbe comportato una compressione eccessiva del diritto alla vita privata, compromettendo il percorso d’integrazione costruito nel tempo.

          All’opposto, il Tribunale di Bologna – pur giungendo ad accogliere il ricorso – si è limitato ad accertare la sussistenza di un requisito formale (l’idoneità abitativa), senza svolgere alcuna valutazione sul grado di inserimento del richiedente nella società italiana, né sul suo contributo al tessuto sociale. In questo secondo caso, il diritto al soggiorno si è fondato su un presupposto documentale, e non su una reale verifica della volontà e capacità di integrazione.

          Il raffronto tra le due decisioni dimostra come il sistema della protezione complementare, se correttamente applicato, sia perfettamente compatibile con il principio “integrazione o reimmigrazione”. Questa forma di protezione, infatti, consente di premiare lo straniero che dimostra impegno nella costruzione di una vita autonoma e rispettosa delle regole, valorizzando i tre pilastri fondamentali dell’integrazione: lavoro, lingua e rispetto delle leggi.

          Al contrario, laddove manchi una reale volontà di inserirsi nella società ospitante, la permanenza sul territorio nazionale non può e non deve essere garantita, rendendo legittimo – e in alcuni casi doveroso – un percorso di reimmigrazione verso il Paese di origine.

          La protezione complementare può dunque essere il cuore di una politica migratoria giusta ed equilibrata: una tutela umanitaria per chi rischia trattamenti inumani, ma anche uno strumento selettivo per costruire un’immigrazione fondata sull’impegno reciproco tra straniero e Stato ospitante.




          Avv. Fabio Loscerbo
          Lobbista in materia di Migrazione e Asilo – Registrato al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)